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Tolstoj, Lev (testi online) - Memorie di un pazzo

Lev Tolstoj

MEMORIE DI UN PAZZO

da 
I Cosacchi e altri racconti


20 ottobre 1883. Oggi mi hanno portato al Consiglio del governatorato per farmi esaminare, e i pareri sono stati discordi. Hanno discusso e hanno deciso che non sono pazzo. Ma lo hanno deciso solo perché, durante l'esame, mi sono trattenuto con tutte le forze dall'esprimere ciò che penso. E non ho espresso ciò che penso perché ho paura del manicomio; ho paura che lì mi impedirebbero di compiere il mio pazzo compito. Hanno dichiarato che sono predisposto all'emotività, e qualcos'altro del genere, ma - sano di mente; questo è quello che hanno dichiarato, ma io lo so che sono pazzo. Un dottore mi ha prescritto una cura, assicurandomi che, se seguirò scrupolosamente le sue prescrizioni, allora passerà. Tutto ciò che mi agita passerà. Che cosa non darei perché passasse. È un tormento troppo grande. Racconterò, con ordine, come e perché abbia avuto luogo questo esame, come io sia uscito di senno e come abbia rivelato la mia pazzia.

Fino ai trentacinque anni ho vissuto come tutti, e non si era manifestato in me niente di strano. Forse solo nella prima infanzia, sotto i dieci anni, avevo provato qualcosa di paragonabile alla mia condizione attuale, ma anche questo solo per attacchi, e non con la stessa continuità di adesso. Durante l'infanzia mi prendeva in forma un po' diversa. E precisamente così.
Ricordo una volta che mi ero messo a letto, avevo cinque o sei anni. La mia njanja Evpraksija - alta, magra, con un vestito marrone, con una cuffietta in testa e la pelle che le pendeva sotto il mento, mi aveva spogliato e aiutato a mettermi a letto.
«Da solo, da solo», le avevo ripetuto e avevo scavalcato la sponda del lettino.
«Su, andate a letto, a letto, Fedin'ka - Mitja, che è un bravo bambino, si è già messo a dormire», aveva detto, accennando con la testa a mio fratello.
Io ero saltato nel letto, sempre tenendole la mano. Poi l'avevo lasciata, avevo sgambettato sotto la coperta e mi ci ero avviluppato. E stavo così bene. Mi ero calmato e pensavo: «Io amo la njanja, la njanja ama me e Mitin'ka, e io amo Mitin'ka, e Mitin'ka ama me e la njanja. E la njanja ama Taras, e io amo Taras, e anche Mitin'ka. E Taras ama me e la njanja. E la mamma ama me e la njanja, e la njanja ama la mamma, me, e papà, e tutti si amano e tutti stanno bene». E improvvisamente sento arrivare di corsa la governante e gridare infuriata qualcosa a proposito di una zuccheriera, e la njanja dire infuriata che non l'ha presa lei. E tutto mi sembra doloroso, e terribile, e incomprensibile, e un orrore, un gelido orrore si impadronisce di me, e io nascondo la testa sotto la coperta. Ma anche nell'oscurità della coperta non mi sento sollevato. Mi ricordo di quella volta che avevano picchiato davanti a me un ragazzino, e di come quello gridava, e quanto era terribile il viso di Foka mentre lo picchiava.
«Non devi farlo più, mai più», aveva continuato a ripetere mentre lo picchiava. Il ragazzino aveva detto «mai più». Ma quello aveva continuato a ripetere «mai più» e a picchiare. E allora mi era successo. Avevo cominciato a singhiozzare, a singhiozzare. E per molto tempo nessuno era riuscito a calmarmi. Ecco, proprio quei singhiozzi, quella disperazione erano i primi sintomi della mia attuale pazzia. Ricordo un'altra occasione in cui mi era successo: quando mia zia raccontava di Cristo. Aveva finito di raccontare e voleva andarsene, ma noi avevamo detto:
«Raccontaci ancora di Gesù Cristo».
«No, ora non c'è tempo».
«No, racconta», anche Mitin'ka aveva chiesto che raccontasse. E la zia aveva ricominciato narrandoci quello che già avevano sentito prima. - Aveva raccontato che lo avevano crocifisso, battuto, martoriato, mentre lui continuava a pregare e non li condannava.
«Zia, ma per quale motivo lo martoriavano?».
«Era gente cattiva».
«Ma lui invece era buono».
«Basta ora, sono già le otto passate. Su».
«Per quale motivo lo battevano? Lui aveva perdonato, ma quelli per quale motivo lo battevano? Faceva male. Zia, gli faceva male?».
«Basta ora, vado a prendere il tè».
«Ma forse non è vero, non lo battevano».
«Basta ora».
«No, no, non andare».
E mi era successo di nuovo, avevo singhiozzato, singhiozzato, poi avevo cominciato a sbattere la testa al muro.

Così mi prendeva durante l'infanzia. Ma dai quattordici [anni], da quando si era destata in me la pulsione sessuale e mi ero dato al vizio, tutto questo era passato, ed ero stato un ragazzino come tutti i ragazzini. Come tutti noi, allevati a forza di cibi grassi, rammolliti dalla mancanza di fatica fisica, con tutte le possibili tentazioni per infiammare la sensualità e in un ambiente di bambini altrettanto corrotti, i ragazzini della mia età mi avevano insegnato il vizio, e io mi ci ero dato. In seguito questo vizio si era cambiato in un altro. Avevo iniziato a conoscere le donne e così, cercando i piaceri e trovandoli, avevo vissuto fino ai trentacinque anni. Godevo di ottima salute, e non c'era nessun sintomo della mia pazzia. Questi vent'anni della mia vita da sano erano passati in modo da non lasciare ora quasi nessun ricordo in me e, se adesso richiamo alla mente qualcosa, lo faccio con fatica e disgusto.
Come tutti i ragazzini mentalmente sani del mio giro, ero andato al ginnasio, poi all'università, dove avevo anche terminato il corso alla facoltà di legge. Poi avevo avuto per un breve periodo un impiego, poi mi ero legato alla mia attuale moglie e mi ero sposato e vivevo in campagna, come si suol dire, allevavo i bambini, gestivo la casa ed ero giudice di pace. Durante il decimo anno del mio matrimonio si manifestò in me il primo attacco dopo l'infanzia.
Io e mia moglie avevamo messo da parte i soldi della sua eredità e dei miei certificati di riscatto e avevamo deciso di comprare un fondo. Mi occupava molto, come è giusto che sia, l'ampliamento dei nostri averi e il desiderio di ampliarli nel modo più saggio, migliore di tutti. Conoscevo a quel tempo ogni luogo in cui si vendevano fondi, e leggevo tutti gli annunci sui giornali. Volevo comprarne uno la cui rendita, o il bosco col fondo, coprisse la spesa, e così avrei ottenuto il fondo gratis. Cercavo uno stupido che non ci capisse niente, e un giorno ebbi l'impressione di averlo trovato. Si vendeva un fondo con dei grandi boschi nel governatorato di Penza. Secondo quello che ero riuscito a sapere, risultava che il venditore era proprio quello stupido, e i boschi coprivano il prezzo del fondo. Decisi e partii. Viaggiammo inizialmente con la linea ferroviaria (viaggiavo con un servo), poi corremmo le poste. Il viaggio era per me molto allegro. Anche il mio servo, una persona giovane e di buon cuore, era allegro quanto me. Nuovi posti, nuova gente. Viaggiavamo, ce la spassavamo. Per arrivare sul posto c'erano duecento e rotte verste. Avevamo deciso di andare senza fermarci, cambiando solo i cavalli. Giunse la notte: noi sempre in viaggio. Iniziammo a sonnecchiare. Io mi ero assopito, ma improvvisamente mi svegliai. Avevo avuto paura di qualcosa. E come spesso succede, mi svegliai spaventato, agitato - mi sembrava che non mi sarei mai riaddormentato. «Per quale motivo sono in viaggio? Dove vado?», mi venne in testa improvvisamente. Non che non mi piacesse l'idea di comprare un fondo a buon mercato, ma improvvismente mi era sembrato che non avessi nessun motivo per andare così lontano, che sarei morto lì, in un posto estraneo. E provai spavento. Sergej, il servo, si svegliò e io ne approfittai per parlare un po' con lui. Iniziai a parlare di quella località, lui rispondeva, scherzava, ma io provavo malinconia. Iniziammo a parlare di quelli di casa, di come avremmo comprato il fondo. Ed ero stupito dal modo allegro in cui rispondeva. Trovava tutto buono e allegro, per me invece tutto era detestabile. E tuttavia, finché avevo parlato con lui, mi ero sentito più leggero. Ma oltre al fatto che provavo malinconia e spavento, avevo iniziato a sentire la stanchezza, il desiderio di fermarmi. Mi sembrava che entrare in una casa, vedere delle persone, bere del tè, e, soprattutto, addormentarmi sarebbe stato meglio. Ci avvicinavamo alla città di Arzamas.
«Perché non fare una sosta qui? Riposiamo un po'?».
«Perché no, perfetto».
«Quanto manca alla città?».
«Da qui sette verste».
Il postiglione era serio, scrupoloso e taciturno. Guidava in modo lento e monotono. Partimmo. Io tacqui, mi sentivo più leggero perché pregustavo il riposo e speravo che lì tutto sarebbe passato. Viaggiammo, viaggiammo nell'oscurità per un tempo che mi sembrò terribilmente lungo. Ci avvicinammo alla città. La gente era già tutta a letto. Nell'oscurità apparvero delle casette, cominciò a echeggiare la sonagliera e lo scalpitio dei cavalli, rimbombando particolarmente, come al solito, accanto alle case. Le case procedevano da un lato e dall'altro grandi, bianche. E tutto questo non era allegro. Io aspettavo la stazione, il samovar e il riposo - stendermi. Ed ecco che ci avvicinammo, finalmente, ad una casetta con un palo. La casetta era bianca, ma mi apparve terribilmente triste. Cosicché provai perfino spavento. Scesi piano piano. Sergej, svelto e agile, tirò fuori ciò che serviva, correndo e facendo rumore all'ingresso. E il rumore dei suoi piedi mi fece venire l'angoscia. Entrai: c'era un piccolo corridoio; un tale assonnato con una macchia sul viso - la macchia mi sembrò terribile - mostrò una camera. Era buia. Entrai, provai uno spavento ancora più grande.
«Non c'è una cameretta, per riposare?».
«C'è una stanzetta. Proprio quella».
Una stanzetta quadrata linda di calce. Che tormento, ricordo, fu per me che la stanzetta fosse proprio quadrata. Una sola finestra, con una tendina - rossa. Un tavolo di betulla della Carelia e un divano con i fianchi ricurvi. Entrammo. Sergej preparò il samovar, versò il tè. Io, invece, presi il cuscino e mi stesi sul divano. Non dormivo, ma ascoltavo Sergej bere il tè e chiamarmi. Avevo paura di alzarmi, paura di perdere il sonno e di stare in quella camera. Non mi alzai e iniziai a sonnecchiare. Ed effettivamente mi assopii, perché quando mi svegliai non c'era nessuno in camera ed era scuro. Ero di nuovo sveglio così come lo ero nel carro. Di addormentarmi, lo sentivo, non c'era nessuna possibilità. Perché ero capitato là? Dove porto me stesso? Da cosa, dove scappo? - Scappo da qualcosa di terribile e non posso fuggire. Sono sempre con me stesso, e sono proprio io a tormentare me stesso. Io, eccolo, tutto me stesso qui. Né quello di Penza, né un altro fondo mi aggiungerà o mi toglierà niente. Invece sono proprio io, proprio io che sono venuto a noia a me stesso, odioso a me stesso, un tormento. Io voglio addormentarmi, dimenticare e non posso. Non posso fuggire da me stesso. Uscii in corridoio. Sergej dormiva su una panchetta, un braccio abbassato, ma dormiva dolcemente; anche il guardiano con la macchia dormiva. Ero uscito in corridoio pensando di fuggire da ciò che mi tormentava. Ma quello era uscito dietro a me e aveva offuscato tutto. Avevo paura come prima, anche di più. «Ma che razza di sciocchezza», mi dissi. «Cosa mi angoscia, di cosa ho paura?». «Di me», rispondeva impercettibile la voce della morte. «Sono qui». Mi si accapponò la pelle. Sì, della morte. Verrà, eccola, ma non ci deve essere. Se mi fosse apparsa davvero la morte, io non avrei potuto provare ciò che provavo, allora avrei avuto paura. E ora io non avevo paura, ma vedevo, sentivo che la morte veniva, e nel contempo sentivo che non ci doveva essere. Tutto il mio essere sentiva la necessità, il diritto alla vita e nel contempo la morte che sopraggiungeva. E questa intima lacerazione era atroce. Tentai di liberarmi da questo orrore. Trovai un candeliere di rame con una candela consumata e la accesi. La fiamma rossa della candela e la sua dimensione, un po' più piccola del candeliere, tutto diceva lo stesso. Non c'è niente nella vita, c'è invece la morte, ma non ci deve essere. Cercavo di pensare a ciò che mi interessava: all'acquisto, a mia moglie - non solo non c'era niente di allegro, ma tutto questo era diventato insignificante. Nascondeva tutto l'orrore per la mia vita in rovina. Bisognava addormentarsi. Feci per stendermi. Ma appena mi fui steso, all'improvviso saltai per l'orrore. E un'angoscia, un'angoscia, la stessa angoscia spirituale che generalmente si prova prima del vomito, solo spirituale. È spaventoso, terribile, sembra di aver paura della morte, ma se rifletti, pensi alla vita, allora hai paura della vita che muore. In qualche modo la vita e la morte si erano fuse in uno. Qualcosa sgretolava la mia anima in più parti e non poteva lacerarla. Ancora una volta passai a guardare quelli che dormivano, ancora una volta tentai di addormentarmi, sempre lo stesso orrore rosso, bianco, quadrato. Si spezza qualcosa, ma non si lacera. Era tormentoso, e tormentosamente arido e cattivo, non sentivo in me neanche una goccia di bontà, ma solo un costante, tranquillo astio verso di me e verso ciò che mi aveva creato. Cosa mi aveva creato? Dio, dicono, Dio. Pregare, ricordai. Da molto tempo, una ventina di anni, non pregavo e non credevo in niente, sebbene per decoro osservassi digiuno e devozioni ogni anno. Iniziai a pregare. Signore misericordia, Padre nostro, Madre di Dio. Iniziai a comporre preghiere. Iniziai a segnarmi e a prostrarmi a terra, agendo con precauzione nel timore che mi vedessero. Questo in certo modo mi distrasse, mi distrasse la paura di essere visto. E mi misi a letto. Ma appena mi fui steso ed ebbi chiuso gli occhi, di nuovo lo stesso sentimento di orrore mi colpì, mi fece alzare. E io non potei più sopportare, svegliai il guardiano, svegliai Sergej, ordinai di attaccare i cavalli e partimmo. All'aria e col moto andava meglio. Ma io sentivo che qualcosa di nuovo mi si era messo sull'anima e aveva avvelenato tutta la vita precedente.

Stava annottando quando arrivammo sul posto. Tutto il giorno avevo lottato con la mia angoscia e l'avevo vinta; ma nell'anima c'era una terribile sensazione: come se mi fosse successa una qualche disgrazia, e io potessi dimenticarla solo temporaneamente; ma essa era lì, sul fondo dell'anima, e mi dominava.
Arrivammo di sera. Il proprietario, un vecchietto, sebbene non con gioia (gli dispiaceva vendere il fondo), ma mi accolse bene. Camerette pulite con mobili imbottiti. Un samovar nuovo fiammante. Un voluminoso servizio per il tè, miele nel tè. Tutto era a posto. Eppure lo interrogavo controvoglia sul fondo, come ripetendo una vecchia lezione dimenticata. Non c'era niente di allegro. Tuttavia la notte mi addormentai senza angoscia. Lo attribuii al fatto che di nuovo avevo pregato per la notte. E poi cominciai a vivere come prima; ma la paura di quell'angoscia, da allora, rimase sempre sospesa sulla mia testa. Dovevo vivere senza fermarmi e, soprattutto, nelle abituali condizioni, come uno scolaro ripete per abitudine senza pensare la lezione imparata a memoria, così io dovevo vivere, per non ricadere sotto il dominio di quella terribile angoscia che si era manifestata per la prima volta ad Arzamas. - Tornai a casa felicemente, il fondo non l'avevo comprato, i soldi non erano bastati; e cominciai a vivere come prima, con un'unica differenza, che iniziai a pregare e ad andare in chiesa. Sembrava a me come prima, ma non era più come prima, per quel che ricordo ora. Vivevo di ciò che era stato iniziato prima, continuavo a scivolare sulle rotaie istallate prima con la forza di prima, ma ormai non realizzavo niente di nuovo. E in ciò che era stato cominciato prima avevo sempre meno partecipazione. Tutto mi annoiava. E divenni devoto. E mia moglie, che l'aveva notato, mi rimproverava e mi rampognava per questo. L'angoscia non si manifestava a casa. Ma una volta andai inaspettatamente a Mosca. Il giorno decisi e la sera partii. Si trattava di un processo. Arrivai a Mosca allegro. In viaggio avevo chiacchierato con un proprietario fondiario di Char'kov di economia, di banche, di dove fermarsi, di teatri. Avevamo deciso di fermarci insieme alla Locanda moscovita, sulla Mjasnickaja, e di andare subito al Faust. Arrivammo, entrai in una cameretta. Avevo nelle narici il forte odore del corridoio. Un cameriere portò la valigia. La ragazza del corridoio accese la candela. La candela si accese, poi la fiamma si piegò, come sempre avviene. Nella camera vicina tossì qualcuno - forse un vecchio. La ragazza uscì, il cameriere stava in piedi chiedendo se non doveva disfare il bagaglio. La fiamma si era ravvivata e illuminava la carta da parati azzurra a righine gialle, un tramezzo, un tavolo scrostato, un divanetto, uno specchio, una finestra e l'angustia di tutta la stanza. E all'improvviso l'orrore di Arzamas si mosse dentro di me. «Dio mio, come potrò passare la notte qui», pensai.
«Disfa, per favore, caro», dissi al cameriere, per trattenerlo. «Mi vestirò alla svelta, e a teatro».
Il cameriere disfece.
«Per favore, caro, va' dal signore della stanza 8, è arrivato con me, digli che sono subito pronto e che andrò da lui».
Il cameriere uscì, io iniziai a vestirmi in fretta, con la paura di guardare le pareti. «Che sciocchezza», pensai, «di cosa ho paura? Sono proprio un ragazzino. Degli spettri non ho paura. Sì, degli spettri... sarebbe meglio avere paura degli spettri, piuttosto che di quello di cui ho paura io. - Di cosa? - Di niente... Di me stesso... Che sciocchezza». Ciononostante indossai una ruvida, fredda camicia inamidata, infilai i gemelli, indossai la finanziera, le scarpe nuove e andai dal proprietario fondiario di Char'kov. Era pronto. Andammo in carrozza al Faust. Lui passò anche a farsi arricciare. Io mi tagliai i capelli da un francese, feci quattro chiacchiere con lui, comprai dei guanti, tutto era a posto. Avevo completamente dimenticato la stanza oblunga e il tramezzo. Anche a teatro fu piacevole. Dopo il teatro il proprietario fondiario di Char'kov propose di fare un salto a mangiare. Questo non era nelle mie abitudini, ma, quando uscimmo dal teatro e me lo propose, ricordai il tramezzo e acconsentii.
All'una passata tornammo a casa. Avevo bevuto insolitamente due bicchieri di vino; ma ero allegro. Ma non appena entrammo nel corridoio con la lampada coperta e l'odore dell'albergo mi ebbe afferrato, il freddo dell'orrore mi corse per la schiena. Ma non c'era niente da fare. Strinsi la mano al mio compagno ed entrai nella stanza.
Passai una notte terribile, peggio di quella ad Arzamas; solo al mattino, quando già il vecchietto aveva cominciato a tossire al di là della porta, mi addormentai, e non nel letto su cui mi ero steso più volte, ma sul divano. Tutta la notte avevo sofferto in modo insopportabile, di nuovo si era lacerata tormentosamente l'anima dal corpo. - Io vivo, ho vissuto, devo vivere, e all'improvviso la morte, l'annientamento di tutto. A che serve la vita? Morire? Uccidermi subito? Ho paura. Aspettare la morte quando verrà? Ho ancora più paura. Vivere, dunque? Per cosa? Per morire. Non uscivo da questo circolo. Prendevo un libro, leggevo. Un minuto dopo mi distraevo, e di nuovo la stessa domanda e lo stesso orrore. Mi mettevo sul letto, chiudevo gli occhi. Ancora peggio. Dio aveva creato questo. Per cosa? - Dicono: non chiedere, ma prega. D'accordo, pregavo. Stavo pregando anche ora, di nuovo come ad Arzamas; ma lì e in seguito io pregavo proprio come un bambino. Ora invece la preghiera aveva un senso. «Se esisti, svelami: per quale motivo, perché sono così?». Mi prostravo, leggevo tutte le preghiere che conoscevo, ne creavo di mie e aggiungevo: «Allora svelamelo». E mi azzittivo e aspettavo una risposta. Ma non c'era risposta, come se non ci fosse nessuno che potesse rispondere. E io rimanevo solo, solo con me stesso. E mi davo le risposte al posto di Colui che non voleva rispondere. Per vivere nella vita futura, mi rispondevo. Allora perché questa confusione, questo tormento? Non posso credere in una vita futura. Ci credevo quando non lo chiedevo con tutta l'anima, ma ora non posso, non posso. Se Tu esistessi, Tu lo diresti, a me, alla gente. Ma se Tu non esisti, esiste solo lo sgomento. E io non voglio, non lo voglio. Ero indignato. Gli chiedevo di svelarmi la verità, di svelarmi Se stesso. Facevo tutto ciò che fanno tutti, ma Egli non si manifestava. «Chiedete e vi sarà dato», mi ritornava alla mente, e io chiedevo. E in questa richiesta trovavo, se non conforto, requie. Forse non chiedevo, lo rinnegavo. Tu sei a un palmo, ma Egli è a una sagena da te. - Io non credevo in Lui, ma chiedevo, ed Egli comunque non mi aveva svelato nulla. Io mi mettevo alla pari con Lui e Lo disapprovavo, insomma non credevo.

Il giorno dopo impiegai tutte le mie forze per finire nel modo consueto tutti gli affari ed evitare la notte e la stanza. Non finii tutto e tornai a casa per la notte. Nessuna angoscia. Quella notte moscovita cambiò ancora di più la mia vita, che aveva cominciato a cambiare fin da Arzamas. Iniziai ad occuparmi ancora meno degli affari, e fui preso dall'apatia. Iniziai ad indebolirmi anche di salute. Mia moglie voleva che mi curassi. Diceva che le mie inclinazioni per la fede, per Dio venivano dalla malattia. Io invece sapevo che la mia debolezza e la malattia venivano dalla domanda irrisolta dentro di me. Cercavo di non dare corso a questa domanda e, nelle condizioni abituali, cercavo di riempire la vita. Andavo in chiesa la domenica e le feste, osservavo le devozioni, digiunavo anche, come avevo stabilito fin dal viaggio a Penza, e pregavo, ma più per consuetudine. Non mi aspettavo niente da questo, come qualcuno che non strappi una cambiale e la protesti nei termini, nonostante sappia dell'impossibilità di riscuoterla. Lo facevo solo per ogni evenienza. La mia vita invece la riempivo non con l'amministrazione della casa, mi respingeva con la sua lotta - non avevo energia, - ma con la lettura delle riviste, dei giornali, dei romanzi, un po'con le carte, e l'unica manifestazione della mia energia era la caccia, secondo un'antica abitudine. Sono stato cacciatore tutta una vita. Una volta, d'inverno, arrivò un vicino cacciatore con dei segugi da lupi. Andai con lui. Arrivati, mettemmo gli sci ed andammo sul posto. La caccia fu infruttuosa, i lupi sfuggirono all'agguato. Io l'avevo sentito da lontano ed avevo seguito per il bosco una traccia fresca di lepre. Le tracce mi portarono lontano verso una radura. Nella radura la trovai. Saltò via e non la vidi più. Tornai indietro. Tornai indietro per l'enorme bosco. La neve era alta, gli sci affondavano, i ramoscelli si intrecciavano. Diventava sempre più fitto. Iniziai a chiedermi dove fossi, la neve aveva cambiato tutto. E all'improvviso sentii che mi ero perso. Fino a casa, fino ai cacciatori lontani, non si sentiva niente. Ero stanco, tutto sudato. Se mi fossi fermato, sarei morto assiderato. Le forze per continuare sarebbero venute meno. Gridai, silenzio ovunque. Nessuno aveva risposto. Tornai indietro. Avevo di nuovo sbagliato strada. Mi guardai intorno. Intorno - il bosco, non si distingueva dov'era l'oriente e dove l'occidente. Di nuovo tornai indietro. Mi facevano male le gambe. Ero spaventato, mi fermai e mi prese tutta l'angoscia di Arzamas e di Mosca, ma cento volte più grande. Il cuore batteva, le mani, le gambe tremavano. Era arrivata la morte? Non voglio. Per cosa la morte? Cos'è la morte? Io volevo interrogare, rimproverare Dio come prima, ma qui improvvisamente sentii che non osavo, non dovevo, che non ci si doveva mettere alla pari con Lui, che aveva detto cos'era necessario, che io solo ero colpevole. E iniziai a invocare il Suo perdono e divenni ripugnante a me stesso. L'orrore continuò per poco. Mi fermai, tornai in me; mi diressi in una precisa direzione e presto uscii. Ero non lontano dal margine. Sbucai sul margine, in strada. Le mani e le gambe continuavano a tremare e il cuore batteva. Ma ero lieto. Raggiunsi i cacciatori, tornammo a casa. Ero allegro, ma sapevo che avevo qualcosa di lieto che avrei esaminato quando fossi rimasto da solo. E infatti così avvenne. Rimasi solo nel mio gabinetto e iniziai a pregare, chiedendo perdono e ricordando i miei peccati. Mi sembravano pochi. Ma li avevo richiamati alla mente, e mi erano diventati ripugnanti.

Da allora iniziai a leggere le Sacre Scritture. La Bibbia mi restava incomprensibile, affascinante, il Vangelo mi commuoveva. Ma più di tutto leggevo le Vite dei Santi. E questa lettura mi confortava, presentandomi esempi che sembrava sempre più possibile imitare. Da quel momento mi interessarono ancora meno e sempre meno gli affari e domestici e familiari. Anzi, mi respingevano. Tutto mi sembrava sbagliato. Come, cosa fosse il giusto, non lo sapevo, ma ciò che era la mia vita, aveva smesso di essere lei. Di nuovo lo venni a sapere durante l'acquisto di un fondo. Si vendeva non lontano da noi un fondo molto vantaggioso. Andai, tutto era magnifico, conveniente. Particolarmente conveniente era il fatto che i contadini avevano solo degli orti. Capii che dovevano pulire gratis, per la pastura, i campi del proprietario, e infatti era così. Valutai tutto questo, tutto questo mi piaceva alla vecchia maniera. Ma andai a casa, incontrai una vecchia, chiesi la strada, parlai un po' con lei. Mi raccontò della sua povertà. Arrivai a casa e, quando iniziai a raccontare a mia moglie i vantaggi dell'acquisto del fondo, improvvisamente mi vergognai. Mi sentii un infame. Dissi che non potevo comprare quel fondo, perché la nostra convenienza sarebbe stata basata sulla povertà e il dolore di altre persone. Lo dissi, e improvvisamente mi illuminò la verità di ciò che avevo detto. Soprattutto la verità del fatto che anche i contadini vogliono vivere, come noi, che sono persone - fratelli, figli del Padre, come è detto nel Vangelo. Improvvisamente fu come se qualcosa che da tempo mi tormentava si strappasse da me, quasi fosse nata. Mia moglie era arrabbiata, mi sgridava. Ma mi sentivo felice. - Questo fu l'inizio della mia pazzia. Ma la mia totale pazzia iniziò ancora più avanti, un mese dopo. Iniziò quando andai in chiesa, per assistere alla messa: pregavo e ascoltavo come si conviene, ed ero commosso. E improvvisamente mi portarono la comunione, poi andammo alla croce, iniziammo ad accalcarci; poi all'uscita c'erano dei mendicanti. E improvvisamente mi divenne chiaro che tutto questo non doveva essere. Non solo non deve essere e non c'è, ma se non c'è, allora non c'è né morte né paura, e non c'è più in me il precedente sgretolamento, e ormai non ho più paura di niente. A questo punto la luce già mi aveva illuminato completamente, e io divenni ciò che sono. Se non c'è niente di questo, allora non c'è prima di tutto in me. Subito sul sagrato distribuii ciò che avevo, trentasei rubli, ai mendicanti e andai a casa a piedi, chiacchierando col popolo.

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