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Tostoj, Lev (testi online) - Sebastopoli nell'Agosto 1955 - racconto


SEBASTOPOLI NELL'AGOSTO 1855

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I


Alla fine di agosto, lungo la grande strada, ricca di gole, che conduce a Sebastopoli, tra Duvanka e Bachèisaraj, procedeva al passo, nella polvere densa e ardente, una carrozza da ufficiali (un particolare carro che oramai non si vede più da nessuna parte, una via di mezzo tra il calesse ebreo, il carro russo e un canestrino).

Davanti sedeva accovacciato un attendente, con una finanziera di nanchino e un berretto deformato da ex-ufficiale, che tirava le redini; dietro, sui fardelli e sui bagagli, ricoperti da un telo, sedeva un ufficiale di fanteria con un mantello estivo. Osservandolo da seduto, si poteva notare che l'ufficiale era di statura non elevata, ma straordinariamente grosso, e non tanto da spalla a spalla, quanto dal petto alla schiena; era grosso e robusto, aveva collo e nuca particolarmente sviluppati e tesi; la cosiddetta vita, la cintura nel mezzo del tronco, non l'aveva, ma non aveva nemmeno la pancia: era, al contrario, molto magro, soprattutto nel viso, coperto da una abbronzatura malaticcia, giallognola. Il suo volto si sarebbe potuto dir bello, se non ci fossero stati un certo gonfiore e alcune grosse rughe, morbide, non senili, che confondevano e ingrossavano i lineamenti, conferendo a tutto il suo volto una espressione generale di stanchezza e di rozzezza. I suoi occhi erano non grandi, castani e straordinariamente vivaci, addirittura sfrontati; i baffi molto folti, ma non larghi, e curati; il mento invece, e in particolare gli zigomi, erano ricoperti da una barba nera di due giorni straordinariamente ispida e folta. L'ufficiale, il 10 maggio, era stato ferito da una scheggia alla testa, che era ancora fasciata, e adesso, sentendosi già da una settimana completamente ristabilito, stava andando dall'ospedale di Simferopol' al reggimento, che si trovava da qualche parte là, da dove giungevano gli spari, ma non era riuscito a sapere con precisione se fosse proprio a Sebastopoli, alla Severnaja oppure a Inkerman. Gli spari si udivano già molto chiaramente, soprattutto quando non si frapponevano i monti e non soffiava il vento, e spesso sembravano molto vicini: ora sembrava che un'esplosione scuotesse l'aria e la costringesse, suo malgrado, a sussultare; ora si susseguivano velocemente, uno dietro l'altro, suoni meno forti, come il rullo di un tamburo, interrotto talvolta da un sorprendente fragore; ora tutto si confondeva in un crepitio rimbombante, simile a colpi di tuono, quando infuria il temporale e l'acquazzone è appena cominciato. Tutti dicevano, e lo si poteva capire, che il bombardamento proseguiva orribile. L'ufficiale faceva fretta all'attendente: sembrava che volesse arrivare il più presto possibile. Incontrarono un grande convoglio di contadini che avevano portato i viveri a Sebastopoli e ora tornavano di là, carichi di soldati malati e feriti in cappotti grigi, marinai in paltò neri, volontari greci con fez russi e volontari con la barba. La carrozza dell'ufficiale dovette fermarsi e l'ufficiale, strizzando e corrugando gli occhi a causa della polvere che si sollevava in una fitta nube immobile riempiendogli occhi e orecchie e attaccandosi al suo volto sudato, guardava con indifferenza stizzita le facce dei malati e dei feriti che gli passavano accanto.
«Questo è un soldato infermo della nostra compagnia», disse l'attendente, voltandosi verso il signore e indicando il carro di feriti che in quel momento si accostava a loro.
Sul davanti del carro sedeva di traverso un russo barbuto, con un cappello di lana d'agnello, che, tenendone sotto il gomito il manico, annodava la frusta. Dietro a lui, sul carro, dondolavano cinque soldati in differenti posizioni. Uno, con un braccio legato al collo da uno spago, il mantello sulle spalle e una camicia molto sporca, sedeva sicuro al centro del carro, benché magro e pallido e, appena vide l'ufficiale, portò immediatamente la mano al cappello, ma poi, ricordatosi probabilmente di essere ferito, fece finta di volersi soltanto grattare il capo. Un altro, a fianco del primo, era sdraiato proprio in fondo al carro; si vedevano soltanto le sue mani emaciate, con le quali si reggeva alle sponde del carro, e le ginocchia sollevate, come fibre di corteccia di tiglio, che venivano sballottate in varie direzioni. Un terzo, con la faccia gonfia e la testa fasciata, sulla quale spuntava il cappello da soldato, sedeva di fianco, con le gambe penzoloni e con le mani appoggiate sulle ginocchia, pareva stesse sognando. A lui si rivolse l'ufficiale in viaggio.
«Dolžnikov!», gridò.
«Si-ì», rispose il soldato, aprendo gli occhi e togliendosi il berretto, con una voce cupa così bassa e intermittente, come se avessero gridato contemporaneamente venti soldati.
«Quando sei stato ferito, fratello?».
Gli occhi vitrei e gonfi del soldato si ravvivarono: evidentemente aveva riconosciuto il proprio ufficiale.
«Salute, vostra signoria!», gridò con la medesima voce bassa e intermittente.
«Dove si trova il reggimento in questo momento?»
«Erano a Sebastopoli; volevano andare via mercoledì, vostra signoria!»
«Dove?»
«Non si sa... probabilmente alla Severnaja, vostra signoria! Ora, vostra signoria», aggiunse con voce lenta e mettendosi il cappello, «lui si è già messo a sparare granate in continuazione, sempre di più, fino a raggiungere la baia; oggi ne tira tante che è terribile...».
Non si poté più sentire quello che il soldato diceva; ma, dall'espressione del suo volto e dai gesti era evidente che egli, per una certa malignità di chi soffre, diceva cose scoraggianti.
L'ufficiale in viaggio, il tenente Kozel'cov, non era un ufficiale convenzionale. Non era di quelli che vivono e agiscono in un certo modo, piuttosto che in un altro, perché così vivono e agiscono gli altri: egli faceva tutto quello che voleva, e gli altri lo seguivano, convinti che ciò fosse giusto. Era di natura piuttosto dotato; tutt'altro che stupido, aveva anzi delle doti, cantava bene, sapeva suonare la chitarra, parlava molto speditamente e scriveva con grande facilità, in particolare i documenti ufficiali, sui quali un tempo si era fatto la mano, quand'era aiutante di reggimento; ma la sua indole era notevole soprattutto per l'energia piena di amor proprio, la quale, sebbene fosse principalmente basata su questo talento non straordinario, era di per sé un tratto marcato e sbalorditivo. Aveva un amor proprio così legato alla vita - quale spessissimo si sviluppa negli ambienti maschili e soprattutto in quelli militari - da non concepire alternative al primeggiare o all'essere umiliato, e questo amor proprio era addirittura il motore delle sue convinzioni interiori: e di fronte a se stesso amava essere superiore alle persone con le quali si confrontava.
«Come! Dovrò ascoltare ancora per un pezzo le ciance di Mosca!», borbottò il tenente, appesantito da un senso di indolenza nel cuore e confuso dai pensieri che gli avevano lasciato la vista del convoglio di feriti e le parole del soldato, l'importanza delle quali veniva rafforzata e confermata dai rumori del bombardamento. «Questa Mosca ridicola... Andiamo, Nikolaev, muoviti... ti sei addormentato!», aggiunse brontolando un po' all'attendente e aggiustandosi le falde del cappotto.
Le briglie si tesero, Nikolaev fece schioccare la lingua e la carrozza partì al trotto.
«Ci fermeremo ora per dare da mangiare ai cavalli e proseguiremo subito», disse l'ufficiale.

II


All'ingresso della via di Duvan'ka, dov'erano resti diroccati di mura di case tartare, il tenente Kozel'cov fu nuovamente trattenuto da veicoli che trasportavano bombe e palle in direzione di Sebastopoli, ammassati in mezzo alla strada. Il carro fu costretto a fermarsi. Due soldati di fanteria sedevano, proprio nella polvere, sulle pietre di un muricciolo distrutto, e mangiavano pane e anguria.
«Andate lontano, compaesano?», disse uno di loro, masticando il pane, al soldato che, con un grande sacco sulle spalle, si era fermato davanti a loro.
«Andiamo alla compagnia, veniamo dal governatorato», rispose il soldato, evitando di guardare dalla parte dell'anguria e sistemandosi il sacco sulla schiena. «Ecco, pensa che noi per tre settimane siamo stati a guardia del fieno della compagnia, ma adesso, guarda un po', avevano bisogno di tutti; ma non si sa dove sia il reggimento ora. Dicevano che i nostri la settimana scorsa erano giunti a Korabel'naja. Non ne sapete niente, signori?»
«Si trova in città, fratello, in città», disse l'altro, un vecchio soldato del convoglio, scavando con piacere nell'anguria acerba e bianchiccia con un coltello ben affilato. «Soltanto da mezza giornata ce ne siamo venuti via di là. Un tale macello, fratello mio, che forse faresti meglio a non andare, e a buttarti invece qui da qualche parte nel fieno, e startene imboscato un giorno o due, che le cose miglioreranno».
«Ma che cos'è, signori?»
«Ma non senti, ora spara tutt'intorno, e non è rimasto un posto intatto. Quanti ne ha fatti fuori dei nostri, è terribile». E, dopo aver parlato, mosse la mano e si aggiustò il cappello.
Il soldato che passava scosse il capo pensieroso, fece uno schiocco con la lingua, poi prese la piccola pipa dal gambale, senza caricarla, grattò via il tabacco bruciato, accese un pezzettino di esca dal soldato che stava fumando e sollevò il berretto.
«Non ci resta che Dio, signori! Addio!», disse e, dando uno scossone al sacco dietro la schiena, si incamminò per la strada.
«Eh, faresti meglio ad aspettare!», disse con convinzione e cantilenando quello che tagliava il cocomero.
«Fa lo stesso», borbottò il soldato, camminando tra le ruote dei carri ammassati; «forse dovrei comprare un'anguria e cenare, a sentire quello che dice la gente».

III


La stazione era affollata quando Kozel'cov vi giunse. Il primo volto che incontrò, mentre era ancora nel cortile, fu quello del maestro di posta, molto magro, giovanissimo, che altercava con due ufficiali che gli camminavano dietro.
«E non aspetterete tre giorni, ma dieci! Anche i generali aspettano, batjuška!», diceva il maestro di posta con il desiderio di colpire sul vivo i soldati in viaggio, «i cavalli non ve li attacco».
«Se non ce ne sono, allora non bisogna darli a nessuno i cavalli!... Ma perché li ha dati a un lacchè con i bagagli?», gridava il più vecchio dei due ufficiali, con un bicchiere di tè in mano ed evitando accuratamente il pronome, ma facendo intendere che sarebbe stato molto facile dare anche del tu al maestro di posta.
«Ecco, giudicate voi stesso, signor maestro», disse l'altro, un giovane ufficiale, impappinandosi, «non dobbiamo andare a divertirci. Se ci hanno chiamati, vuol dire che hanno bisogno anche di noi. Ma io, ecco, lo riferirò al generale Kramper. Ma ecco che questo... voi, allora, non avete rispetto del titolo di ufficiale».
«Voi rovinate sempre tutto», lo interruppe con rabbia il più vecchio, «mi date solo fastidio; bisogna essere capaci di parlare con loro. I cavalli immediatamente, è un ordine!»
«Volentieri, batjuška, ma dove li vado a prendere?».
Il maestro di posta tacque per un po' e di colpo si riscaldò e, sbracciandosi, cominciò a parlare: «Io, batjuška, lo so bene; ma che cosa potete farci! Ecco, datemi solo (sui volti degli ufficiali si espresse la speranza)... concedetemi solo di arrivare alla fine del mese, e non sarò più qui. Piuttosto che restare qui preferisco andare al colle Malachov. Oh Dio! Facciano pure come vogliono, se queste sono le disposizioni: in tutta la stazione adesso non c'è nemmeno una carrozza intatta, e già da tre giorni i cavalli non vedono nemmeno una manciata di fieno».
E il maestro di posta scomparve dietro la porta.
Kozel'cov entrò con gli ufficiali nella stanza.
«Allora», disse l'ufficiale più vecchio al più giovane con animo sereno, benché un minuto prima sembrasse furibondo, «siamo in viaggio già da tre mesi, aspettiamo ancora un po'. Niente di male, arriveremo in tempo».
La stanza fumosa, sudicia, era così piena di ufficiali e di valigie che Kozel'cov a malapena trovò un posto vicino alla finestra, dove si mise a sedere; scrutando i volti degli ufficiali e ascoltandone attentamente le conversazioni, cominciò ad arrotolarsi una sigaretta. A destra della porta, vicino ad un tavolo unto, storto, sul quale stavano due samovar di rame, qua e là macchiati di un colore verdognolo e su cui erano disposti diversi cartoccetti di zucchero, era seduto il gruppo principale: un giovane ufficiale senza baffi, con un nuovo caffettano trapuntato, probabilmente ricavato da un cappotto per signora, riempiva la teiera; quattro ufficiali, anch'essi giovani, si trovavano ai diversi angoli della stanza: uno di essi, messa sotto la testa una pelliccia, dormiva sul divano; un altro, in piedi vicino al tavolo, tagliava carne di agnello arrosto per un ufficiale mutilato, seduto al tavolo. Due ufficiali, uno con il cappotto da aiutante, l'altro con quello della fanteria, ma di panno sottile, e con una borsa a tracolla, sedevano vicino ad una panchetta aderente alla stufa, e soltanto dalla maniera di guardare gli altri e da come fumava il sigaro quello che aveva la borsa, era evidente che non si trattava di ufficiali della fanteria impegnati al fronte, e che erano contenti di questo. Il loro atteggiamento non lasciava trasparire disprezzo, ma una certa tranquillità presuntuosa, poggiata in parte sui soldi, in parte sulle strette relazioni con i generali - la consapevolezza della loro superiorità, che arrivava addirittura fino al desiderio di nasconderla. Oltre a loro, quasi ai piedi del giovane ufficiale che dormiva sul divano, sedevano e contavano i soldi un giovane dottore dalle labbra carnose e un artigliere dalla fisionomia tedesca. Dei quattro attendenti, gli uni sonnecchiavano, gli altri si affaccendavano con valigie e fagotti vicino alla porta. Tra tante persone Kozel'cov non trovò nemmeno un volto noto; ma si mise ad ascoltare con curiosità i loro discorsi. I giovani ufficiali che, come aveva capito subito al primo sguardo, erano appena usciti dal corpo, gli piacquero e, soprattutto, gli ricordarono che suo fratello, anch'egli uscito dal corpo, sarebbe dovuto arrivare ad una delle batterie di Sebastopoli. Nell'ufficiale con la borsa, invece, che aveva già visto da qualche parte, tutto gli sembrava disgustoso e insolente. Egli, addirittura con l'intenzione di "dargli contro, se gli fosse venuto in mente di dire qualcosa", passò dalla finestra alla panchetta e vi si sedette. Kozel'cov, in genere, essendo un autentico e coraggioso ufficiale del fronte, non solo non amava, ma addirittura si indignava con i comandanti dello Stato Maggiore, quali egli al primo colpo d'occhio aveva riconosciuto in questi due ufficiali.

IV


«Ma che peccato», diceva uno dei giovani ufficiali, «che si sia così vicini, e non si possa tuttavia arrivare a destinazione. Forse adesso ci sarà una battaglia e noi non saremo presenti».
Nel tono stridulo della voce e nel tenero rossore maculato che scorreva sul giovane volto di quest'ufficiale mentre proferiva queste parole, si manifestava quella gradevole timidezza giovanile di chi di continuo teme che ogni sua parola non sia a posto. L'ufficiale mutilato lo guardò con un sorriso.
«Siete ancora in tempo, date retta a me», disse.
Il giovane ufficialetto guardò con rispetto il volto magro del mutilato, inaspettatamente illuminato dal sorriso, tacque e nuovamente prese a occuparsi del tè. Effettivamente, nel viso dell'ufficiale mutilato, nella sua posa e soprattutto in quella manica vuota del cappotto si esprimeva molto di quella tranquilla indifferenza, che mostrava in occasione di ogni atto o parola altrui, come se volesse dire: «Tutto ciò è meraviglioso, io so e posso fare tutto, basta solo che lo voglia».
«Quale decisione prendiamo allora», disse di nuovo il giovane ufficiale al proprio compagno con il caffettano, «pernottiamo qui o ci mettiamo in cammino con il nostro cavallo?».
Il compagno si rifiutò di partire.
«Potete immaginarvi, capitano», continuò dopo aver versato del tè, rivolgendosi al mutilato e sollevando da terra il coltellino che quest'ultimo aveva fatto cadere, «ci hanno riferito che i cavalli a Sebastopoli sono terribilmente costosi, e noi ne abbiamo comprato uno in comune a Simferopol'».
«Vi avranno spennato per bene, non è vero?»
«A dire il vero non saprei, capitano: insieme con il carro ci è venuto a costare novanta rubli. È molto caro?», aggiunse rivolto a tutti e anche a Kozel'cov che lo fissava.
«Non è molto, purché il cavallo sia giovane», disse Kozel'cov.
«Visto? E a noi dicevano che era caro... il cavallo zoppica solo un po', ma gli passerà, ci hanno detto. È così robusto».
«Di quale corpo siete?», chiese Kozel'cov, che voleva avere notizie del fratello.
«Siamo destinati al reggimento Dvorjanskij, siamo in sei, andiamo tutti volontari a Sebastopoli», disse il loquace ufficiale, «solo che non sappiamo dove si trovino le nostre batterie: alcuni dicono che sono a Sebastopoli, ma ci avevano detto che erano a Odessa».
«Ma non ci si poteva informare almeno a Simferopol'?», chiese Kozel'cov.
«Non lo sanno... Potete immaginarvi, il nostro compagno si è recato là in un ufficio; lo hanno ricoperto di insulti... Potete immaginarvi come sia spiacevole. Desiderate una sigaretta pronta?», disse in quel momento all'ufficiale mutilato, che cercava di prendere il proprio portasigari.
Con un entusiasmo in qualche modo servile gli fece questa cortesia.
«Anche voi venite da Sebastopoli?», continuò. «Ah, mio Dio, che cosa straordinaria! Noi tutti a Pietroburgo pensavamo a voi, a tutti gli eroi!», disse, voltandosi con rispetto e dolcezza benevola verso Kozel'cov.
«E se vi toccasse di tornare indietro?», chiese il tenente.
«Proprio di questo abbiamo paura. Potete immaginarvi che noi, appena acquistato il cavallo e munitolo di tutto l'occorrente, la bottiglietta per l'alcool e ancora altre bazzecole necessarie, non c'è rimasto nemmeno il becco di un quattrino», disse con voce pacata e guardando il proprio compagno, «e così, se ci toccherà tornare indietro, non sappiamo più come faremo a vivere».
«Non avete ricevuto nemmeno i soldi per il trasferimento?», chiese Kozel'cov.
«No», rispose sussurrando, «ci hanno solo promesso che ce li daranno là».
«Ma avete almeno il certificato?»
«Lo so che il certificato è la cosa più importante; ma a Mosca un senatore, è mio zio, mi ha detto, quand'ero da lui, che là ce li avrebbero dati, altrimenti me li avrebbe dati lui personalmente. Ce li daranno anche così?»
«Ve li daranno certamente».
«Lo penso anch'io, dovrebbero darmeli», disse con un tono di voce tale da far capire che ormai, dopo aver domandato in trenta stazioni sempre la stessa cosa e aver ricevuto ogni volta risposte differenti, non credeva più a nessuno.

V


«Già, come potrebbero non darvelo», disse all'improvviso l'ufficiale che aveva litigato con il maestro di posta nel cortile e che in quel momento aveva raggiunto quelli che conversavano, rivolgendosi in parte anche a quelli dello Stato Maggiore, seduti accanto, come ad ascoltatori più degni. «Anch'io, come questi signori, desideravo andare nell'esercito attivo, ho chiesto persino di essere trasferito a Sebastopoli da un posto meraviglioso, e a me, a parte le spese di viaggio da Pietroburgo, 136 rubli d'argento, non hanno dato un bel niente, e ho già speso, dei miei risparmi, più di 150 rubli. Provate solo a pensare: 800 verste, è da tre mesi che sono in viaggio. Questi signori, invece, da due mesi. Meno male che avevo i miei soldi. Ma se non li avessi avuti?»
«Davvero da tre mesi?», chiese qualcuno.
«Ma che cosa dovrei fare?», continuò a raccontare. «Se non avessi voluto andarci, non avrei proposto il mio trasferimento da un buon posto, così, sicuramente, non avrei cominciato a vivere per la strada, non perché io abbia paura... ma non c'è alcuna possibilità. A Perekop, per esempio, sono stato due settimane; il maestro di posta con te non vuole nemmeno parlare, te ne puoi andare quando vuoi; di autorizzazioni a prendere i cavalli dei corrieri ce n'è già a bizzeffe. Già, per l'appunto, così è il destino... ecco, io vorrei, ma evidentemente è il destino; e non perché ora ci sia il bombardamento, ma, chiaramente, sia che ti affretti, sia che vai con calma, è lo stesso; io davvero vorrei...».
Quest'ufficiale spiegava con tale accuratezza le cause del suo indugio e come se si dovesse difendere, da indurre, senza volerlo, a pensare che egli avesse paura. Ciò divenne più manifesto quando chiese la posizione del proprio reggimento e si informò se là fosse pericoloso. Addirittura impallidì e la voce gli si interruppe quando l'ufficiale mutilato, che era nel medesimo reggimento, gli disse che in quei giorni solo da loro, di ufficiali, ne erano stati uccisi diciassette.
In effetti quest'ufficiale in quel momento era diventato un gran codardo, benché sei mesi prima non lo fosse stato nemmeno lontanamente. In lui era avvenuta una trasformazione, che molti, prima e dopo di lui, avevano provato. Abitava in una delle nostre province, dove si trovano i corpi dei cadetti, e aveva un posto stupendo, tranquillo, ma, leggendo sui giornali e nelle lettere private notizie sulle imprese degli eroi di Sebastopoli, suoi compagni di un tempo, all'improvviso si era acceso di ambizione e ancor più di amore per la patria.
Aveva sacrificato moltissimo a questo sentimento: un ambiente familiare, un piccolo appartamento con comodi mobili, del quale si era preso cura per otto anni, i conoscenti, le speranze di un ricco matrimonio, aveva rinunciato a tutto e già a febbraio si era presentato all'esercito effettivo, sognando l'immortale corona della gloria e le spalline da generale. Due mesi dopo la presentazione della richiesta gli era stato domandato dal comando se avesse bisogno di sussidi da parte del governo. Aveva risposto negativamente e con pazienza continuava ad attendere una soluzione, benché l'ardore patriottico già in questi due mesi si fosse raffreddato considerevolmente. Quindi, dopo due mesi, gli avevano chiesto se egli facesse parte di logge massoniche e altre formalità simili e, dopo la sua risposta negativa, finalmente, al quinto mese, era stato arruolato. Durante tutto questo tempo gli amici, ma soprattutto quella sensazione estrema di scontentezza per il nuovo, che si manifesta ad ogni mutamento di condizione, erano riusciti a convincerlo che aveva compiuto una grossissima sciocchezza entrando a far parte dell'esercito effettivo. Quando dunque si venne a trovare da solo, con i bruciori allo stomaco e il volto impolverato, alla quarta stazione, dove aveva incontrato il corriere proveniente da Sebastopoli, che gli aveva raccontato degli orrori della guerra, e aveva dovuto attendere per dodici ore i cavalli, si era pentito ormai del tutto della propria leggerezza, pensava con orrore inquietante al futuro e proseguiva il suo cammino inconsciamente, come una vittima al sacrificio. Questa sensazione, nel perdurare del pellegrinaggio di tre mesi per le stazioni, dove quasi sempre toccava aspettare e incontrare gli ufficiali che venivano da Sebastopoli, con racconti terrificanti, cresceva di continuo e alla fine condusse il povero ufficiale al punto che da eroe, pronto alle imprese più disperate, quale si era immaginato a Pietroburgo, a Duvanka era divenuto un miserabile vigliacco e, incontrati un mese prima i giovani provenienti dal corpo, aveva cercato di procedere il più lentamente possibile, considerando questi gli ultimi giorni della sua vita: ad ogni stazione rifaceva il letto, il baule da viaggio, faceva una partita a préférence, guardava il registro delle lamentele come per ingannare il tempo, e si rallegrava quando non gli davano i cavalli. Egli sarebbe stato in verità un eroe, se da P. fosse capitato direttamente ai bastioni, ma ora gli toccava ancora passare attraverso molte sofferenze morali, per ritornare quell'uomo tranquillo, paziente nella fatica e nel pericolo, quale siamo abituati a vedere nell'ufficiale russo. Ma oramai sarebbe stato difficile che in lui risorgesse l'entusiasmo.

VI


«Chi voleva del boršè?», gridò la padrona, una donna abbastanza sudicia, grassa, di quarant'anni, entrando nella sala con una scodella di minestra di cavoli.
La conversazione immediatamente tacque, e tutti quelli che erano nella stanza fissarono gli occhi sull'ostessa. L'ufficiale di P. ammiccò addirittura ad un giovane ufficiale, indicandola.
«Ah, Kozel'cov l'aveva chiesto», disse il giovane ufficiale, «bisogna svegliarlo. Alzati e va'a pranzare», disse accostandosi a quello che dormiva sul divano e toccandolo sulla spalla.
Il giovanotto, un diciassettenne con neri occhietti allegri ed un rossore lungo tutta la guancia, fece un balzo energico dal divano e, stropicciandosi gli occhi, si fermò in mezzo alla stanza.
«Ah, scusatemi, di grazia», disse con una sonora voce argentina al dottore che aveva urtato nell'alzarsi. Il tenente Kozel'cov a quel punto riconobbe il fratello e gli si avvicinò.
«Non mi riconosci?», disse sorridendo.
«O-o-oh!», esclamò il fratello minore. «Che meraviglia!», e cominciò a baciare il fratello.
Si baciarono tre volte, ma alla terza ebbero un'esitazione, come se entrambi avessero pensato: «Ma perché bisogna farlo per forza tre volte?».
«Come sono contento!», disse il maggiore, fissando lo sguardo sul fratello. «Andiamo un po' fuori a parlare».
«Andiamo, andiamo. Non ho voglia di mangiare il
boršè... mangiatelo tu, Federson», disse al compagno.
«Ma non avevi fame?»
«Non voglio mangiare».
Quando furono usciti sul terrazzino, il minore si mise a chiedere ogni cosa al fratello. «Allora, come va, racconta», e continuava a ripetere quant'era felice di vederlo, ma di sé non raccontava niente.
Passati cinque minuti, durante i quali poco riuscirono a tacere, il fratello maggiore chiese al minore per quale motivo non fosse andato nella guardia, come si attendevano tutti i loro.
«Ah, sì!», rispose il minore, arrossendo al solo ricordo. «Ciò mi ha tremendamente ferito, e non mi sarei mai aspettato che sarebbe potuto accadere. Ti puoi immaginare, siamo andati in tre a fumare proprio prima del congedo, sai dov'è quella stanza dietro la portineria, era certamente così anche ai vostri tempi, solo puoi figurarti, quella canaglia di guardia ci ha visti ed è corsa a spifferare all'ufficiale di turno (e pensare che alcune volte avevamo addirittura offerto della vodka alla guardia), e questi si è avvicinato quatto quatto; solo quando l'abbiamo notato abbiamo buttato via le sigarette, gli altri se la sono svignata di corsa verso la porta laterale, sai, ormai non potevo più svignarmela, cominciò là a dirmi cose spiacevoli, si capisce, non gliel'ho fatta passare liscia, ebbene, l'ha riferito all'ispettore, ed è andata. Per questo dunque mi hanno dato dei giudizi negativi in condotta, anche se fino ad allora erano sempre stati ottimi, un dodici solamente, in meccanica, ebbene, è andata. Mi hanno mandato nell'esercito. Poi hanno promesso di trasferirmi nella guardia, ma ormai non ne avevo più voglia e chiesi di andare in guerra».
«Ah, ecco com'è!».
«Mi era divenuto tutto così ripugnante, te lo dico senza scherzare, che desideravo recarmi a Sebastopoli il più in fretta possibile. Infatti, se ora tutto va bene, si può ottenere una promozione ancora più velocemente che nella guardia: là ci vogliono dieci anni per diventare colonnelli, qui invece gente come Totleben in due anni passa da tenente colonnello a generale. Se invece mi ammazzano, non importa!».
«Che tipo sei!», disse il fratello sorridendo.
«Ma prima di tutto, sai una cosa, fratello?», disse il minore, sorridendo e arrossendo, come se stesse per dire qualcosa di imbarazzante. «Sono tutte inezie; il motivo principale, che mi ha spinto a venire qui, è che non si può vivere con la coscienza a posto a Pietroburgo, quando là muoiono per la patria. E poi volevo stare insieme a te», aggiunse ancora più timidamente.
«Come sei buffo!», disse il fratello maggiore, e prese l'astuccio delle sigarette senza guardarlo in faccia. «Peccato soltanto che non saremo insieme».
«Ma, dimmi un po' la verità, è così tremendo sui bastioni?», chiese d'un tratto il minore.
«All'inizio è terribile, poi ti ci abitui, niente di speciale. Lo vedrai tu stesso».
«Ma dimmi ancora una cosa: che ne pensi, la conquisteranno Sebastopoli? Io penso che non ce la faranno proprio».
«Dio solo lo sa».
«Una sola cosa fa rabbia, puoi figurarti, che sfortuna: durante il viaggio ci hanno rubato un intero fardello, c'era il mio sciaccò, e così ora mi trovo in una situazione terribile, e non so come presentarmi. Tu sai che ora ci sono dei nuovi sciaccò da noi, e in generale sono avvenuti molti cambiamenti; sempre in meglio. Ti posso raccontare tutto... Ero sempre a Mosca...».
Il secondo Kozel'cov, Vladimir, assomigliava molto al fratello Michajl, ma gli assomigliava come la rosa che sta sbocciando somiglia alla rosa selvatica appassita. Anche i suoi capelli erano di colore castano-chiaro, ma folti e ricci sulle tempie. Sulla tenera nuca bianca aveva una treccina castano-chiara, segno di fortuna, come dicono le bambinaie. Sul tenero biancore della pelle del viso spuntava appena appena, svelando tutti i moti dell'anima, un giovane rossore sanguigno. Gli occhi, uguali a quelli del fratello, erano in lui più aperti e luminosi, cosa che risaltava particolarmente per il fatto che spesso erano coperti da una leggera umidità. Una peluria bionda scorreva lungo le gote e sulle rosse labbra, che spesso si piegavano in un timido sorriso, mettendo in mostra i denti bianchi e splendenti.
Prestante, con le spalle larghe e indosso un cappotto sbottonato, sotto al quale si vedeva una camicia rossa abbottonata da un lato, con una sigaretta in mano, appoggiato sui gomiti alla ringhiera del cortile, con una gioia ingenua sul volto e nei gesti (questa era la sua posizione davanti al fratello), era un giovanotto talmente simpatico e avvenente, che si sarebbe rimasti volentieri ad ammirarlo. Era immensamente felice per il fratello, lo osservava con stima e orgoglio, raffigurandoselo come un eroe; ma in alcuni aspetti, e precisamente nel comportamento mondano in generale che, a dire il vero, nemmeno lui possedeva, cioè la capacità di parlare in francese, di frequentare persone importanti, di ballare e così via, si vergognava un po' per lui, lo guardava con superiorità e addirittura si augurava, se mai fosse stato possibile, di educarlo. Tutte le sue impressioni risalivano ancora al tempo di Pietroburgo, nella casa di una signora che amava i bei giovanotti e lo ospitava in casa propria in occasione delle feste, e in quella di un senatore di Mosca, dove una volta aveva danzato al gran ballo.

VII


Dopo aver chiacchierato a sazietà, ed essere infine giunti a quella sensazione che spesso si prova, cioè che esiste poco in comune anche quando ci si ama reciprocamente, i fratelli se ne stettero per un po' in silenzio.
«Allora prendi la tua roba e andiamo adesso», disse il maggiore. Il minore di colpo arrossì e si confuse.
«Andare diritto a Sebastopoli?», chiese dopo un attimo di silenzio.
«Ma sì, immagino che tu abbia pochi bagagli, sistemiamoli».
«Va bene, andiamo anche subito», disse il minore sospirando, ed entrò nella stanza.
Ma, senza aprire la porta, si fermò sull'ingresso e, abbassato tristemente il capo, cominciò a pensare: «Ora dritto a Sebastopoli, in quell'inferno terribile! Ma è lo stesso, prima o poi bisognava andarci. Ora, almeno, con mio fratello...».
Infatti solamente ora, al pensiero che, sedutosi sulla carrozza, senza scendervi, si sarebbe trovato a Sebastopoli, e che nessuna circostanza lo avrebbe potuto trattenere, comprese chiaramente il pericolo che era venuto a cercarsi, e si turbò, si spaventò al solo pensiero della sua vicinanza. Tranquillizzatosi in qualche modo, entrò nella stanza; ma passò un quarto d'ora, senza che egli tornasse dal fratello, cosicché alla fine il maggiore aprì la porta. Il Kozel'cov minore, nella posizione di uno scolaro che ha combinato una marachella, parlava di qualcosa con l'ufficiale di P. Quando il fratello aprì la porta, egli si smarrì completamente.
«Vengo, vengo subito!», cominciò a dire, facendo un cenno al fratello con la mano. «Aspettami là, per favore».
Dopo un minuto infatti uscì e con un profondo sospiro si avvicinò al fratello.
«Puoi immaginarti, non posso venire con te, fratello», disse.
«Come? Che sciocchezza è mai questa?»
«Ti dirò tutta la verità, Miša! Nessuno di noi ha più soldi, e noi tutti siamo debitori a questo capitano di stato maggiore, che viene da P. Provo una grandissima vergogna!».
Il fratello maggiore si accigliò e a lungo non proferì parola.
«Gli devi molti soldi?», chiese guardando di sbieco il fratello.
«Molto... no, non molto; ma ne provo grandissima vergogna. Ha pagato per me in tre stazioni, e tutto il suo zucchero se n'è andato... così, non saprei... e anche a préférence abbiamo giocato... gli sono rimasto debitore di qualcosina».
«Male, Volodja! Che cosa avresti fatto, se non mi avessi incontrato?», disse il maggiore severamente, senza guardare il fratello.
«Ma io pensavo, fratellino, che avrei ricevuto a Sebastopoli il rimborso del viaggio, e così li avrei restituiti. Ma si può fare in questo modo; preferisco venire domani con lui».
Il fratello maggiore prese il portafoglio e con le dita tremanti ne estrasse due banconote da dieci rubli e una da tre.
«Ecco i miei soldi», disse. «Quanto gli devi?».
Dicendo che questi erano tutti i suoi soldi, Kozel'cov aveva mentito: ne aveva ancora quattro d'oro, cuciti nel paramano per ogni evenienza, ma si era ripromesso di non toccarli per nessun motivo.
Sembrava che il giovane Kozel'cov fosse debitore, tra préférence e zucchero, solamente di otto rubli all'ufficiale di P. Il fratello maggiore glieli diede, dopo avergli fatto notare che quando non si hanno soldi non bisogna mettersi anche a giocare a préférence.
«Quanto hai puntato?».
Il minore non fiatò. La domanda del fratello gli sembrò mettere in dubbio la sua onestà. La rabbia verso se stesso, la vergogna di un comportamento che poteva destare tali sospetti, e l'offesa da parte del fratello che egli tanto amava produssero nella sua natura impressionabile una sensazione tanto forte, dolorosa, che egli non rispose, conscio del fatto che non sarebbe stato in grado di trattenere i singhiozzi che gli arrivavano in gola. Prese i soldi senza guardare e se ne andò dai compagni.

VIII


Nikolaev, rinfrancatosi alla Duvanka con due bicchierini di vodka comprati da un soldato che la vendeva sul ponte, stringeva le briglie, la carrozza ballonzolava per la strada pietrosa, qua e là ombreggiata, che portava a Sebastopoli lungo il Bel'bek, ma i fratellini, urtandosi con le gambe, pur pensando ogni minuto l'uno all'altro, tacevano ostinatamente. «Perché mi ha offeso?», pensava il minore. «Non avrebbe potuto almeno evitare di parlare di questo? Certo, anche ora sembra adirato, come se pensasse che io sia un ladro, e così abbiamo rotto per sempre. Come sarebbe stato glorioso per noi due, a Sebastopoli! Due fratelli, uniti tra loro dall'amore, lottano entrambi contro il nemico: uno già vecchio, combattente valoroso, anche se non molto istruito, e l'altro giovane, non meno ardito... Tra una settimana avrei fatto vedere a tutti che non sono più così giovane! Smetterò perfino di arrossire, il volto esprimerà virilità, e per quel momento mi saranno cresciuti anche i baffi, non folti, ma visibili», e si pizzicò la peluria che spuntava agli angoli della bocca. «Forse, appena arrivati, capiteremo nel bel mezzo di una battaglia, io e mio fratello. Ma deve essere ostinato e molto valoroso, uno che non parla molto ma che agisce meglio degli altri. Ed io vorrei proprio sapere», continuava, «se lo fa apposta ora a spingermi verso l'estremità della carrozza. Certo nota che sono scomodo, ma fa finta di non vedermi. Ecco, stiamo arrivando», continuava nei suoi ragionamenti, stringendosi verso l'estremità della carrozza, non osando fare alcun movimento, per non far capire al fratello di essere scomodo, «e subito dritti al bastione: io con i cannoni, mio fratello con la compagnia, e procediamo insieme. Ma all'improvviso i francesi si lanciano contro di noi. Io sparo, sparo: ne faccio fuori un gran numero; ma loro corrono verso di me. Ormai non posso più sparare, è la fine, non ho scampo; ma ecco che all'improvviso spunta fuori mio fratello con la sciabola, io afferro il fucile, e fuggiamo insieme ai soldati. I francesi si scagliano contro mio fratello. Io accorro, uccido un francese, due, e lo traggo in salvo. Mi feriscono ad un braccio, imbraccio il fucile con l'altro e mi metto malgrado tutto a correre; solo che uccidono mio fratello con una palla, accanto a me. Mi fermo un minuto, guardo verso di lui così tristemente, mi alzo e grido: "Seguitemi, vendichiamolo! Amavo mio fratello più di ogni altra cosa al mondo", dico, "e l'ho perduto. Vendichiamoci, annientiamo i nemici o moriamo tutti sul posto!". Allora tutti gridano e si lanciano all'assalto dietro di me. A quel punto si ritira tutto l'esercito francese, lo stesso Pélissier. Li ammazziamo tutti; ma alla fine mi feriscono una seconda volta, una terza, ed io cado morto. Allora tutti corrono verso di me, viene Gorèakov, e mi domanda di che cosa ho bisogno. Dico che non desidero niente, solo che mi mettano a giacere accanto a mio fratello, perché voglio morire con lui. Mi trasportano e mi sdraiano vicino al corpo insanguinato di mio fratello. Mi sollevo e dico solamente: "Sì, non siete stati in grado di apprezzare due persone che davvero amavano la patria; ora sono caduti entrambi... Dio vi perdoni!". E muoio».
Chissà in quale misura si realizzeranno questi sogni!
«Hai mai partecipato a qualche mischia?», chiese all'improvviso al fratello, dimenticandosi completamente di non voler parlare con lui.
«No, nemmeno una volta», rispose il maggiore, «nel nostro reggimento hanno ucciso duemila uomini, tutti nelle postazioni; anch'io sono stato ferito là. La guerra non si combatte affatto come tu credi, Volodja!».
La parola "Volodja" scosse il fratello minore: avrebbe voluto spiegarsi con il fratello, che non si immaginava neppure di aver offeso Volodja.
«Non sei arrabbiato con me, vero, Miša?», disse dopo un attimo di silenzio.
«Per quale motivo?»
«No, così. Per quello che ci è accaduto. Così, niente».
«Nemmeno un po'», rispose il maggiore, voltandosi verso di lui e dandogli un colpetto sulla gamba.
«In questo caso scusami, Miša, se ti ho amareggiato».
E il fratello minore si voltò, per nascondere le lacrime che all'improvviso gli erano spuntate dagli occhi.

IX


«Ma siamo già a Sebastopoli?», chiese il minore quando furono saliti sulla montagna, e davanti a loro si aprirono la baia, con gli alberi delle navi, il mare, con la lontana flotta nemica, le bianche batterie della marina, le caserme, gli acquedotti, le darsene e gli edifici della città, e le bianche, violacee nuvole di fumo, che ininterrottamente si sollevavano lungo le gialle montagne intorno alla città, e se ne stavano ferme nel cielo turchino, sotto i rosei raggi del sole, che già con un bagliore tramontava e calava verso l'orizzonte del mare scuro.
Volodja, senza il minimo brivido, vide questo luogo terribile, al quale tanto aveva pensato; al contrario, con un piacere estetico ed un eroico senso di soddisfazione, all'idea che anche lui tra mezz'ora serebbe stato là, contemplava questo spettacolo effettivamente incantevole e originale, e lo osservò molto attentamente proprio fino al momento in cui giunsero alla Severnaja, al convoglio del reggimento del fratello, dove sarebbero dovuti venire a conoscenza della posizione del reggimento e delle batterie.
L'ufficiale che comandava il convoglio abitava vicino al cosiddetto Novyj Gorodok - baracche di tavole di legno, costruite da famiglie di marinai, e una tenda, unita ad una baracca abbastanza grande, intrecciata con verdi rami di quercia non ancora completamente seccati.
I fratelli trovarono l'ufficiale seduto ad un tavolo ben fatto, sul quale stava un bicchiere di tè freddo con della cenere di sigaretta ed un vassoio con vodka e briciole di caviale secco e di pane; indossava una camicia giallognola sporca, e stava contando su di un grosso pallottoliere una gigantesca pila di assegnati. Ma, prima di parlare della persona dell'ufficiale e della sua conversazione, è necessario osservare più attentamente l'interno della sua baracca e conoscere almeno un po' la sua condotta di vita e le sue occupazioni. La nuova baracca era molto grande, solidamente intrecciata e confortevole, con tavolini e panchette, impagliate anche con zolle d'erba, come vengono costruite solo per i generali e per i comandanti di reggimento: le pareti e il soffitto, perché le foglie non cadessero giù, erano ricoperti a mo'di tendina da tre tappeti, piuttosto brutti, ma certo nuovi e costosi. Sul letto di ferro, che si trovava sotto il tappeto principale, sul quale era raffigurata un'amazzone, giaceva distesa una coperta di felpa scarlatta, un cuscino di pelle sporco e lacero e una pelliccia di procione; sul tavolo c'era uno specchio in una cornice d'argento, una spazzola d'argento terribilmente sudicia, un pettine di corno storto, pieno di capelli unti, un candeliere d'argento, una bottiglia di liquore con una gigantesca etichetta color rosso dorata, un orologio d'oro con l'effigie di Pietro I, due anelli d'oro, una scatoletta con certe capsule, una crosta di pane e vecchie carte da gioco sparpagliate, bottiglie di porter vuote e piene sotto il letto. Quest'ufficiale comandava il convoglio del reggimento e le vettovaglie dei cavalli. Con lui viveva un suo grande amico, procuratore, che si occupava anche lui dei medesimi affari. Nel momento in cui fecero il loro ingresso i due fratelli, questi stava dormendo nella tenda; invece l'ufficiale del convoglio contava i soldi dello stato prima della fine del mese. L'aspetto dell'ufficiale del convoglio era molto bello e marziale: statura considerevole, folti baffi, nobile robustezza. Sgradevoli in lui erano solo un certo sudore e gonfiore di tutto il volto, che quasi teneva nascosti i piccoli occhi grigi (come se fosse stato tutto cosparso di porter) e una straordinaria sporcizia, dai radi capelli unti fino ai grossi piedi scalzi infilati in certe pantofole d'ermellino.
«Soldi, soldi!», disse il Kozel'cov maggiore, entrando nella baracca e indirizzando gli occhi con spontanea avidità verso il mucchio di assegnati. «Almeno ne deste la metà in prestito, Vasilij Michajlyè!».
L'ufficiale del convoglio, come se fosse stato sorpreso a rubare, si curvò tutto, vedendo l'ospite, e, raccogliendo i soldi, senza alzarsi, fece un inchino.
«Oh, se fossero miei... Dello stato, batjuška! Ma chi è questa persona che è con voi?», disse, ficcando i soldi in una scatoletta che stava vicino a lui, e guardando dritto verso Volodja.
«Questi è mio fratello, è venuto dal corpo. Siamo per l'appunto venuti da voi per sapere dov'è il reggimento».
«Sedetevi, signori», disse, alzandosi ed entrando nella tenda, senza prestare attenzione agli ospiti. «Volete bere? Va bene del porter?», disse da lì.
«Volentieri, Vasilij Michajlyè!».
Volodja era stato colpito dalla nobiltà dell'ufficiale del convoglio, dalle sue maniere sprezzanti e dalla considerazione con la quale suo fratello gli si rivolgeva. «Dev'essere certamente un ufficiale molto importante da loro, uno che tutti rispettano: di certo una persona molto semplice, molto coraggiosa e ospitale», pensò, sedendosi con modestia e timidezza sul divano.
«Allora, dove si trova il nostro reggimento?», chiese al di qua della tenda il fratello maggiore.
«Che cosa?».
Egli ripeté la domanda.
«Proprio ora è stato da me Zejfer: mi ha riferito che ieri sono passati al quinto bastione».
«Sul serio?»
«Se ve lo dico io, vuol dire che è vero; ma, del resto, il diavolo lo sa! Quello, anche a mentire non ci sta a pensare due volte. Allora, bevete del porter?», disse l'ufficiale del convoglio, sempre dalla tenda.
«Sì, grazie», disse Kozel'cov.
«Anche voi desiderate bere, Osip Ignatyè?», continuò la voce nella tenda, rivolta evidentemente al procuratore che dormiva. «Smettete di dormire: sono già le otto».
«Come osate importunarmi! Non sto dormendo», rispose una vocina fiacca ed esile, pronunciando scorrettamente, in modo buffo, le l e le r.
«Su, alzatevi: mi annoio senza di voi».
E l'ufficiale del convoglio tornò dagli ospiti.
«Dammi del porter, di Simferopol'!», gridò.
Un attendente dal viso pieno d'orgoglio, così parve a Volodja, entrò nella baracca e da sotto di lui, addirittura urtando l'ufficiale, prese il porter.
«Sì, batjuška», disse l'ufficiale del convoglio, riempiendo i bicchieri, «ora da noi c'è un nuovo comandante di reggimento. Servono quattrini, tutti se ne procurano».
«Ma questo, io penso, sarà proprio speciale, della nuova generazione», disse Kozel'cov, prendendo in mano con garbo il bicchiere.
«Sì, la nuova generazione! Sarà un tale taccagno. Quando comandava il battaglione, come gridava; adesso invece la musica è diversa. Non si può, batjuška».
«È vero».
Il fratello minore non capiva nulla di quello che dicevano, ma gli sembrava vagamente che suo fratello non dicesse ciò che pensava, ma che parlasse quasi solamente perché beveva il porter di quell'ufficiale.
La bottiglia di porter era stata già scolata e la conversazione continuò abbastanza a lungo nel medesimo tono, finché i lembi della tenda si aprirono e da essa spuntò fuori un uomo non alto, fresco, vestito con un caffettano di raso turchino con i fiocchi, e con un berretto con l'orlo rosso e la coccarda. Uscì lisciandosi i baffetti neri e, guardando il tappeto chissà dove, rispose agli inchini degli ufficiali con un movimento della spalla appena percettibile.
«Danne un po' anche a me, che mi bevo un bicchierino!», disse, sedendosi vicino al tavolo. «Allora, giovanotto, voi siete di Pietroburgo?», disse, rivolgendosi cortesemente a Volodja.
«Sissignore, sono diretto a Sebastopoli».
«Vi siete arruolato volontario?»
«Sissignore».
«Ma che voglia, signori, io proprio non riesco a capirlo!», continuò il procuratore. «Io, per esempio, adesso sarei disposto ad andarmene a piedi a Pietroburgo, se mi lasciassero. Mi ha disgustato, per Dio, questa vita da cani!»
«Ma che cosa non vi piace, qui?», disse il Kozel'cov maggiore, rivolgendosi a lui. «Come se qui non poteste vivere!».
Il procuratore gli lanciò un'occhiata e si voltò.
«Questo pericolo ("Ma di quale pericolo parla, se se ne sta seduto alla Severnaja", pensò Kozel'cov), le privazioni, non si trova nulla», continuò, sempre rivolto a Volodja. «Ma che voglia avete, signori, io non lo capisco proprio! Almeno ci fossero dei vantaggi, in questo caso sì. Ma vi piacerebbe, alla vostra età, restare mutilati per tutta la vita?»
«Ad alcuni sono necessari i proventi, c'è chi serve per l'onore», di nuovo si intromise il Kozel'cov maggiore con voce stizzosa.
«Ma quale onore, se non vale niente!», disse il procuratore, ridendo sdegnosamente, rivolto all'ufficiale del convoglio che si era anche lui messo a ridere sentendo queste parole. «Accendi la Luèija: ascoltiamola un po'», disse, indicando la scatoletta della musica, «l'adoro...».
«Allora, è una brava persona, questo Vasilij Michajlyè?», chiese Volodja al fratello quando erano già usciti dalla baracca, sul far della sera, e avevano ripreso il cammino verso Sebastopoli.
«Niente da dire, ma è un tale taccagno, terribile! Ecco, come minimo si prende trecento rubli al mese! Ma vive come un maiale, l'hai visto. Però quel procuratore proprio non lo posso soffrire, un giorno o l'altro lo piglio a pugni. Questa canaglia dalla Turchia si è portato dodicimila...». E Kozel'cov cominciò a dilungarsi sullo strozzinaggio, un po' (a dire il vero) con quella particolare rabbia dell'uomo che giudica lo strozzinaggio non per quello che è, e cioè un male, ma per ciò che lo irrita, cioè le persone che se ne avvantaggiano.

X


Non che Volodja non fosse nel giusto stato d'animo quando, sul far della notte, si avvicinava al grande ponte che attraversava la baia, e tuttavia provava un certo peso sul cuore. Tutto ciò che vedeva e udiva era così poco conforme alle sue precedenti impressioni, non lontane: la sala degli esami di parquet, luminosa, grande, le voci allegre, bonarie e il riso dei compagni, la nuova uniforme, l'amato zar, che si era abituato a vedere per sette anni e che, accomiatandosi da loro in lacrime, li chiamava suoi figli; tutto ciò che vedeva era così poco somigliante ai suoi sogni straordinari, lieti e generosi.
«Eccoci arrivati dunque!», disse il fratello maggiore, quand'essi, giunti alla batteria Michajlovskaja, scesero dalla carrozza. «Se ci faranno passare sul ponte, allora andremo alle caserme Nikolaevskie. Tu resterai là fino al mattino, io invece andrò al reggimento, mi informerò su dove sia la tua batteria, e domani verrò da te».
«Ma perché? Sarà meglio andare insieme», disse Volodja. «Verrò anch'io con te al bastione. Ormai è lo stesso: bisogna abituarsi. Se ci vai tu, posso venirci anch'io».
«È meglio che tu non venga».
«No, per favore, almeno saprò come...».
«Il mio consiglio è di non venire, ma se proprio vuoi...».
Il cielo era sereno e scuro; le stelle e i fuochi delle bombe e degli spari, in continuo movimento, già splendevano vivi nell'oscurità. Nel buio si stagliavano le grosse costruzioni delle batterie e l'inizio del ponte. Ad ogni secondo, letteralmente, sempre più fragorosi e distinti scuotevano l'aria alcuni spari di cannone ed esplosioni, in rapida successione o contemporaneamente. Sotto questo frastuono, come se gli facesse da eco, si udiva il mormorio cupo della baia. I fratelli giunsero al ponte. Un volontario imbracciò goffamente il fucile e gridò:
«Chi va là?»
«Un soldato!»
«Non ho ricevuto l'ordine di far passare!»
«Ma come! Dobbiamo assolutamente passare».
«Domandate all'ufficiale».
Un ufficiale, che sonnecchiava seduto sull'ancora, si alzò e ordinò di lasciarli passare.
«In questa direzione si può, tornare indietro invece no. Ma come fanno a entrare tutti insieme!», gridò ai carri del reggimento, stracarichi di canestri, che si erano ammassati all'ingresso.
Scendendo al primo pontone, i fratelli si scontrarono con alcuni soldati che, discorrendo a voce alta, venivano dall'altra parte.
«Se ha ricevuto i soldi per l'equipaggiamento, significa che è proprio in pari, ecco che cosa...».
«Ehi, fratelli!», disse un'altra voce. «Appena sarai arrivato alla Severnaja, vedrai la luce, oh Dio! Tutta un'altra aria».
«Non dirne più!», disse il primo. «Alcuni giorni fa se ne è volata qui una maledetta, ha troncato le gambe a due marinai, perciò è meglio che te ne stia zitto».
I fratelli passarono il primo pontone, aspettando il carro, e si fermarono sul secondo, che in alcuni punti era già allagato. Il vento, che sul campo sembrava debole, ora era molto forte e impetuoso; il ponte vacillava e le onde, urtando con fragore le travi e rompendosi contro le ancore e le funi, inondavano le tavole. A destra il mare infuriava e nereggiava, cupo e ostile, separandosi, con una dritta linea nera infinita, dall'orizzonte stellato, di colore argenteo; in lontananza, da qualche parte, rilucevano i fuochi della flotta nemica. A sinistra nereggiava la scura mole di una nostra nave, e si udivano i colpi delle onde che la urtavano sui fianchi; si vedeva un'imbarcazione che, rumorosa e veloce, giungeva dalla Severnaja. Il fuoco di una bomba esplosale vicino illuminò per un istante i gabbioni ammassati sul ponte, due persone, che stavano in cima, la bianca schiuma e gli schizzi delle onde verdastre, infrante dalla barca. All'estremità del ponte sedeva, con le gambe penzolanti nell'acqua, un marinaio in camicia, che tagliava in fretta qualcosa. Davanti, sopra Sebastopoli, arrivavano i medesimi fuochi, e sempre più intensi giungevano suoni terribili. Un'onda, gonfiatasi dal mare, si abbatté sul lato destro del ponte e bagnò le gambe a Volodja; due soldati, sguazzando nell'acqua con i piedi, gli passarono accanto. Qualcosa d'un tratto illuminò con fragore il ponte dalla parte anteriore, un carro che vi si muoveva, un messaggero a cavallo, e le schegge caddero in acqua sollevando schizzi e sibilando.
«Oh, Michail Semenyè!», disse il messaggero, fermando il cavallo davanti a Kozel'cov. «Allora, siete già guarito del tutto?»
«Come vedete. Dove vi porta il destino?»
«Alla Severnaja, a prendere cartucce; ecco, ora sono al posto dell'aiutante di reggimento... aspettiamo un attacco di ora in ora, e in tutto non ci sono nemmeno cinque cartucce. Ottime disposizioni!».
«Ma dov'è Marcov?»
«Ieri è rimasto senza una gamba... in città, stava dormendo nella sua stanza... forse lo troverete, si trova al posto di medicazione».
«Il reggimento è al quinto, non è vero?»
«Sì, hanno preso il posto del M... Fate un salto al posto di medicazione: i nostri sono là, vi accompagneranno».
«E il mio appartamento alla Morskaja è intatto?»
«Eh, batjuška! Le bombe l'hanno distrutto completamente da un pezzo. Ora non riconoscerete Sebastopoli; di donne nemmeno l'ombra, non ci sono né trattorie, né l'orchestra; ieri l'ultimo negozio si è trasferito. Adesso è diventata tremendamente triste... Addio!».
E l'ufficiale proseguì al trotto.
All'improvviso Volodja provò una paura terribile: aveva sempre l'impressione che in quel momento sarebbe volato lì un proiettile o una scheggia e che lo avrebbe colpito dritto al capo. Quell'umida oscurità, tutti quei rumori, in particolare lo sciabordio borbottante delle onde, tutto pareva volergli dire che non sarebbe andato oltre, che ormai non lo attendeva nulla di buono, che il suo piede non avrebbe più calpestato il suolo russo da quella parte della baia, così che avrebbe voluto voltarsi immediatamente e fuggire da qualche parte, il più lontano possibile da questo luogo terribile di morte. «Ma forse è troppo tardi, tutto è già deciso ora», pensò rabbrividendo in parte a questo pensiero, in parte perché l'acqua era passata attraverso gli stivali e gli aveva bagnato i piedi. Volodja sospirò profondamente e si scostò un po' di lato dal fratello.
«Signore! Possibile che uccidano me, proprio me? Signore, abbi pietà di me!», disse sussurrando e si fece il segno della croce.
«Su, Volodja, andiamo», disse il fratello maggiore quando la carrozza giunse sul ponte. «Hai visto la bomba?».
Sul ponte i fratelli incontrarono dei carri con feriti, con gabbioni, un carro con mobili, guidato da una donna. Da quel lato nessuno li trattenne.
Appoggiandosi istintivamente alla parete della batteria Nikolaevskaja, i fratelli, in silenzio, ascoltando con attenzione i rumori delle bombe che già scoppiavano sulle loro teste e lo stridore delle schegge che cadevano dall'alto, giunsero a quel punto della batteria dove c'era un'immagine sacra. Qui vennero a sapere che la quinta compagnia leggeri, alla quale Volodja era stato assegnato, si trovava alla Korabel'naja, e decisero insieme, nonostante il pericolo, di andare a pernottare dal fratello maggiore al quinto bastione, e di recarsi da lì, il giorno seguente, alla batteria. Dopo aver svoltato nel corridoio, camminando tra le gambe di soldati addormentati, sdraiati lungo tutta la parete della batteria, alla fine giunsero all'infermeria.

XI


Entrando nella prima stanza, nella quale erano state approntate delle cuccette dov'erano adagiati i feriti, e impregnata di questo pesante puzzo di ospedale, terribilmente ributtante, incontrarono due infermiere che uscivano loro incontro.
La prima, una donna sui cinquant'anni, con gli occhi neri e un'espressione severa in viso, portava bende e filacce e impartiva comandi ad un giovane assistente che la seguiva; l'altra, una ragazza molto graziosa, di vent'anni, con un pallido e tenero visino bianco, che guardava con una certa particolare benignità e impotenza da sotto la bianca cuffietta che le ricopriva il viso, camminava con le mani nelle tasche del grembiule, la testa abbassata, accanto alla più anziana, e sembrava timorosa di restarle indietro.
Kozel'cov si rivolse loro domandando se sapessero dove fosse Marcov, al quale il giorno precedente era stata amputata una gamba.
«Non è per caso del reggimento P.?», chiese la più vecchia. «È forse un vostro parente?»
«No, un compagno».
«Hmm! Accompagnateli», disse alla giovane sorella in francese, «ecco, da questa parte», e si recò in persona con l'assistente dal ferito.
«Andiamo, che cosa stai guardando!», disse Kozel'cov a Volodja che, sollevate le sopracciglia, con una smorfia di sofferenza, non poteva fare a meno di guardare i feriti. «Andiamo».
Volodja andò con il fratello, ma continuò a guardarsi intorno ripetendosi inconsciamente: «Oh, mio Dio! Oh, mio Dio!»
«Certamente siete qui da poco», chiese la giovane sorella a Kozel'cov, indicando Volodja il quale, gemendo e sospirando, li seguiva lungo tutto il corridoio.
«È appena arrivato».
La sorella carina guardò verso Volodja e di colpo si mise a piangere.
«Dio mio, Dio mio! Quando finirà tutto questo!», disse con disperazione.
Entrarono nella corsia degli ufficiali. Marcov giaceva supino, con le braccia muscolose, nude fino ai gomiti, gettate dietro la testa, e con l'espressione, sul volto giallo, di chi stringe i denti per non gridare dal dolore. La gamba sana, nella calza, sporgeva da sotto la coperta, e si vedeva come egli convulsamente agitasse le dita.
«Allora, come va?», chiese la sorella, sollevandogli la testa un po' calva e sistemando il cuscino con le sue ditine sottili, tenere, su uno dei quali Volodja aveva notato un anellino d'oro. «Guardate, sono venuti i vostri amici a trovarvi».
«Provo dolore, si capisce», disse con rabbia. «State ferme! Sto bene così», e le dita, nella calza, si mossero più rapidamente. «Salute! Come vi chiamate, scusatemi», disse rivolto a Kozel'cov. «Ah, sì, scusa, qui si dimentica ogni cosa», disse quando questi gli ebbe riferito il proprio cognome. «Abbiamo abitato insieme», aggiunse senza alcuna espressione di piacere, guardando interrogativamente Volodja.
«Questo è mio fratello, è arrivato ora da Pietroburgo».
«Hmm! Io invece ho fatto il servizio completo», disse accigliandosi. «Ah, come fa male!... Sarebbe meglio morire subito».
Sollevò la gamba e borbottando qualcosa si coprì il volto con le mani.
«Bisogna lasciarlo solo», disse sussurrando l'infermiera, con le lacrime agli occhi, «ormai sta molto male».
I fratelli, quand'erano ancora alla Severnaja, avevano deciso di recarsi insieme al quinto bastione; ma, uscendo dalla batteria Nikolaevskaja, fu come se si fossero messi d'accordo di non esporsi inutilmente al pericolo e di separarsi.
«Solo, come farai a trovarla, Volodja?», disse il maggiore. «Del resto, ti accompagnerà Nikolaev alla Korabel'ánaja, io andrò da solo e domani sarò da te».
In quest'ultimo commiato i due fratelli non si dissero più nulla.

XII


Il rombo dei cannoni continuava con la stessa intensità, ma la via Ekaterinskaja, per la quale procedeva Volodja, seguito da Nikolaev, era completamente deserta e tranquilla. Nell'oscurità vedeva soltanto l'ampia via, con le mura bianche delle grandi case, diroccate in molti punti, e il marciapiede di pietra sul quale camminava; raramente si incontravano soldati e ufficiali. Passando dal lato sinistro vicino all'ammiragliato, alla luce di un fuoco vivo che ardeva dietro ad un muro, vedeva le acacie piantate lungo la strada, sostenute da puntelli verdi e con le foglie striminzite e polverose. Udiva chiaramente i propri passi e quelli di Nikolaev, che respirava affannosamente dietro di lui. Non pensava a nulla: la graziosa infermiera, il piede di Marcov con le dita che si muovevano nella calza, le tenebre, le bombe e diverse immagini di morte affioravano confusamente alla sua immaginazione. Tutta la sua giovane indole impressionabile si era contratta e soffriva, consapevole della propria solitudine e dell'indifferenza generale alla sua sorte, nel momento in cui si trovava ad affrontare il pericolo. «Mi uccideranno, soffrirò, patirò, e nessuno si metterà a piangere!». E tutto questo si sostituiva alla vita eroica e piena di energia e di passione che egli tanto baldanzosamente aveva sognato. Le bombe scoppiavano e fischiavano sempre più vicine, Nikolaev sospirava più profondamente senza interrompere il silenzio. Attraversando il ponte Malyj Korabel'nyj, vide che qualcosa, fischiando, era volato nella baia non lontano da lui, in un attimo aveva illuminato le onde color lilla, era sparito e quindi si era sollevato da lì schizzando.
«Guarda, non è esplosa!», disse Nikolaev.
«Sì», rispose involontariamente con una voce piuttosto esile e acuta che non si aspettava.
Si incontravano barelle con feriti, ancora carri del reggimento carichi di gabbioni; incontrarono un reggimento alla Korabel'naja; alcuni messaggeri a cavallo passavano loro davanti. Uno di essi era un ufficiale con un cavallo cosacco. Cavalcava al trotto ma, visto Volodja, fermò il cavallo per un istante davanti a lui, lo guardò in faccia, si voltò e andò via, frustando il cavallo. «Solo, solo! Non importa a nessuno se io viva oppure no», pensò con orrore il povero giovane, e avrebbe voluto mettersi a piangere per davvero.
Salito sul monte, costeggiando un alto muro bianco, entrò in una via di case basse, ridotte a macerie, di continuo illuminate dalle bombe. Una donna ubriaca, con le vesti lacere, uscendo con un marinaio da una porticina, lo urtò.
«Perché, se fosse una persona per bene», borbottò, «pardon, vostra signoria ufficiale!».
Il cuore doleva sempre di più al povero giovane; ma al nero orizzonte sempre più spesso infuriavano i lampi, e le bombe sempre più di frequente fischiavano e scoppiavano vicino a lui. Nikolaev trasse un respiro profondo e d'un tratto cominciò a parlare con una voce che sembrò a Volodja quella di un morto.
«Ecco, siamo tutti venuti in fretta fin qua dalla provincia. Andare e andare, c'è da sbrigarsi. Ma che signori furbi, appena sono leggermente feriti se ne stanno all'ospedale. Così va bene, meglio non si può».
«Chissà se mio fratello è ancora sano», rispose Volodja, sperando di soffocare, magari con la conversazione, il sentimento che lo dominava.
«Sano! Ma di quale salute andate parlando, se è tutto malato! Sia quelli che sono malati per davvero, sia i furbi, vivono all'ospedale in questo momento. Non c'è mica da stare allegri qui! Perderà una mano, ecco tutto. Ti può capitare da un momento all'altro! Ma qui in città non è come sul bastione! Cammini per strada e ti viene da recitare continuamente le preghiere. Ti viene addosso una di queste maledette e... puff!», aggiunse rivolgendo l'attenzione al rumore di una scheggia che era passata vicino ronzando. «Ecco, adesso», continuò Nikolaev, «mi ha ordinato di accompagnare vostra signoria. Questo è compito nostro, si sa: bisogna fare ciò che è stato ordinato; ma ecco, la cosa più importante è che hanno affidato il carro a un soldatino qualunque, e i nodi dei bagagli sono stati sciolti. Va', va'; Nikolaev è responsabile, se andrà perso qualcosa».
Procedendo ancora per alcuni passi uscirono sulla piazza. Nikolaev taceva e sospirava.
«Ecco, da quella parte è la vostra artiglieria, vostra signoria!», disse all'improvviso. «Chiedete alla sentinella, ve la indicherà». E Volodja, compiuti alcuni metri in avanti, non udì più il suono dei sospiri di Nikolaev dietro di sé. Ad un tratto si sentì del tutto e definitivamente solo. Questo senso di solitudine nel pericolo, di fronte alla morte, gli sembrava pesare sul cuore come una pietra terribilmente pesante e gelida. Si fermò nel centro della piazza, si guardò intorno, per vedere se qualcuno lo notasse, si mise le mani nei capelli e con terrore disse fra sé: «Signore! Forse sono un vigliacco, un infame, ripugnante, insignificante vigliacco. Forse non posso morire con onore per la patria, per lo zar, per il quale così di recente sognavo di cadere? No! Sono una creatura disgraziata, spregevole!». E Volodja, con un autentico senso di disperazione e di delusione per se stesso, chiese alla sentinella di indicargli la casa del comandante di batteria e vi si diresse.

XIII


L'abitazione del comandante di batteria, che la sentinella gli aveva indicato, era una casetta non grande a due piani con ingresso dal cortile. Ad una delle finestre, ricoperta di carta, splendeva il debole fuocherello di una candela. L'attendente sedeva sotto il portico d'entrata e fumava la pipa. Andò a riferire al comandante del battaglione e introdusse Volodja nella camera. Qui, tra due finestre, sotto uno specchio rotto, stava un tavolo, riempito da carte dello stato, alcuni seggiolini ed una branda di ferro con lenzuola pulite e vicino un piccolo tappetino.
Proprio accanto alla porta stava in piedi un bell'uomo dai baffi folti, un maresciallo, con daga e mantello, sul quale erano appese la croce e una medaglia ungherese. Al centro della stanza camminava su e giù un tenente basso di statura, di quarant'anni, con una fasciatura sulla guancia gonfia, avvolto in un vecchio cappotto sottile.
Volodja pronunciò la frase imparata a memoria, entrando nella stanza: «Ho l'onore di presentarmi, assegnato al quinto leggeri, aspirante Kozel'cov secondo».
Il comandante di batteria rispose freddamente al saluto e, senza porgergli la mano, lo invitò a sedersi.
Volodja si sedette timidamente sulla sedia accanto alla scrivania e con le dita si mise a toccare le forbici che gli erano capitate fra le mani, mentre il comandante di batteria, con le braccia dietro la schiena e il capo chino, gettando solo di tanto in tanto lo sguardo sulle mani che rivoltavano le forbici, continuava a passeggiare per la stanza in silenzio con l'aria di uno che cercasse di ricordare qualcosa.
Il comandante di batteria era un uomo piuttosto grasso, con un'ampia calvizie sul cocuzzolo, folti baffi, lasciati crescere fino a coprire la bocca, e grandi, graziosi occhi castani. Le sue mani erano belle, pulite e grassocce; i piedini, molto rivolti in fuori, procedevano con una certa sicurezza e vanteria, provando così che il comandante di batteria non era una persona timida.
«Sì», disse fermandosi di fronte al maresciallo, «da domani bisognerà aggiungere ancora un garnec ai cavalli che trasportano le munizioni, altrimenti diventeranno troppo magri. Che ne pensi?»
«Certo che si può aggiungere, vostra eccellenza! Ora l'avena costa sempre di meno», rispose il maresciallo, muovendo le dita delle mani, che teneva sull'attenti, ma che evidentemente amavano accompagnare la conversazione con gesti.
«E il nostro foraggiere Franšèuk ancora ieri mi ha inviato dal carriaggio un biglietto, vostra eminenza, dicendo che dovremo per forza comprare là l'avena, dicono che sia a buon mercato; allora, che disposizioni date?»
«Che aspettate dunque, acquistate: i soldi ci sono». E il comandante di batteria si rimise a passeggiare per la stanza. «Ma dove sono i vostri bagagli?», chiese all'improvviso a Volodja, fermandosi di fronte a lui.
Il pensiero di essere un vigliacco aveva avuto il sopravvento sul povero Volodja, ed egli, in ogni sguardo, in ogni parola, leggeva del disprezzo rivolto verso di sé, come verso un vile codardo. Gli sembrò che il comandante di batteria avesse già penetrato il suo segreto e che lo canzonasse. Egli, confusosi, rispose che i suoi bagagli erano alla Grafskaja, e che suo fratello gli aveva promesso di farglieli avere l'indomani.
Ma il tenente colonnello non stette ad ascoltarlo e, rivolto al maresciallo, domandò: «Dove dobbiamo sistemare l'aspirante?»
«L'aspirante?», chiese il maresciallo, confondendo ancora di più Volodja con una rapida occhiata, gettata su di lui, come se con questa volesse chiedere: «Ma che aspirante è mai questo, e vale forse la pena di sistemarlo da qualche parte?». «Ma sì, sotto, vostra eccellenza, dal tenente possono alloggiare lor signori», continuò dopo aver pensato: «Ora il tenente è al bastione, così la sua branda resta libera».
«Bene, vi sembra una sistemazione comoda per il momento?», disse il comandante di batteria. «Immagino che siate stanco, ma domani vi sistemeremo meglio».
Volodja si alzò e fece un inchino.
«Non volete del tè?», domandò il comandante di batteria, quando Volodja già si stava avvicinando alla porta. «Possiamo far preparare il samovar».
Volodja si inchinò e uscì. L'attendente del reggimento lo accompagnò di sotto e lo fece entrare in una stanza spoglia, lurida, nella quale giacevano in disordine varie cianfrusaglie e un letto di ferro senza lenzuola né coperta. Sul letto dormiva, coperto da un ampio cappotto, un uomo con una camicia rosa. Volodja inizialmente lo scambiò per un soldato.
«Petr Nikolaiè!», esclamò l'attendente, toccando la spalla del dormiente. «Qui dorme l'aspirante... Questo è il nostro junker», aggiunse rivolto all'aspirante.
«Ah, non disturbatevi, prego!», disse Volodja; ma lo junker, un uomo giovane, alto, robusto, con una bella fisionomia, ancorché molto stupida, si alzò dal letto, si gettò il mantello sulle spalle e, evidentemente ancora mezzo addormentato, uscì dalla stanza.
«Non importa, posso sdraiarmi fuori», borbottò.

XIV


Rimasto solo con i propri pensieri, Volodja per prima cosa provò un senso di fastidio verso quello stato confuso, triste, nel quale versava la sua anima. Avrebbe voluto addormentarsi e dimenticare tutto ciò che lo circondava, ma, soprattutto, se stesso. Spense la candelina, si sdraiò sul letto e, toltosi il cappotto, si coprì la testa, per sfuggire alla paura del buio che aveva sin dalla fanciullezza. Ad un tratto gli balenò il pensiero che una bomba sarebbe volata lì, avrebbe sfondato il tetto e lo avrebbe colpito. Si mise ad ascoltare attentamente; proprio sopra la sua testa si udivano i passi del comandante di batteria.
«Del resto, se anche dovesse volare qui», pensò, «prima colpirà di sopra, e poi me; per lo meno, non colpirà solo me». Questo pensiero lo tranquillizzò un po'; riuscì quasi a prendere sonno. «E che cosa accadrebbe, se all'improvviso nella notte i francesi prendessero Sebastopoli e facessero irruzione qui? Con che cosa mi difenderei?». Di nuovo si alzò e cominciò a passeggiare per la stanza. La paura di un effettivo pericolo prevalse su quella misteriosa del buio. A parte la sedia e il samovar non c'era nella stanza nulla di solido. «Sono un vigliacco, un codardo, un vile codardo!», pensò ad un tratto e di nuovo tornò al pesante senso di disprezzo, addirittura di disgusto verso se stesso. Si sdraiò ancora e cercò di non pensarci. Allora le impressioni della giornata affiorarono spontaneamente nella sua immaginazione, mentre perduravano i rumori del bombardamento, che facevano tremare i vetri dell'unica finestra e gli ricordavano di nuovo il pericolo: sognava ora feriti e sangue, ora bombe e schegge, che volavano dentro la stanza, ora l'infermiera carina che lo fasciava, morente, e piangeva su di lui, ora sua madre, che lo accompagnava al capoluogo distrettuale e pregava intensamente, in lacrime, davanti all'icona miracolosa, e di nuovo il sonno gli parve impossibile. Ma all'improvviso lo pervase il pensiero di Dio onnipotente, buono, che può compiere ogni cosa e ascolta ogni preghiera. Si inginocchiò, si fece il segno della croce e congiunse le mani come gli avevano insegnato ancora quand'era fanciullo. Questo gesto d'un tratto lo riportò ad una sensazione piacevole, da tanto tempo dimenticata. «Se bisogna morire, se bisogna che io non viva, fallo, Signore», pensava, «fallo al più presto; ma se sono necessari coraggio, fermezza, che io non ho, dammeli, liberami dalla vergogna e dal disonore, che non posso sopportare, mostrami che cosa devo fare per compiere la Tua volontà».
L'anima infantile, atterrita e mediocre d'un tratto riprese vigore, si rasserenò e vide nuovi orizzonti ampi e luminosi. Stette ancora a lungo a pensare e a provare emozioni in quel breve istante, finché durò quella sensazione, ma presto si addormentò serenamente e senza preoccupazioni, sotto i rumori del crepitio che continuava, del rombo del bombardamento e del tremito dei vetri.
Signore grande! Tu solo hai udito e conosci queste preghiere semplici, ma ferventi e disperate di ignoranza, di pentimento confuso e sofferenza, che Ti sono giunte da questo tremendo luogo di morte, dal generale, che un momento prima pensava alla colazione e alla croce di San Giorgio al collo, ma che sentiva con terrore la Tua vicinanza, fino al soldato sfinito, affamato, coperto di pidocchi, che si gettava lungo disteso sul pavimento della batteria Nikolaevskaja e Ti chiedeva di dargli al più presto ciò che inconsciamente presentiva come ricompensa per le ingiuste sofferenze! Sì, Tu non Ti sei stancato di ascoltare le preghiere dei Tuoi figli, ma sempre mandi loro l'angelo consolatore, che infonde nell'anima la capacità di sopportare, il senso del dovere e il conforto della speranza.

XV


Il maggiore dei Kozel'cov, incontrato per la strada un soldato del suo reggimento, si avviò con lui direttamente al quinto bastione.
«State accostato al muretto, vostra signoria!», disse il soldato.
«Perché mai?»
«Può essere pericoloso, vostra signoria; ecco, vola di traverso», disse il soldato, ascoltando attentamente il suono di una palla sibilante, caduta sulla terra secca da quella parte della strada.
Kozel'cov, senza dar retta al soldato, camminava coraggiosamente al centro della via.
Sempre le stesse erano le strade, sempre gli stessi, anzi più frequenti, i fuochi, i rumori, i gemiti, gli incontri con i feriti, uguali le batterie, i ripari e le trincee, come quand'era stato, in primavera, a Sebastopoli; ma tutto ciò per qualche motivo era ora più triste e insieme più energico, c'erano più brecce nelle case, non c'erano ormai più lumi accesi alle finestre, tranne la casa Kušèin (l'ospedale), non si incontrava neppure una donna, su tutto si stendeva ora non l'impronta precedente di abitudine e di spensieratezza, ma un certo senso di pesante attesa, di stanchezza e di tensione.
Ma ecco già l'ultima trincea, ecco anche la voce di un soldatino del reggimento P., che ha riconosciuto il suo vecchio comandante di compagnia, ecco anche il terzo battaglione, nell'oscurità, stretto al muricciolo, per un istante illuminato dagli spari, e udibile per le voci misurate e per il tintinnio dei fucili.
«Dov'è il comandante del reggimento?», domandò Kozel'cov.
«Nel rifugio, da quelli della marina, vostra signoria!», rispose il soldatino premuroso. «Prego, vi accompagno».
Da una trincea all'altra il soldato condusse Kozel'cov al fossato di una trincea. Nel fossato sedeva un marinaio che fumava la pipa; dietro di lui si vedeva una porta, nella cui fessura si intravvedeva un lume acceso.
«Si può entrare?»
«Ora riferisco», e il marinaio oltrepassò la porta.
Dietro la porta due voci parlavano. «Se la Prussia continuerà a restare neutrale», diceva una voce, «allora anche l'Austria...».
«Ma che Austria», diceva l'altra, «quando i paesi slavi... su, prego».
Kozel'cov non era mai stato prima in quel rifugio. Lo colpì la sua eleganza. Il pavimento era di parquet, piccoli paraventi ricoprivano la porta. Due letti erano alle pareti, all'angolo stava appesa una grande icona della Madre di Dio, e davanti a lei era accesa una piccola lampada rosa. Su uno dei letti dormiva un marinaio, completamente vestito; sull'altro, davanti al tavolo, sul quale c'erano due bottiglie aperte di vino, sedevano chiacchierando il nuovo comandante del reggimento e l'aiutante. Benché Kozel'ácov non fosse affatto un vigliacco e non fosse colpevole né di fronte al governo, né di fronte al comando del reggimento, fu preso da timore, e gli venne la tremarella alla vista del colonnello, che un tempo era stato suo compagno: con tanto orgoglio si era alzato questo colonnello, e con tale atteggiamento lo stava ora ad ascoltare. Inoltre, anche l'aiutante, che sedeva lì, lo confondeva con la sua posa e il suo sguardo, che dicevano: «Io sono solo un amico del comandante del vostro reggimento. Voi non vi presentate a me, e io non posso e non voglio pretendere da parte vostra alcuna riverenza». «Strano», pensò Kozel'ácov guardando il suo comandante, «sono appena sette settimane che ha ricevuto il comando del reggimento, ma come si nota già, in tutto ciò che gli sta attorno, nel suo abbigliamento, nel portamento, nello sguardo, il potere del comandante di reggimento, questo potere basato non solo sugli anni, sull'anzianità di servizio, sull'onore militare, ma anche sulla ricchezza del comandante di reggimento. Un tempo», pensava, «questo stesso Batrišèev non gozzovigliava con noi, non portava alla domenica una camicia di indiana e non mangiava, senza invitare nessuno, le eterne polpette e gli eterni dolcetti? Adesso, invece! Una camicia di tela d'Olanda sporge già dalla finanziera di panno dalle ampie maniche, ha un sigaro da dieci rubli in mano, sul tavolo c'è un Lafitte da sei rubli, tutto questo acquistato a prezzi inverosimili tramite il quartiermastro a Simferopol', e nei suoi occhi quell'espressione di orgoglio freddo, di ricchezza aristocratica, che vi dice: "Anche se sono tuo compagno, per il fatto di essere comandante di batteria della nuova scuola, non dimenticare che hai uno stipendio di sessanta rubli ogni quattro mesi, mentre a me passano tra le mani decine di migliaia di rubli e, credimi, so che saresti disposto a dare metà della tua vita per essere al mio posto"».
«Siete stato a lungo in convalescenza», disse il colonnello a Kozel'cov, guardandolo con freddezza.
«Ero molto malato, signor colonnello, ancora adesso la ferita non si è rimarginata bene».
«Allora siete venuto per niente», disse il colonnello con uno sguardo diffidente verso la robusta figura dell'ufficiale.
«Siete almeno in grado di espletare il vostro servizio?»
«Certamente».
«Ne sono felice. Allora prendete in consegna dall'aspirante Zajcev la nona compagnia, che prima era vostra. Ora riceverete le disposizioni».
«Agli ordini».
«Vogliate mandarmi, quando arriverete, l'aiutante di reggimento», concluse il comandante del reggimento, facendo intuire, con un leggero inchino, che l'udienza era terminata.
Uscendo dal rifugio, Kozel'cov borbottò più volte qualcosa e si strinse nelle spalle, come se avesse un dolore da qualche parte, goffamente e con stizza, e stizza non nei confronti del comandante del reggimento (non c'era motivo), ma come se fosse insoddisfatto di se stesso e di tutto ciò che era intorno a lui. La disciplina e le sue regole, la subordinazione, è gradita, come tutti i rapporti fissati dalle leggi, solamente quando è fondata, oltre che sulla coscienza comune della sua necessità, sulla virtù, riconosciuta da parte dell'inferiore, di una superiorità basata sull'esperienza, sul valor militare o addirittura semplicemente sull'integrità morale; ma quando la disciplina è basata, come spesso accade qui da noi, sulla casualità e sul denaro, essa si tramuta sempre in arroganza da una parte, in invidia nascosta e in rabbia dall'altra e, invece dell'influsso benefico prodotto dall'unione delle masse in un tutt'uno, ottiene l'effetto contrario. L'uomo che non senta dentro di sé la forza di ispirare rispetto con la virtù interiore, istintivamente teme di assomigliare ai subordinati e cerca, dandosi importanza con atteggiamenti esteriori, di allontanare da sé le critiche. I subordinati, vedendo solo questo lato esteriore, che li offende, ritengono, in gran parte a torto, che al di là di esso non ci sia più niente di buono.

XVI


Kozel'cov, prima di recarsi dai suoi ufficiali, andò a salutare la propria compagnia e a vedere dove si trovava. I ripari fatti con argini, i tracciati delle trincee, i cannoni, accanto ai quali passava, addirittura le schegge e le bombe, sulle quali inciampava per la via, tutto ciò, incessantemente illuminato dai fuochi degli spari, gli era ben noto. Tutto ciò gli si era scolpito vivamente nella memoria tre mesi prima, nelle due settimane che aveva trascorso proprio su quel bastione, senza mai uscirne. Sebbene in quel ricordo ci fosse molto di terribile, si mescolava ad esso un certo fascino del passato, ed egli, come se quelle due settimane trascorse là fossero state piacevoli, volentieri ricordava i luoghi e le cose note. La compagnia era schierata lungo il muretto difensivo che portava al sesto bastione.
Kozel'cov entrò nel rifugio lungo, completamente aperto dalla parte dell'ingresso, nel quale gli avevano detto che si trovava la nona compagnia. In tutto il rifugio non c'era letteralmente un posto dove mettere i piedi, talmente era pieno di soldati fin dall'ingresso. Da una parte splendeva una candelina di sego storta, che un soldatino sdraiato reggeva. Un secondo soldatino leggeva sillabando un libro, tenendolo vicino alla medesima candela. Nella penombra fetida del rifugio si vedevano teste sollevate che ascoltavano con interesse il lettore. Il libretto era un abbecedario, ed entrando nel rifugio Kozel'cov udì le seguenti parole:
«Il terrore... della morte è un sen-ti-men-to in-na-to nel-l'u-o-mo».
«Spostatelo dalla candela», disse una voce. «Che bel libro».
«Dio... mio...», continuò il lettore.
Quando Kozel'cov chiese del maresciallo, il lettore tacque, i soldati cominciarono ad agitarsi, a tossire, a soffiarsi il naso, come sempre accade dopo un silenzio forzato; il maresciallo, abbottonandosi la giubba, si alzò vicino al gruppo del lettore e, camminando tra le gambe e sulle gambe di quelli, che non potevano spostarle da nessuna parte, uscì incontro all'ufficiale.
«Salve, fratello! Dunque, questa è tutta la nostra compagnia?».
«Auguriamo salute! Benvenuto, vostra signoria!», rispose il maresciallo, guardando Kozel'cov allegramente e amichevolmente. «Siete guarito, vostra signoria? Grazie a Dio. Ci siamo annoiati senza di voi».
Era evidente ora che nella compagnia volevano bene a Kozel'cov. In fondo al rifugio si udirono delle voci: «È arrivato il vecchio comandante di compagnia, che era stato ferito, Kozel'cov, Michail Semenyè», e così via; alcuni addirittura gli si accostarono, il tamburino lo salutò.
«Salute, Obanèuk!», disse Kozel'cov. «Guarito?». «Salve, ragazzi!», disse poi, alzando la voce.
«Salute!», risuonò nel rifugio.
«Come va, ragazzi?»
«Male, vostra signoria: i francesi hanno la meglio, sparano così forte da dietro le trincee, è un inferno, e non escono allo scoperto».
«Forse, per mia fortuna, Dio concederà che escano sul campo, ragazzi!», disse Kozel'cov. «Non è la prima volta che sono insieme a voi: li massacreremo di nuovo».
«Ce la faremo, vostra signoria!», dissero alcune voci.
«Allora, è proprio audace, sua signoria è un vero eroe!», disse il tamburino ad un altro soldato, non a voce alta, ma in maniera da essere sentito, come se giustificasse davanti a lui le parole del comandante di compagnia, e cercasse di convincerlo che in esse non v'era nulla di esagerato e di inverosimile.
Dai soldatini Kozel'cov passò alla caserma di difesa, a incontrare i suoi compagni ufficiali.

XVII


Nella grande stanza della caserma c'era una gran folla: ufficiali di marina, di artiglieria e di fanteria. Alcuni dormivano, altri discorrevano, seduti sopra una cassa o sull'affusto di un cannone da fortezza; altri ancora, che componevano il gruppo più consistente e rumoroso, dietro un arco, stavano seduti sul pavimento, su due mantelli stesi, bevevano del porter e giocavano a carte.
«Ah! Kozel'cov, Kozel'cov! Che piacere rivederti, bene!... Come va la ferita?», si udì da diverse parti. Anche qui si vedeva che erano affezionati a lui e che si rallegravano del suo ritorno.
Strette le mani ai conoscenti, Kozel'cov si unì al gruppo rumoroso di ufficiali che giocavano a carte, la maggior parte dei quali erano suoi amici. Un bel brunetto magrolino, con un lungo naso sottile e folti baffi che proseguivano sino alle guance, teneva il banco con le belle dita bianche, su una delle quali c'era un grande anello d'oro con uno stemma. Distribuiva le carte in fretta e con noncuranza, evidentemente turbato da qualcosa e desideroso solo di apparire distaccato. Vicino a lui, a destra, giaceva, appoggiato sul gomito, un maggiore canuto, già visibilmente ubriaco che, ostentando impassibilità, puntava cinquanta copechi alla volta e pagava immediatamente. A sinistra se ne stava accoccolato sui calcagni un bell'ufficialetto, dal viso sudato, sorrideva e scherzava forzatamente quando perdeva, rovistava di continuo con una mano nella tasca vuota dei calzoni alla zuava e puntava un grosso marco, ma chiaramente non più denaro contante, cosa che irritava il bel brunetto. Per la stanza, con in mano un mucchietto di assegnati, camminava un ufficiale calvo, con una gigantesca bocca cattiva, magro e pallido, senza baffi, che sempre puntava contanti e vinceva.
Kozel'cov bevve della vodka e si sedette vicino ai giocatori.
«Puntate, Michail Semenyè!», gli disse quello che teneva il banco. «Immagino che avrete portato un sacco di quattrini».
«E dove li dovevo prendere, i soldi? Anzi, gli ultimi li ho spesi in città».
«Ma come! Sicuramente avete spennato qualcuno a Simferopol'».
«Non proprio, a essere sincero», disse Kozel'cov, ma con l'evidente desiderio di non essere creduto, si sbottonò e prese in mano le vecchie carte.
«Tentiamo pure: non si sa mai! Capita anche che un moscerino riesca a fare qualche bel tiro. Solo bisogna bere per prendere coraggio».
E in breve tempo, bevuti ancora tre bicchierini di vodka e alcuni bicchieri di porter, era già completamente nello spirito di tutta la compagnia, cioè nella nebbia, dimentico della realtà, e perse gli ultimi tre rubli.
Sul conto del piccolo ufficiale sudato c'erano centocinquanta rubli. «No, non va», disse, preparando con noncuranza una nuova carta.
«Vogliate pagare», gli disse quello che teneva il banco, smettendo un istante di svolgere il suo compito e guardando verso di lui.
«Permettetemi di mandarveli domani», rispose l'ufficiale sudato, alzandosi e cercando con insistenza nella tasca vuota.
«Hmm!», borbottò quello del banco, e gettando rabbiosamente a destra e a sinistra le carte, finì di spazzare il mazzo.
«Ma così non si può andare avanti», disse dopo aver disposto le carte, «io mi rifiuto. Così non si può, Zachar Ivanyè», aggiunse. «Noi giochiamo a denaro contante, non con biglietti».
«Ma che, forse dubitate di me? Questo è davvero strano!»
«E da chi mi mandate a riscuoterli?», borbottò un maggiore, che in quel momento era particolarmente ubriaco e aveva vinto otto rubli. «Ho già puntato più di venti rubli, ho vinto, ma non mi date niente».
«Ma da dove li tiro fuori i soldi per pagarvi», disse quello che teneva il banco, «se sul tavolo non ce n'è?»
«Non mi interessa saperlo», disse il maggiore alzandosi. «Io gioco con voi, con gente onesta, e non con lui».
L'ufficiale sudato d'un tratto si infuriò.
«Ho detto che pagherò domani: come osate dirmi parole così insolenti?»
«Dico che voglio i soldi! Le persone oneste non si comportano così, ecco tutto!», gridò il maggiore.
«Macché, Fedor Fedoryè!», cominciarono a gridare tutti, trattenendo il maggiore. «Lasciate perdere!».
Ma il maggiore sembrava aspettare solo questo, che gli dicessero di calmarsi, per infuriarsi del tutto. D'un tratto fece un balzo e si gettò barcollando sull'ufficiale sudato.
«Io sarei insolente? Uno che è più anziano di voi, che da venti anni serve il proprio zar, insolente? Ah, tu, giovinastro!», si mise a piagnucolare, animandosi sempre più al suono della propria voce. «Canaglia!».
Ma caliamo subito il sipario su questa scena molto avvilente. Domani, oggi stesso forse, ognuna di queste persone allegramente e con orgoglio andrà incontro alla morte e morirà con fermezza e serenità; ma l'unica consolazione della vita in queste condizioni, che incutono terrore anche nella più fredda immaginazione, condizioni di assenza di tutto ciò che è umano e di ogni speranza di poterne uscire, l'unica consolazione è l'oblio, l'annientamento della coscienza. Nel fondo dell'anima di ognuno è riposta quella nobile scintilla che ne fa un eroe; ma questa scintilla si stancherà di brillare, verrà il momento fatale, e allora divamperà come una fiamma e illuminerà imprese grandiose.

XVIII


Il giorno seguente il bombardamento continuò con la stessa intensità. Alle undici del mattino Volodja Kozel'ácov sedeva nel gruppo di ufficiali di batteria e, riuscito già ad abituarsi un po' a loro, fissava le facce nuove, osservava, faceva domande e raccontava. La conversazione degli ufficiali di batteria, di livello modesto nonostante avesse pretese di competenza, suscitava in lui rispetto e gli piaceva. L'aspetto pudico, ingenuo e bello di Volodja gli attirava la simpatia degli ufficiali. L'ufficiale anziano della batteria, il capitano, uomo non alto, rossiccio, con un ciuffetto e le tempiette lisce, educato secondo le vecchie tradizioni dell'artiglieria, galante con le dame e con un fare da persona colta, interrogava Volodja sulle sue conoscenze di artiglieria, sulle nuove scoperte, irrideva benignamente la sua giovinezza e il bel faccino, e in generale si rivolgeva a lui come un padre al figlio, cosa che a Volodja piaceva molto. Il sottotenente Djadenko, un giovane ufficiale che pronunciava la "o" e aveva un accento ucraino, con un cappotto lacero e i capelli arruffati, benché parlasse a voce molto alta e di continuo cercasse l'occasione per litigare furiosamente su qualsiasi argomento muovendosi con gesti bruschi, piaceva tuttavia a Volodja, che sotto questa rozzezza esteriore non poteva non vedere in lui una bravissima persona, straordinariamente buona. Djadenko non cessava mai di offrire i propri servigi a Volodja, e gli faceva vedere che tutti i cannoni a Sebastopoli non erano stati sistemati a dovere. Solo il tenente Èernovickij, dalle sopracciglia molto sollevate, non piaceva a Volodja, nonostante fosse il più gentile di tutti e indossasse una finanziera abbastanza pulita, non nuova, ma per lo meno accuratamente rammendata, e sfoggiasse una catenina d'oro sul gilet di raso. Gli chiedeva di tutto, che cosa facessero l'imperatore e il ministro della guerra, e gli raccontava con un entusiasmo innaturale le imprese eroiche compiute a Sebastopoli, si lamentava del fatto che così di rado si incontrasse il patriottismo e quali irragionevoli disposizioni venissero date, ecc.; in generale ostentava notevoli conoscenze, ingegno e nobili sentimenti, ma per qualche ragione tutto ciò appariva a Volodja studiato e non naturale. Soprattutto egli notò che gli altri ufficiali quasi non parlavano con Èernovickij. C'era anche lo junker Vlang, che egli il giorno prima aveva svegliato. Non diceva nulla ma, seduto modestamente in un angolino, rideva quando c'era qualcosa di comico, richiamava alla memoria quando gli altri si dimenticavano qualcosa, ordinava di servire vodka e faceva sigarette a tutti gli ufficiali. Le maniere semplici, cortesi di Volodja, che si rivolgeva a lui come ad un ufficiale e non lo comandava a bacchetta come un ragazzino, e l'aspetto piacevole avevano catturato Vlanga, così lo chiamavano i soldati, declinando al femminile il suo cognome, chissà perché; soltanto che lui non distoglieva i suoi grandi occhi buoni e stupidi dal volto del nuovo ufficiale, indovinando e prevenendo tutti i suoi desideri, e per tutto il tempo si trovò in una certa estasi amorosa che gli altri ufficiali naturalmente notarono e presero in giro.
Prima di pranzo il tenente del bastione ottenne il cambio e si unì al loro gruppo. Il tenente Kraut era un ufficiale biondo, bello, coraggioso, con grandi baffi rossicci e basette; parlava perfettamente il russo, ma troppo bene e troppo elegantemente per un russo. Nel servizio e nella vita egli era proprio come nel linguaggio: compiva il servizio ottimamente, era un compagno eccezionale, la persona più affidabile per quanto riguardava il denaro; ma semplicemente, come persona, proprio perché era troppo bravo, gli mancava qualcosa. Come tutti i tedeschi russi, per uno strano contrasto con i tedeschi dagli ideali tedeschi, egli era pratico al massimo grado.
«Ecco che si fa vedere il nostro eroe!», disse il capitano mentre Kraut, sbracciandosi e facendo risuonare gli speroni, entrava allegramente nella stanza. «Che cosa volete, Fridrich Krest'janyè, tè o vodka?»
«Ho già ordinato di portarmi del tè», rispose, «ma un po' di vodka nel frattempo servirà a deliziarmi l'anima. Molto piacere; vogliate volerci bene e compatirci», disse a Volodja che, dopo essersi alzato, gli aveva rivolto un inchino. «Tenente Kraut. Al bastione il sottufficiale di artiglieria mi ha riferito che siete arrivato già da ieri».
«Vi sono molto grato per il vostro letto: vi ho dormito».
«Almeno avete potuto dormire comodamente? Una gamba del letto è rotta; non c'è nessuno che la ripari in questo stato di assedio, bisogna metterci qualcosa sotto».
«Ebbene, è andato bene il turno di guardia?», chiese Djadenko.
«Non è andata male, è toccata solo a Skvorcov, e hanno riparato un affusto. Hanno distrutto la stanga in mille pezzi».
Si alzò in piedi e cominciò a camminare; era chiaro che godeva ancora di quella piacevole sensazione di chi è uscito dal pericolo.
«Allora, Dmitrij Gavrilyè», disse scuotendo il capitano per i gomiti, «come state, batjuška? E la vostra promozione, tutto tace?».
«Non c'è ancora nulla».
«E non ci sarà nulla», prese a dire Djadenko. «Ve l'ho già dimostrato tempo fa».
«Perché non ci sarà?»
«Perché non avete scritto la relazione nel modo giusto».
«Ah, voi siete un attaccabrighe, un attaccabrighe», disse Kraut, sorridendo allegramente, «proprio un ucraino vero e tenace. Allora, ecco, per farvi un dispetto, diventerete tenente».
«No, non lo diventerò».
«Vlang, portatemi la mia pipa e riempitela», si rivolse allo junker, che subito corse con piacere a prendere la pipa. Kraut animò tutti, raccontò del bombardamento, domandò che cosa avessero fatto senza di lui, e chiacchierò con tutti.

XIX


«Ebbene? Vi siete già sistemato da noi?», chiese Kraut a Volodja. «Perdonatemi, come vi chiamate, qual è il vostro patronimico? Da noi, nell'artiglieria, sapete, vige questa consuetudine. Vi siete procurato un cavallo da sella?».
«No», disse Volodja, «non so come fare. L'ho detto al capitano: non ho un cavallo, e non ho nemmeno soldi, finché non ricevo denari per il foraggio e per il viaggio. Vorrei chiedere al comandante di batteria almeno il cavallo, ma temo che non me lo conceda».
«Apollon Sergeiè?», con le labbra produsse un suono che esprimeva un forte dubbio e guardò verso il capitano: «ne dubito!».
«Be', se si rifiuterà, niente di male», disse il capitano; «qui, a dire il vero, non c'è nemmeno bisogno del cavallo, ma si può tuttavia fare un tentativo, ora vado a chiedere».
«Come! Voi non lo conoscete», si intromise Djadenko, «si rifiuterà di dare altre cose, ma a lui no... Scommettiamo?».
«Ormai è risaputo che voi contraddite sempre».
«Contraddico perché sono informato; per altre cose è avaro, ma il cavallo lo darà, perché non gli interessa».
«Come, non gli interessa, quando qui l'avena gli costa otto rubli!», disse Kraut. «È nel suo interesse non tenere cavalli in eccedenza!».
«Chiedete per voi Storno, Vladimir Semenyè», disse Vlang, tornato con la pipa di Kraut, «è un cavallo stupendo».
«Quello con il quale a Soroki siete caduto nel fossato? Eh, Vlanga?», cominciò a sghignazzare il tenente.
«No, ma che cosa andate dicendo, l'avena a otto rubli», continuava a discutere Djadenko, «se nella lista il prezzo era di dieci rubli e mezzo; si capisce, non gli interessa».
«Ma non gli rimarrebbe più nulla! Se un giorno voi diventerete comandante di batteria, allora non li darete i cavalli per andare in città!».
«Quando sarò comandante di batteria, i miei cavalli, batjuška, mangeranno quattro garnèiki d'avena, non farò incetta di entrate, non temete».
«Chi vivrà vedrà», disse il tenente. «Voi riceverete delle entrate, e lui, quando comanderà una batteria, si ficcherà i resti in tasca», aggiunse, indicando Volodja.
«Perché credete, Fridrich Krest'janoviè, che ne approfitterà anche lui?», si intromise Èernovickij. «Forse ha degli averi: perché dunque dovrebbe approfittare?».
«No, io... scusatemi, capitano», disse Volodja, arrossendo fino alle orecchie, «io questo lo ritengo ignobile».
«Eh! Che birichino!», disse Kraut. «Aspettate a raggiungere il grado di capitano, e non lo direte più».
«Ma è lo stesso: io penso solo che, se non sono soldi miei, allora non li posso prendere».
«E io invece vi dirò questo, giovanotto», cominciò con tono più serio il tenente. «Voi forse sapete che quando comandate una batteria, vi avanzano, in tempo di pace, se amministrate bene gli affari, almeno cinquecento rubli; in tempo di guerra sette o ottomila, e solo per i cavalli. Ma va bene. Il comandante di batteria non si immischia nelle vettovaglie dei soldati: da sempre si fa così nell'artiglieria; se voi siete un cattivo amministratore, non vi resterà nulla. Ora: voi dovete spendere, di contro, uno per la ferratura (egli piegò un dito), due per la farmacia (piegò un altro dito), tre per la cancelleria, per i cavalli da tiro si pagano cinquecento rubli, batjuška, e il prezzo statale è di cinquanta, e li pretendono, e con questo fa quattro. Di contro dovete cambiare i colletti ai soldati, per il carbone vi ci vorrà troppo denaro, dovete pagare il vitto agli ufficiali. Se siete comandante di batteria dovete vivere con un certo decoro: avete bisogno anche di una carrozza, e di una pelliccia, e di una cosa, e di una seconda, di una terza, e di una decima... ma perché stare ad elencarle...».
«Ma soprattutto», intervenne il capitano, che aveva taciuto tutto il tempo, «ecco che cosa, Vladimir Semenyè: immaginatevi che uno come me, per esempio, presti servizio per vent'anni a duecento rubli di stipendio in perenne stato di bisogno: come si può non concedergli, per il servizio prestato, di procacciarsi un pezzettino di pane per la vecchiaia, quando i procuratori in una settimana guadagnano decine di migliaia di rubli?».
«Eh! Ecco che cosa!», riprese a dire il tenente. «Non affrettatevi nel dare giudizi, ma rimanete qui e fate il vostro servizio».
Volodja era terribilmente a disagio e si vergognava di aver parlato così avventatamente, borbottò qualcosa e in silenzio continuò ad ascoltare Djadenko che, con grande passione, si era messo a litigare e a dimostrare il contrario.
La discussione fu interrotta dall'arrivo dell'attendente del colonnello, che chiamava per il pranzo.
«E voi ora direte ad Apollon Sergeiè di mettere in tavola del vino», disse Èernovickij al capitano, abbottonandosi. «Ma perché deve essere così tirchio? Ci uccideranno, così non toccherà a nessuno!».
«Diteglielo voi», rispose il capitano.
«Niente affatto, voi siete l'ufficiale superiore: ci vuole ordine in tutto».

XX


La tavola era stata spostata dal muro e ricoperta da una tovaglia sudicia, nella stessa stanza nella quale il giorno prima Volodja si era presentato al colonnello. Il comandante della batteria questa volta gli porse la mano e gli domandò di Pietroburgo e del viaggio.
«Ora, signori, chi beve vodka sia il benvenuto. Gli aspiranti non bevono», aggiunse sorridendo a Volodja.
In generale il comandante di batteria non sembrava più tanto severo come il giorno prima; al contrario, aveva un aspetto da buon padrone di casa ospitale e da compagno più anziano. Ma, ciò nonostante, tutti gli ufficiali, dal vecchio capitano all'attaccabrighe Djadenko, solo da come parlavano, guardando cortesemente negli occhi il comandante, e per come andavano uno dietro l'altro a bere la vodka, tenendosi attaccati alla parete, gli dimostravano un grande rispetto.
Il pranzo consisteva in una grande scodella di minestra, nella quale nuotavano grossi pezzi di carne bovina e un'ingente quantità di pepe e di foglie di lauro, di polpette polacche con mostarda e di kolduny con burro non troppo fresco. Non c'erano tovaglioli, i cucchiai erano di latta e di legno, c'erano due soli bicchieri, e sul tavolo stava una caraffa grigia d'acqua con il collo rotto; il pranzo non fu noioso; la conversazione non languì. All'inizio si parlò della battaglia di Inkerman, alla quale aveva preso parte la batteria e a proposito della quale ciascuno raccontava le proprie impressioni e faceva le proprie considerazioni sulle cause della sconfitta, tacendo quando cominciava a parlare il comandante di batteria; poi la discussione di fatto passò all'insufficienza del calibro dei cannoni leggeri rispetto a quelli nuovi, semplificati, e qui Volodja riuscì a mettere in mostra le proprie conoscenze nel campo dell'artiglieria. Ma la conversazione non si soffermò sulla tremenda situazione attuale a Sebastopoli, come se ognuno pensasse troppo a questo argomento per parlarne ancora. Quanto ai doveri del servizio, che Volodja doveva svolgere, non si fece affatto menzione, con suo grande stupore e dispiacere, come se egli fosse giunto a Sebastopoli solo per parlare di cannoni leggeri e per pranzare dal comandante di batteria. Durante il pranzo, non lontano dalla casa nella quale si trovavano, cadde una bomba. Il pavimento e le mura tremarono, come per un terremoto, e la finestra si coprì di fumo polveroso.
«Questo, credo, non lo vedevate a Pietroburgo, ma qui spesso capitano sorprese di tal genere», disse il comandante di batteria. «Vlang, andate a vedere dove è esplosa».
Vlang andò a vedere e riferì che era volata sulla piazza, e non se ne parlo più.
Proprio prima della fine del pranzo un vecchietto, lo scrivano della batteria, entrò nella stanza con tre buste sigillate e le diede al comandante. «Sono molto importanti, me le ha consegnate ora un cosacco da parte del capo dell'artiglieria». Senza volerlo tutti gli ufficiali guardavano, in attesa impaziente, le dita del comandante di batteria, esperte in quest'azione, mentre rompevano il sigillo della busta ed estraevano il foglio molto importante. «Che cosa può essere?», si chiedevano tutti. Poteva essere l'ordine di andarsene in congedo da Sebastopoli, oppure poteva essere l'invio di tutte le batterie al bastione.
«Di nuovo!», disse il comandante di batteria, scaraventando con rabbia il foglio sul tavolo.
«Di che cosa si tratta, Apollon Sergeiè?», chiese l'ufficiale anziano.
«Hanno bisogno di un ufficiale e di serventi per una batteria di mortai. Qui ho in tutto quattro ufficiali, e i serventi non sono mai al completo», borbottò il comandante di batteria, «e là ne hanno bisogno ancora».
«Eppure bisogna che qualcuno ci vada, signori», disse dopo aver taciuto un po'. «Hanno ordinato che si sia alle sette a Rogatka... mandate il maresciallo! Decidete, signori, a chi tocchi andare!», ripeté.
«Ecco, lui non è ancora stato da nessuna parte», disse Èernovickij, indicando Volodja.
Il comandante di batteria non fornì alcuna risposta.
«Sì, mi piacerebbe», disse Volodja, sentendo un brivido freddo scorrergli lungo la schiena e sul collo.
«No, perché!», interruppe il capitano. «Si capisce, nessuno si opporrebbe, ma anche offrirsi non sta bene; ma forse Apollon Sergeiè ci consentirà di gettare a sorte, come abbiamo fatto quella volta».
Tutti acconsentirono. Kraut tagliò dei pezzettini di carta, li arrotolò e li infilò nel berretto. Il capitano scherzava e anzi decise, in quella occasione, di chiedere del vino al colonnello, per farsi coraggio, come egli disse. Djadenko sedeva cupo, Volodja chissà perché sorrideva, Èernovickij era sicuro che sarebbe toccato a lui, Kraut era del tutto sereno.
Fecero estrarre per primo Volodja. Prese un bigliettino, che era più lungo, ma in quell'istante decise di cambiare, ne prese un altro, più piccolo e più sottile e, dopo averlo srotolato, vi lesse: "andare!".
«Tocca a me», disse sospirando.
«Ebbene, Dio sia con voi. Ricevete subito il battesimo del fuoco», disse il comandante di batteria, guardando con un benevolo sorriso il volto turbato dell'aspirante; «solo, preparatevi in fretta. Vlang verrà con voi come sottufficiale del cannone, perché siate più allegro».

XXI


Vlang era molto soddisfatto della propria nomina, corse a prepararsi con animazione e, vestito, venne ad aiutare Volodja, cercando continuamente di convincerlo a prendere con sé anche la branda, e la pelliccia, e i vecchi Annali della patria, e il bricco a spirito, e altri inutili oggetti. Il capitano consigliò a Volodja di leggersi il Manuale sul tiro del mortaio dall'inizio, e di trascriversi la tavola degli angoli di innalzamento. Volodja si mise immediatamente all'opera e, con sua grande gioia e stupore, notò che, nonostante il sentimento di paura del pericolo e il timore di fare la figura del vigliacco lo turbassero ancora un po', essi erano tuttavia ben lontani dall'intensità del giorno prima. In parte ciò era dovuto all'influsso della giornata e dell'attività, in parte e soprattutto al fatto che la paura, come ogni altro sentimento forte, non può durare a lungo con la medesima forza. In una parola, era riuscito a dominare la propria paura. Alle sette, non appena il sole cominciava a nascondersi dietro la caserma Nikolaevskaja, entrò nella stanza il maresciallo e avvisò che gli uomini erano pronti e attendevano.
«Ho dato a Vlanga la lista. Chiedetegliela, vostra signoria!», disse.
Venti soldati d'artiglieria, armati di daghe, senza equipaggiamento, se ne stavano dietro l'angolo della casa. Volodja giunse insieme allo junker vicino a loro. «Devo fare loro un piccolo discorso o dire soltanto "Salve, ragazzi!", o non dire niente?», pensava. «Ma perché non dire «Salve, ragazzi»? Questo è anzi doveroso». E, coraggiosamente, gridò con la sua vocina sonora: «Salve, ragazzi!». I soldati risposero con allegria: la vocina giovane e fresca era risuonata gradevolmente nelle orecchie di ognuno. Volodja camminava con sicurezza davanti ai soldati e, benché il suo cuore battesse come se egli avesse percorso a tutto fiato alcune verste, la sua camminata era leggera, e il volto sereno. Già avvicinandosi proprio al colle Malachov, salendo sull'altura, notò che Vlang, il quale non era rimasto indietro nemmeno di un passo, e che a casa gli era parso così coraggioso, si metteva continuamente da parte e chinava il capo, come se tutte le bombe e i proiettili, che lì fischiavano con grande frequenza, volassero diritte verso di lui. Alcuni dei soldatini facevano lo stesso e, in generale, gran parte dei volti esprimeva, se non paura, almeno turbamento. Queste circostanze tranquillizzarono e incoraggiarono definitivamente Volodja.
«Eccomi dunque sul colle Malachov, e pensare che me l'ero immaginato così terribile! Anch'io posso procedere senza abbassarmi ai colpi, e sono molto meno vigliacco degli altri! Ma allora non sono un vigliacco?», pensava con piacere e addirittura con un certo autocompiacimento entusiasta.
Eppure questo senso di coraggio e di autocompiacimento fu presto fatto vacillare dallo spettacolo nel quale si imbatté al crepuscolo sulla batteria Kornilovskaja, mentre cercava il comandante del bastione. Quattro marinai, vicino al riparo, tenevano per le gambe e per le braccia il cadavere insanguinato di un uomo senza stivali e cappotto, lo facevano dondolare, cercando di buttarlo oltre il riparo (il secondo giorno di bombardamento non erano riusciti a rimuovere i cadaveri sui bastioni e li avevano gettati dentro una fossa, perché non dessero fastidio sulla batteria). Volodja per un istante restò attonito, vedendo come il cadavere avesse cozzato contro la cima del riparo, e poi, da lì, fosse rotolato lentamente nel fossato; ma, per sua fortuna, gli venne incontro in quel momento il comandante del bastione, gli diede gli ordini e gli fornì una guida per condurlo alla batteria e al rifugio assegnato al personale di servizio. Non starò a raccontare quante paure, pericoli e delusioni provò il nostro eroe quella sera: come, al posto di tali armamenti, che aveva visto sul campo Volokovo, in perfette condizioni di precisione e d'ordine, e che sperava di trovare qui, trovò solo due mortai mezzi rotti, senza alzo, uno dei quali era stato sfondato alla canna da una palla, mentre l'altro era situato sui frammenti di una piattaforma demolita; notò che nemmeno una carica era del peso indicato dal Manuale, vide due soldati del suo comando venir feriti e per venti volte fu a un pelo dalla morte. Per fortuna in suo aiuto venne nominato un artigliere della marina, di straordinaria statura, un marinaio, che all'inizio dell'assedio era stato ai mortai e lo aveva convinto della possibilità di utilizzarli ancora, e che lo aveva condotto nella notte con una lanterna per tutto il bastione, giusto come se gli stesse facendo ammirare il proprio orto, e gli aveva promesso di far sistemare ogni cosa per il giorno seguente. Il rifugio in cui lo condusse l'accompagnatore era una fossa scavata su di un fondo pietroso, di due sagene cubiche, oblunga, coperta da gigantesche travi di quercia. Vi si dispose con tutti i suoi soldati. Vlang per primo, non appena vide ad un aršin la bassa porta del rifugio, vi entrò a tutta velocità e, quasi fracassandosi contro il pavimento di pietra, si rannicchiò in un angolo, senza più uscirne. Volodja, invece, quando tutti i soldati si furono disposti lungo il muro sul pavimento, e alcuni ebbero acceso la pipa, piantò il proprio letto in un angolo, accese una candela e, dopo essersi acceso una sigaretta, si sdraiò sulla branda. Sopra il rifugio si udivano incessantemente gli spari, ma non molto rumorosi, a parte quelli di un cannone che era vicino e faceva tremare il rifugio in tal modo che dal soffitto cadeva la terra. Nel rifugio regnava il silenzio; solo i soldati, evitando ancora il nuovo ufficiale, di tanto in tanto si rivolgevano la parola, dicendosi di farsi da parte o chiedendo del fuoco per accendere la pipa; un topo raschiava da qualche parte fra le pietre, e Vlang, che non era ancora del tutto tornato in sé, guardandosi intorno come una bestia selvaggia, emise all'improvviso un gran sospiro. Volodja, sul proprio letto, in un angolino pieno di gente, illuminato da quella sola candelina, provava quel senso di piacere che aveva quando, da ragazzo, giocando a nascondino, si ficcava in un armadio o sotto la gonna della madre e, trattenendo il respiro, ascoltava, aveva paura del buio e nello stesso tempo provava un piacere inconscio. Era un po' ansioso e un po' allegro.

XXII


Dopo dieci minuti i soldati si fecero un po' di coraggio e si misero a chiacchierare. Più vicino al lume e al letto dell'ufficiale stavano le persone più importanti, due sottufficiali: il primo, canuto, vecchio, con tutte le medaglie e le croci, tranne il San Giorgio; l'altro, giovane, uno di quei figli di veterani, che fumava sigarette arrotolate. Il tamburino, come sempre, si assunse l'incarico di servire l'ufficiale. Bombardieri e cavalieri sedevano più vicino, e più in là, nell'ombra vicino all'ingresso, si erano messi i soldati semplici. Anche tra loro cominciò una conversazione. La provocò il rumore di una persona che fece irruzione nel rifugio.
«Allora, fratellino, non sei rimasto seduto sulla strada? Non cantano allegramente le ragazze?», disse una voce.
«Intonano canti talmente strani, non se ne sono mai sentiti di simili in paese», disse, ridendo, quello che era entrato di corsa nel rifugio.
«Ma a Vasin non piacciono le bombe, ah, non gli piacciono proprio!», disse uno dall'angolo aristocratico.
«Macché, quando occorre, allora è tutta un'altra storia», disse la voce flemmatica di Vasin che, quando parlava, faceva star zitti tutti gli altri. «Il ventiquattro hanno fatto fuoco come matti; è che se ti fanno fuori mentre sei al cesso, il comando per questo non ti dice neanche grazie».
A queste parole di Vasin tutti scoppiarono a ridere.
«Ecco Mel'nikov, lui se ne sta sempre seduto fuori», disse qualcuno.
«Ma fatelo venire qui, Mel'nikov», aggiunse il vecchio sottufficiale. «Così lo faranno fuori, per niente».
«Chi è questo Mel'nikov?», domandò Volodja.
«Un soldato molto stupido che sta qui da noi, vostra signoria. Non ha paura di niente, e ora cammina sempre fuori. Guardatelo: assomiglia davvero ad un orso».
«Conosce una formula magica», disse la voce flemmatica di Vasin dall'altro angolo.
Mel'nikov entrò nel rifugio. Era un uomo grasso (cosa molto rara tra i soldati), dai capelli rossicci, rosso in viso, con una gigantesca fronte prominente e occhi sporgenti color azzurro vivo.
«Ma non hai paura delle granate?», gli chiese Volodja.
«Perché bisogna aver paura delle granate?», rispose Mel'nikov, rannicchiandosi e grattandosi. «Le granate non mi uccideranno, ne sono certo».
«Così vorresti viverci là?».
«Certamente, mi piacerebbe. Là ci si diverte!», disse con una risata improvvisa.
«Oh, allora bisogna prenderti per la sortita! Vuoi che lo dica al generale?», disse Volodja, anche se non conosceva là alcun generale.
«E come no! Lo voglio!».
E Mel'nikov si nascose dietro agli altri.
«Ragazzi, giochiamo a noski! Chi ha le carte?», si udì la sua voce frettolosa.
E così, in breve tempo, nell'angolo in fondo cominciò il gioco, si udivano colpi sul naso, risate e partite a briscola. Volodja bevve del tè dal samovar che il tamburino gli aveva preparato, ne offrì ai sottufficiali, scherzò, chiacchierò con loro, desideroso di acquistarsi popolarità e molto contento della stima che gli mostravano. Anche i soldati, notato che il loro capo era una persona affabile, si misero a discorrere. Uno raccontava che presto lo stato d'assedio a Sebastopoli sarebbe dovuto finire, che uno della flotta, persona molto fidata, gli aveva detto che Kistentin, fratello dello zar, stava venendo loro in aiuto con la flotta americana, che presto sarebbero stati stipulati un armistizio e una tregua di due settimane, e che allora per ogni sparo si sarebbero pagati settantacinque copechi di multa.
Vasin, che, come Volodja riuscì a notare, era piccolo, con grandi occhioni buoni e le basette, raccontò all'inizio nel silenzio generale, poi tra le risa, che, tornato a casa in licenza, i suoi inizialmente erano stati contenti per lui, ma poi il padre aveva cominciato a mandarlo al lavoro, e il tenente, ispettore forestale, lo spediva a prendere la moglie con la carrozza. Tutto questo divertiva moltissimo Volodja. Non solo questi non provava la minima paura o scontentezza per l'angustia e il pesante odore del rifugio, ma si sentiva estremamente sereno e soddisfatto. Già molti soldati russavano. Anche Vlang si era disteso sul pavimento, e il vecchio sottufficiale, steso il cappotto, dopo essersi fatto il segno della croce, borbottava le preghiere prima di addormentarsi, quando Volodja decise di uscire dal rifugio per vedere che cosa succedesse fuori.
«Tira indietro le gambe!», cominciarono a gridarsi l'un l'altro i soldati, non appena si fu alzato, e le gambe, ritirandosi, gli fecero strada.
Vlang, che sembrava addormentato, sollevò improvvisamente il capo e afferrò Volodja per il cappotto.
«Macché, non andate, com'è possibile!», cominciò a dire con tono tra il lamentoso e il suadente. «Voi ancora non sapete; là di continuo cadono palle; è meglio qui...».
Ma, nonostante le richieste di Vlang, Volodja uscì dal rifugio e si sedette sulla soglia, sulla quale si era già adagiato, cambiandosi le scarpe, Mel'nikov.
L'aria era pulita e fresca, in particolare dopo essere stati dentro il rifugio, la notte era chiara e serena. Sotto il rumore degli spari si udiva il cigolio delle ruote dei carri, che trasportavano gabbioni, e le voci delle persone che lavoravano alla polveriera. Sopra le loro teste si stagliava l'alto cielo stellato, lungo il quale di continuo correvano le linee infuocate delle granate; a sinistra, ad un aršin di distanza, un piccolo pertugio conduceva ad un altro rifugio, e dentro questa fessura si vedevano le gambe e le schiene dei marinai che vi vivevano, e si sentivano le loro voci ebbre; davanti era visibile l'altura della polveriera, davanti alla quale apparivano figure di persone curve, e sulla quale, proprio in cima, sotto i proiettili e le granate che ininterrottamente giungevano fischiando in quel punto, stava ritta un'alta figura in un paltò nero, con le mani in tasca, la quale con i piedi pestava la terra che alcuni soldati ammucchiavano. Spesso una bomba vi giungeva in volo ed esplodeva molto vicino alla polveriera. I soldati che trasportavano la terra si abbassavano, si spostavano; la nera figura invece rimaneva immobile, calpestava tranquillamente la terra con i piedi, e restava sempre ferma al suo posto nella medesima posizione.
«Chi è quello nero?», chiese Volodja a Mel'nikov.
«Non posso saperlo; vado a vedere».
«Non andare, non occorre».
Ma Mel'nikov, senza ascoltarlo, si alzò, si avvicinò all'uomo nero e per lungo tempo stette accanto a lui con il medesimo atteggiamento indifferente e immobile.
«Si tratta del polveriere, vostra signoria!», disse dopo essere tornato. «La polveriera è stata perforata da una granata, per questo i soldati di fanteria trasportano la terra».
Di tanto in tanto sembrava che le granate volassero dritte verso la porta del rifugio.
Allora Volodja si nascondeva dietro l'angolo e di nuovo si affacciava, guardando in alto, per vedere se ancora volassero da quella parte. Sebbene Vlang alcune volte avesse pregato Volodja di tornare indietro, per tre ore se ne stette seduto sulla soglia, provando un certo piacere nello sfidare il destino e nel seguire il volo delle granate. Verso la fine della sera già sapeva da dove e quanti cannoni sparassero e dove cadessero i proiettili.

XXIII


Il giorno seguente, il ventisette del mese, dopo dieci ore di sonno, Volodja, fresco, vivace, di buon mattino uscì sulla soglia del rifugio. Anche Vlang uscì quasi insieme a lui ma, al primo rumore di pallottola, si gettò a precipizio, facendosi strada con la testa, ruzzoloni, nell'apertura del rifugio, tra le risa generali della maggior parte dei soldati, usciti all'aria aperta. Solo Vasin, il vecchio sottufficiale e alcuni altri uscivano di rado in trincea; gli altri non si potevano trattenere: tutti si riversavano all'aria fresca, mattutina, dal rifugio fetido, e nonostante il bombardamento fosse intenso come il giorno innanzi, si piazzavano chi vicino alla soglia, chi sotto il riparo. Mel'nikov già sul far del giorno passeggiava per la batteria, guardando in aria con indifferenza.
Vicino alla soglia sedevano due vecchi e un giovane soldato ricciuto, di origine ebraica, a giudicare dall'aspetto. Questo soldato, raccolto uno dei proiettili caduti e dopo averlo schiacciato con un coccio su di una pietra, vi ritagliava con un coltello una croce simile a quella di San Giorgio; gli altri, chiacchierando, osservavano il suo lavoro. La croce stava infatti riuscendo molto bene.
«Ma che, se ce ne stiamo ancora un po' qui», diceva uno di loro, «dopo la tregua ce ne andremo tutti in congedo».
«Come! A me in tutto sono rimasti quattro anni prima della pensione, e ora fanno cinque mesi che mi trovo a Sebastopoli».
«Ascolta, questo non conta per la pensione», disse un altro. In quel momento una palla fischiò sopra le loro teste e cadde ad un aršin da Mel'nikov, che si stava avvicinando a loro lungo la trincea.
«Per poco non ha ucciso Mel'nikov», disse uno.
«Non mi ucciderà», rispose Mel'nikov.
«Eccoti la croce al valore per il tuo coraggio», disse il giovane soldato che aveva fatto la croce, porgendola a Mel'nikov.
«No, fratello, qui per tutti un mese conta come un anno, per questo c'è stato un decreto», continuò la conversazione.
«Comunque sia, dopo la pace organizzeranno sicuramente una rassegna dello zar ad Aršava, e anche se non andrò in pensione, ci manderanno in congedo illimitato».
In quel momento un proiettile stridente, rasente, volò proprio sopra le loro teste e urtò su di una pietra.
«Guarda, ancora prima di sera avrai un congedo definitivo», disse uno dei soldati.
E tutti scoppiarono a ridere.
E non solo prima di sera, ma due ore dopo già due di loro avevano ricevuto il congedo definitivo, e cinque erano stati feriti; ma gli altri continuavano a scherzare allo stesso modo.
In effetti, al mattino due mortaietti erano stati messi in condizione di sparare. Alle dieci, per l'ordine ricevuto dal comandante del bastione, Volodja chiamò fuori la squadra e con essa si recò alla batteria. Negli uomini, non appena si furono messi all'opera, non si notava nemmeno un briciolo di quella paura che avevano mostrato il giorno precedente. Solo Vlang non riusciva a dominarsi: si nascondeva e si piegava come sempre, e Vasin aveva perduto la propria calma, si agitava e si acchiocciolava di continuo. Volodja era in preda all'entusiasmo: al pericolo non pensava nemmeno. La gioia di compiere bene il proprio dovere, non solo di non essere un vile, ma addirittura di comportarsi da eroe, il senso del comando e la presenza di venti uomini che, egli lo sapeva bene, lo guardavano con curiosità, gli infondevano un grande coraggio. Si vantava addirittura del suo valore, si pavoneggiava davanti ai soldati, uscì strisciando sul terrapieno e si sbottonò volutamente il cappotto, per farsi notare di più. Il comandante del bastione, che in quel momento passava in rivista la sua proprietà, come la chiamava lui, per quanto in otto mesi si fosse abituato ad ogni genere di coraggio, non poté non ammirare questo bravo giovanotto, con il cappotto sbottonato, sotto al quale spuntava una camicia rossa che cingeva un bianco collo tenero, con il viso e gli occhi infiammati, mentre batteva le mani e impartiva gli ordini con voce stentorea, «Primo! Secondo!», e correva allegramente sul parapetto, per vedere dove cadesse la sua granata. Alle undici e mezza la sparatoria, da entrambe le parti, si placò, e alle dodici precise cominciò l'attacco del colle Malachov, del secondo, terzo e quinto bastione.

XXIV


Da questa parte della baia, tra Inkerman e la fortezza Settentrionale, sulla collina del telegrafo, verso mezzogiorno, stavano due marinai: uno, un ufficiale che guardava con il cannocchiale in direzione di Sebastopoli, e l'altro, che era appena arrivato al grosso picchetto insieme con un cosacco.
Il sole splendeva alto sulla baia, le cui onde, sprigionando un gaio e tiepido luccichio, giocavano con le navi ormeggiate, le barche a vela che si cullavano e le scialuppe. Un leggero venticello muoveva appena le foglie degli arbusti essiccati di quercia vicino al telegrafo, gonfiava le vele delle scialuppe e agitava le onde. Sebastopoli, sempre la stessa, con la sua chiesa non terminata, la sua colonna, il suo lungomare, il suo viale che verdeggiava sul colle e l'elegante edificio della biblioteca, con le sue piccole insenature azzurre, piene di alberi di navi, i pittoreschi archi degli acquedotti e le nuvolette di fumo azzurro di polvere, illuminate di tanto in tanto dalla fiamma rossa degli spari; sempre la stessa bella, festosa e orgogliosa Sebastopoli, da un lato cinta da gialle montagne fumanti, dall'altro da un mare color azzurro vivo, scintillante al sole, appariva da questo lato della baia. All'orizzonte del mare, attraversato dalle strisce di fumo nero di una nave, si snodavano lunghe nuvole bianche che promettevano vento. Lungo tutta la linea di fortificazioni, in particolare lungo i monti del fianco sinistro, quasi all'improvviso, di continuo, con un lampo che a volte risplendeva persino di luce meridiana, spuntavano gomitoli di fitto e denso fumo bianco, si dividevano, assumendo forme diverse, si sollevavano e si tingevano di scuro in cielo. Questi piccoli fumi, apparendo ora qua ora là, si formavano fra i monti, sulle batterie del nemico, in città e in alto nel cielo. I rumori degli scoppi non tacevano mai e, vibrando, scuotevano l'aria...
Verso le dodici i fumi cominciarono ad apparire sempre più raramente, l'aria era sempre meno scossa dalle palle.
«Ma il secondo bastione non risponde più del tutto al fuoco», disse l'ufficiale ussaro, seduto sul cavallo, «è tutto distrutto, terribile!».
«Sì, e anche Malachov ogni tre loro colpi ne manda uno», gli rispose quello che guardava nel binocolo, «mi fa rabbia il fatto che tacciano. Ecco che di nuovo hanno colpito la Kornilovskaja, e quella non risponde affatto».
«Ma guarda che alle dodici, lo dicevo, smettono sempre di bombardare. E anche oggi fanno lo stesso. Sarà meglio che andiamo a fare colazione... ci stanno già aspettando adesso... non serve stare qui a osservare».
«Aspetta, non infastidirmi!», rispose quello che guardava nel binocolo, osservando Sebastopoli con una certa curiosità.
«Che cosa c'è là? Che cosa succede?».
«Un movimento nelle trincee, colonne serrate sono in marcia».
«Si vedono anche così», disse il marinaio, «marciano in colonna. Bisogna dare il segnale».
«Guarda, guarda! Sono usciti dalla trincea».
Infatti si poteva vedere a occhio nudo come le macchie scure si muovessero dal monte attraverso la valle, dalle batterie francesi in direzione dei bastioni. Davanti a queste macchie erano visibili delle strisce scure già vicine alla nostra linea. Sui bastioni divamparono in diversi punti, rincorrendosi, i bianchi fumi degli spari. Il vento portò i rumori degli spari di fucile, fitti come la pioggia che batte sui vetri delle finestre. Le strisce nere si muovevano proprio dentro il fumo, avvicinandosi sempre più. I rumori degli spari, facendosi sempre più intensi, si confondevano in un frastuono continuo, roboante. Il fumo, sollevandosi sempre più fitto, si spargeva velocemente lungo la linea e infine formò un'unica nube viola, che si intrecciava e si strecciava, dentro la quale qua e là balenavano fuochi e punti neri - tutti i rumori si riunirono in un crepitio assordante.
«Attaccano!», disse l'ufficiale, pallido in volto, restituendo al marinaio il cannocchiale.
I cosacchi passarono al galoppo per la strada, gli ufficiali sui cavalli, il comandante supremo sulla carrozza e con il seguito passò davanti a loro. Su ogni volto erano visibili i segni di una grande agitazione e dell'attesa di qualcosa di tremendo.
«Non può essere che l'abbiano preso!», disse l'ufficiale a cavallo.
«Oh, Dio, la bandiera! Guarda! Guarda!», disse l'altro, respirando affannosamente e togliendo gli occhi dal binocolo. «I francesi sono sul Malachov».
«Non è possibile!».

XXV


Il maggiore dei Kozel'cov, che nella notte era riuscito a rifarsi al gioco e a perdere nuovamente tutto, perfino i rubli d'oro ricuciti nel paramano, verso l'alba dormiva ancora di un sonno malsano, pesante ma profondo, nella caserma di difesa del quinto bastione, quando, ripetuto da diverse voci, risuonò il grido fatale:
«Allarme!»
«Perché diamine ve ne state a dormire, Michailo Semenyè! Ci attaccano!», gli gridò la voce di qualcuno.
«Dev'essere qualche scolaretto», disse schiudendo gli occhi e ancora incredulo.
Ma d'un tratto vide un ufficiale che correva senza alcuno scopo apparente da un angolo all'altro, con un volto così pallido, terrorizzato, che capì ogni cosa. Il pensiero che lo potessero considerare un vigliacco, dal momento che non voleva uscire fuori e recarsi alla compagnia nel momento critico, lo colpì tremendamente. Corse a perdifiato verso la compagnia. Gli spari dei cannoni erano finiti; ma il crepitio delle fucilate era nel pieno. I proiettili fischiavano non uno dopo l'altro, come quelli delle carabine, ma a raffiche, come uno stormo di uccelli autunnali in volo sopra la testa. Tutto quel luogo, nel quale il giorno prima stava il suo battaglione, era coperto di fumo, si udivano grida ed esclamazioni confuse. I soldati, feriti e non, gli venivano incontro in massa.
Percorsi di fretta ancora trenta passi, vide la propria compagnia, addossata al muricciolo, e il volto di uno dei suoi soldati, molto pallido, sconvolto. I volti degli altri erano identici.
Il senso di paura si comunicò involontariamente anche a Kozel'cov: un brivido gli corse per la pelle.
«Hanno occupato lo Švarc!», disse un giovane ufficiale cui battevano i denti. «Tutto è perduto!».
«Sciocchezze!», disse adirato Kozel'cov e, volendo farsi coraggio con un gesto, estrasse la sua piccola sciabola di ferro spuntata e gridò: «Avanti, ragazzi! Urrà!».
La voce era sonora e alta; spronò lo stesso Kozel'cov. Corse in avanti lungo la traversa; cinquanta soldati gli corsero dietro gridando. Quando da sotto la traversa uscirono in campo aperto, i proiettili venivano giù come grandine; due lo colpirono, ma non ebbe il tempo per stabilire dove e che cosa gli avessero fatto, se lo avessero contuso o ferito. Davanti, nel fumo, vedeva già le uniformi turchine, i pantaloni rossi e si udivano grida non russe; un francese stava ritto sul riparo, agitava il cappello e urlava qualcosa. Kozel'cov era sicuro che l'avrebbero ucciso; e anche questo gli infondeva coraggio. Correva sempre in avanti. Alcuni soldati lo sorpassarono; altri spuntarono, chissà da dove, al suo fianco, correvano anche loro. Le uniformi turchine rimanevano alla medesima distanza, indietreggiando verso le proprie trincee, ma egli inciampava sui corpi di feriti e uccisi. Quando ebbe raggiunto di corsa il fossato esterno, tutto agli occhi di Kozel'cov si confuse, egli sentì un dolore nel petto e, sedutosi sul terrapieno, con immenso piacere guardò il riparo, osservò le masse di uniformi turchine correre in disordine verso le proprie trincee e vide gli uccisi giacere, su tutto il campo, e i feriti, in braghe rosse e uniformi turchine, strisciare per terra.
Dopo mezz'ora era sdraiato su una barella, vicino alla caserma Nikolaevskaja, e sapeva di essere stato ferito, ma quasi non provava dolore; voleva soltanto bere qualcosa di freddo e stare adagiato più comodamente.
Un dottore piccolo, grasso, con grandi basette si avvicinò a lui e gli slacciò il cappotto. Kozel'cov, al di sotto del mento, osservava quello che il dottore faceva con la sua ferita, e scrutava il suo volto, ma non sentiva alcun dolore. Il dottore coprì la ferita con la camicia, si strofinò le dita sui lembi del paltò, e in silenzio, senza guardare il ferito, andò da un altro. Kozel'cov inconsciamente seguiva con gli occhi ciò che gli capitava davanti. Ricordatosi di ciò che era successo al quinto bastione, con una sensazione straordinariamente gradevole di autocompiacimento pensò di aver compiuto in modo irreprensibile il proprio dovere, di essersi comportato così bene per la prima volta durante tutto il suo servizio, nel miglior modo possibile, e di non potersi rimproverare nulla. Il dottore, fasciando un altro ufficiale ferito, disse qualcosa, indicando Koze'lcov ad un prete con una grande barba rossiccia e la croce, che si trovava lì.
«Dunque, morirò?», chiese Kozel'cov al prete, quando questi gli si fu avvicinato.
Il prete, senza rispondergli, lesse una preghiera e porse la croce al ferito. La morte non spaventava Kozel'cov. Egli afferrò la croce con le mani deboli, la premette sulle labbra e scoppiò in lacrime.
«Ma almeno i francesi sono stati messi in rotta su tutti i fronti?», chiese al prete con fermezza.
«Dovunque la vittoria è nostra», rispose il prete, pronunciando la "o" alla maniera ucraina, senza rivelare al ferito, per non farlo arrabbiare, che sul colle Malachov già sventolava la bandiera francese.
«Grazie a Dio, grazie a Dio», disse il ferito, senza accorgersi delle lacrime che gli scorrevano lungo le guance, e provava un inesprimibile entusiasmo, ritenendo di aver compiuto un'impresa eroica.
Il pensiero del fratello d'un tratto balenò nella sua mente. «Dio gli conceda medesima fortuna», pensò.

XXVI


Ma non attendeva Volodja la medesima sorte. Egli ascoltava il racconto che gli stava facendo Vasin, quando cominciarono a gridare: «Stanno arrivando i francesi!». Il sangue corse immediatamente al cuore di Volodja, ed egli sentì le guance raffreddarsi e impallidire. Per un secondo restò immobile; ma, sbirciatosi intorno, vide i soldati abbottonarsi i cappotti abbastanza tranquillamente e uscire uno dietro l'altro; uno addirittura, Mel'nikov probabilmente, disse: «Andiamo col pane e col sale, ragazzi!».
Volodja, con Vlang, che non gli restava indietro nemmeno di un passo, uscì dal riparo e corse verso la batteria. Non si udivano affatto spari d'artiglieria, né da una parte né dall'altra. Lo pungolava non tanto l'aspetto tranquillo dei soldati, quanto quello di spregevole, manifesta viltà dello junker. «Posso forse comportarmi come lui?», pensò e corse allegramente verso il riparo, vicino al quale si trovavano i suoi piccoli mortai. Vedeva bene che i francesi correvano verso il bastione attraverso il campo aperto e che masse ingenti di loro, con le baionette splendenti al sole, si muovevano nelle trincee più vicine. Uno, piccolo, dalle ampie spalle, con l'uniforme da zuavo e la spada in pugno, avanzava di corsa saltando i fossi. «Sparate con la mitraglia!», gridò Volodja, balzando dal terrapieno; ma i soldati si erano già schierati senza di lui, e il suono metallico della mitraglia, che aveva sparato, fischiò sulla sua testa, dapprima da un mortaio, poi dall'altro. «Primo! Secondo!», comandava Volodja, correndo nel fumo dal primo mortaio al secondo, e del tutto dimentico del pericolo. Da un lato si udiva il crepitio dei fucili della nostra copertura, e grida affannose.
All'improvviso si udì a sinistra un grido raccapricciante di disperazione, ripetuto da alcune voci: «Ci accerchiano! Ci accerchiano!». Volodja guardò in direzione del grido. Venti francesi sbucarono fuori alle sue spalle. Uno di loro, con la barba nera e un fez rosso, un bell'uomo, era davanti a tutti, ma, giunto a venti passi dalla batteria, si fermò, sparò un colpo, e poi riprese a correre in avanti. Per un attimo Volodja rimase come impietrito e non credette ai propri occhi. Quando si riebbe e si guardò intorno, davanti a lui, sul riparo, c'erano uniformi turchine e uno, addirittura, stava inchiodando il cannone. Vicino a lui, oltre Mel'nikov, ucciso da un colpo al suo fianco, e Vlang, che d'un tratto aveva afferrato in mano la stanga di ferro e con un'espressione infuriata sul volto e le pupille abbassate si era scagliato in avanti, non c'era nessuno. «Seguitemi, Vladimir Semenyè! Seguitemi! È finita!», gridò con voce disperata Vlang, agitando la stanga di ferro sui francesi che giungevano alle spalle. La figura furiosa dello junker li fece esitare. Ne colpì uno, che si trovava davanti, sulla testa, altri si fermarono da soli, e Vlang, continuando a guardarsi intorno e a gridare disperatamente: «Dietro di me, Vladimir Semenyè! Che cosa fate lì immobile! Correte!», raggiunse di corsa la trincea, dov'era la nostra fanteria, che sparava sui francesi. Saltato dentro la trincea, ne uscì nuovamente per vedere che cosa facesse il suo amato aspirante. Qualcosa in un cappotto giaceva bocconi al posto dove prima si trovava Volodja, e tutto quello spazio era stato già preso dai francesi che sparavano sui nostri.

XXVII


Vlang trovò la sua batteria alla seconda linea di difesa. Dei venti soldati che erano alla batteria dei mortai se n'erano salvati soltanto otto.
Alle nove della sera Vlang con la batteria su un piroscafo riempito di soldati, cannoni, cavalli e feriti, traghettava alla Severnaja. Non si sparava da nessuna parte. Le stelle, come nella notte precedente, splendevano nel cielo; ma un forte vento agitava il mare. Al primo e secondo bastione si scatenavano i lampi sul terreno; le esplosioni scuotevano l'aria e illuminavano intorno a sé strani oggetti neri e pietre che volavano in aria. Qualcosa bruciava vicino alla darsena, e una fiamma rossa si rifletteva nell'acqua. Il ponte, pieno di gente, era illuminato dal fuoco della batteria Nikolaevskaja. Sembrava che una grande fiamma posasse sull'acqua nel piccolo promontorio della batteria Aleksandrovskaja e illuminasse la parte inferiore di una nuvola di fumo, posta sopra di lei, e i medesimi fuochi tranquilli, indifferenti del giorno prima, splendevano nel mare sulla lontana flotta nemica. Un vento fresco agitava la baia. Alla luce del bagliore degli incendi si vedevano gli alberi delle nostre navi che affondavano e si immergevano sempre più profondamente nell'acqua. Non si sentivano voci in coperta; oltre al rumore delle onde infrante e del vapore si sentivano i cavalli sbuffare e battere con le zampe sulla chiatta, si udivano le parole di comando e il gemito dei feriti. Vlang, che per tutto il giorno non aveva mangiato, prese dalla tasca un boccone di pane e cominciò a masticarlo, ma d'un tratto, ricordatosi di Volodja, cominciò a piangere così forte che i soldati vicini a lui lo sentirono.
«Guarda, il nostro Vlanga mangia il pane e piange da solo», disse Vasin.
«Incredibile!», disse un altro.
«Ecco, hanno incendiato anche le nostre caserme», continuò sospirando, «e quanti nostri fratelli sono caduti; e ai francesi non è costato niente!».
«Almeno ne siamo usciti vivi noi, e questo grazie a te, Signore!», disse Vasin.
«Ma mi offende lo stesso!».
«Ma che cosa ti offende? Forse la gozzoviglia? Ma come! Ecco, i nostri la riprenderanno. Quanti nostri fratelli sono già caduti, ma, quant'è vero Iddio, velit amperator, e la riprenderanno! Pensi che i nostri gliela lascino così? Ma come! Ecco, le mura sono nude e abbiamo fatto saltare tutte le fortezze. Lui avrà pure messo le insegne sul colle, ma non entrerà in città. Ti metto a posto io, dobbiamo ancora fare i conti, e per bene, aspetta un po'», concluse rivolgendosi ai francesi.
«Certo che faremo i conti», disse un altro con convinzione.
Per tutta la linea dei bastioni di Sebastopoli, che per tanti mesi avevano ribollito di vita inusualmente energica, che per tanti mesi avevano visto eroi morire uno dopo l'altro, sostituendosi davanti alla morte, che per tanti mesi avevano destato paura, odio e infine l'ammirazione dei nemici, sui bastioni di Sebastopoli non c'era più nessuno da nessuna parte. Tutto era morto, selvaggio, terribile ma non sereno: tutto stava ancora crollando. Sulla terra perforata, sconquassata dalle recenti esplosioni si ammassavano ovunque affusti rotti, che schiacciavano i cadaveri di soldati russi e nemici, pesanti cannoni di ghisa, per sempre ammutoliti, gettati nei fossati da una forza terribile e coperti fino a metà di terra, bombe, palle, ancora cadaveri, fosse, frammenti di travi, di rifugi, e ancora cadaveri muti in cappotti grigi e turchini. Tutto questo spesso fremeva ancora e veniva illuminato dalla fiamma purpurea delle esplosioni, che continuavano a scuotere l'aria.
I nemici vedevano che qualcosa di incomprensibile stava accadendo nella tremenda Sebastopoli. Queste esplosioni e il morto silenzio dei bastioni li facevano tremare; ma essi ancora non osavano credere, sotto l'impressione della forte e tranquilla resistenza di quel giorno, che il loro nemico incrollabile fosse sparito, e tacendo, senza muoversi, con trepidazione attendevano la fine della notte tenebrosa.
L'esercito di Sebastopoli, come il mare nella notte cupa e tenebrosa, mischiandosi, separandosi e ondeggiando affannosamente in tutta la sua massa, agitandosi nella baia lungo il ponte e alla Severnaja, lentamente si allontanava nell'impenetrabile oscurità dal luogo sul quale aveva lasciato tanti fratelli coraggiosi, dal luogo tutto cosparso del loro sangue, dal luogo difeso ad oltranza per undici mesi contro un nemico due volte più forte, e che ora, secondo gli ordini, bisognava abbandonare senza combattere.
Non è possibile capire quanto fosse penosa per ogni russo la prima impressione suscitata da quest'ordine. Il secondo sentimento fu la paura di essere inseguiti. Gli uomini si sentirono indifesi non appena ebbero lasciato quei luoghi, sui quali si erano abituati a battersi, e con agitazione si ammassavano nell'oscurità, all'entrata del ponte che un vento intenso faceva traballare. Urtandosi con le baionette e affollandosi in reggimenti, equipaggi e milizie, la fanteria si era stretta, facendo passare avanti gli ufficiali a cavallo con le disposizioni; piangevano e supplicavano gli abitanti e gli attendenti con i bagagli, che non riuscivano a passare; rumoreggiando con le ruote, l'artiglieria si apriva un varco verso la baia, affrettandosi ad andarsene. Nonostante fossero nervosamente intenti a varie operazioni, l'istinto di autoconservazione e il desiderio di andarsene al più presto da questo luogo terribile di morte era presente nel cuore di ognuno. Lo si poteva trovare sia nel soldato ferito a morte, che giaceva tra altri cinquecento feriti sul pavimento di legno del lungomare Pavlovskoje implorando Dio di farlo morire, sia nel soldato volontario che con le ultime forze cercava di aprirsi un varco tra la moltitudine compatta, per fare strada al generale che passava a cavallo, sia nel generale che dirigeva energicamente il passaggio e cercava di frenare la fretta dei soldati, sia nel marinaio, capitato in mezzo ad un battaglione in movimento e compresso dalla massa ondeggiante fino a perdere il respiro, sia nell'ufficiale ferito, trasportato da quattro soldati in barella, che, fermati dalla massa invadente, lo mettevano per terra alla batteria Nikolaevskaja, sia nell'artigliere che per sedici anni aveva prestato servizio vicino al suo cannone, e che, per un ordine da parte delle autorità, per lui incomprensibile, trascinava dalla riva scoscesa verso la baia il cannone, con l'aiuto dei compagni, sia nei soldati della flotta, che avevano affondato le navi, e remando vigorosamente se ne allontanavano a bordo delle scialuppe. Uscendo da questa parte del ponte quasi tutti i soldati si toglievano il berretto e si facevano il segno della croce. Ma al di là di questo sentimento ce n'era un altro, penoso, irritante, più profondo: era un sentimento molto simile al rimorso, alla vergogna e alla rabbia. Quasi ogni soldato, dopo aver guardato dalla Severnaja verso la deserta Sebastopoli, con inesprimibile amarezza nel cuore sospirava e rivolgeva al nemico un gesto minaccioso.

Pietroburgo, 27 dicembre.

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