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Deledda, Grazia (racconti online) - Padrona e servi


Grazia Deledda

PADRONA E SERVI

da Chiaroscuro

Un'aureola rosea, arcuata e pura come il labbro di un bimbo, segnava appena il cielo sopra la collina quando zia Austina Zatrillas si alzò. Pallida, alta e grassa, coi capelli raccolti entro una cuffietta di broccato rosso, sembrava Giunone dalle braccia potenti e dal viso severo.
Il gallo cantò la seconda volta, giù nel cortile circondato da una muraglia di fichi d'India, e la donna trasalì, a quel richiamo, come San Pietro nell'atrio di Pilato; ma al terzo canto del gallo era già vestita, e le punte del corsetto reggevano il seno colmo, la linea del giubboncello rosso guarnito di rose azzurre seguiva sulla schiena la linea della gonna pieghettata, gli sbuffi della camicia nella spaccatura delle maniche erano eguali, e la cintura d'argento stringeva la vita grassa, come se tutto l'abbigliamento fosse stato curato e studiato a lungo.


- Ebbene, che hai pensato, Austì? - disse il marito svegliandosi e sollevando sul cuscino il suo viso nero camuso. - Che cosa mi dici? Sei decisa ad aumentarmi il fitto della tanca?
- Sì, Daniele mio, è necessario; i tributi sono aumentati, i servi si vogliono pagati al doppio.
- Moglie mia, pensa che mi hai già tre volte aumentato il fitto: io poi sono tuo marito da trent'anni e sono qui legato come un prigioniero.
- I tributi e le spese crescono, Danié! A te aumento solo cinquanta scudi di fitto, mentre mio cugino vuol darmi, per la tanca, cento scudi in più di quello che mi dai tu.
Il marito, che era costretto a letto da una forte artritide, fece una smorfia di dolore.
- Bene, chiamami il servo giovane; lo manderò all'ovile per dire ai pastori che spingano l'armento dalla mia alla tua tanca. E sia per cinquanta scudi, Austì; ma cerca di farmi vender bene il puledro. Stanotte ho sognato che lo domavo.
- Non dubitare: quand'è che non ho curato i tuoi interessi?
Toccandosi la saccoccia per assicurarsi che dentro c'eran le chiavi, il ditale, il rosario, le monete, la donna andò a svegliare le serve che ella chiudeva a chiave nella loro camera, specialmente quando erano in paese i servi; attraversò la dispensa, ove i mucchi di pane bianco e di pane d'orzo sembravano colonne di avorio e di marmo bardiglio, e scese nella vasta cucina. Era un lunedì. I servi, che il giorno prima avevan fatto baldoria, dormivano ancora sulle stuoie, attorno al focolare; fili di luce rossa piovevano dai buchi del tetto basso, buchi praticati per lasciar passare il fumo, illuminando qua e là la scena. Pareva un bivacco; lunghi archibugi e lunghi coltelli entro guaine istoriate e frangiate, selle e freni, cappotti e mantelli d'orbace pendevano dalle pareti scure; bisaccie di lana, tigrate come pelli di leopardo, borse di cuoio, cartucciere, corni per la polvere da sparo, sopragiacche di pelli lanose si ammucchiavano qua e là sul pavimento; e nella penombra gli uomini giacevano buttati per terra, chi di fianco, chi supino, vestiti di rosso e di nero, coi capelli oleosi, con le brache di saia, con la vita cinta da striscie di cuoio ricamate.
Come svegliati dalla sola presenza della padrona, in un attimo furono tutti in piedi, pronti al comando. Il più vecchio sembrava Amsicora, con la lunga barba bianca a riccioli e gli occhi neri ancora vividi; il più giovane sembrava Aristeo, con le treccie nere dietro le orecchie, il viso olivastro, la bocca rossa e gli occhi verdazzurri come le foglie delle tamerici quando riflettono il colore del cielo al meriggio. La padrona si rivolse a lui.
- Sadurru, figlio mio, va su dal vecchio.
Il servo attraversò coi suoi passi rumorosi le stanze e i corridoi ancora scuri: sull'uscio del padrone incontrò la serva giovane che usciva frettolosa e si urtarono maledicendosi come due nemici.
- Ragazzo, - gli disse il padrone, i cui occhi s'erano accesi come fiammelle, - va nel mio ovile e di' ai servi che spingano l'armento dalla mia alla tanca di mia moglie. Aiutali e torna qui stasera. E non pungete il bestiame, non maltrattatelo ché mia moglie mi ha aumentato il fitto.
Il giovane non disse nulla; ma quando arrivò all'ovile cominciò a beffarsi dei padroni.
- Son due, come due corna di capra sullo stesso capo, e si trattano come estranei.
- Ragazzo, - disse il servo anziano raccogliendo le sue pelli e i suoi recipienti di sughero, - sei straniero, sei appena da poche settimane in quella casa e pretendi di giudicare i tuoi padroni.
- Le storie si sanno!
- Che sai tu, mauritano? Lascia parlare me che mangio da trent'anni il loro pane. La mia padrona è una donna forte: a quindici anni le fecero sposare quel vecchio peccatore, e senza di lei la casa sarebbe andata in rovina. È lei che amministra il suo avere e quello di suo marito, lei che comanda ai servi, e alle serve dice: «Questo rotolo di lana è mio e questo è di mio marito; non confondeteli». Così non succedono questioni; e nella cassa le rendite sono divise in due mucchi.
- Perché il padrone, dicono, quando era potente ancora, si divertiva e apriva la cassa e prendeva dal mucchio comune per andare dalle altre donne. E un'altra cosa curiosa, dicono. Che la padrona amava da ragazza un altro uomo, Diecu Delitala; e costui per vendicarsi del rivale che gliela rapiva fece fare un incantesimo in seguito al quale lo sposo cessò di essere innamorato della sposa...
Il vecchio servo s'irritò.
- Ciarle! Io non so nulla. Soltanto so che la mia padrona non ha mai guardato altr'uomo che suo marito...
- ... E il padrone allora andava dietro le processioni, con lo stendardo e la croce, domandando ai santi di scioglier l'incantesimo. Ma questo era fatto da un prete e non si poteva sciogliere; e così egli invecchiò, innamorato di tutte le donne fuorché di sua moglie. Ecco perché si divertiva fuori di casa.
- Bene, taci, lingua di serpente; tu mangi il loro pane e non devi parlare così.
Ma il servo giovane rideva, sogghignando, e i suoi denti canini brillavano come perle.

Mentre i servi pastori compievano l'esodo attraverso la tanca verde e oro sotto il cielo azzurro e oro d'autunno, in paese il padrone, sul suo letto di legno, con la bottiglia sul tavolino, sognava i suoi puledri, e la padrona lavorava con le sue serve. Gli uomini erano tutti partiti, con le loro bisacce colme di pane d'orzo, chi a cavallo, chi a piedi, chi col carro, chi verso l'oliveto e chi verso il salto per seminare il grano. La casa era grande e le serve avevan sempre da fare: una versava il frumento nel moggio nella mola romana, un'altra travasava l'olio; la più giovane, con la vita sottile e i fianchi prominenti, andava su e giù, scalza ed agile, dalla cucina alla camera del padrone, e gli dava da bere e da mangiare e gli raccontava gli avvenimenti del mondo.
La padrona era presente da per tutto, calma, con le palpebre abbassate sui grandi occhi neri, col fuso e la conocchia istoriata fra le mani piene di anelli pesanti. Ella parlava poco, né allegra né triste, e ogni tanto riceveva qualcuno, nella vasta cucina che era come la sala del trono. Ogni tanto saliva su dal marito e senza smettere di filare gli domandava un consiglio, o apriva la cassa e prendeva o metteva giù denari.
Passarono alcune donne di Oliena, con otri d'aceto, vasi di sapa e rotoli di orbace. Ella diede loro la lana filata perché gliela tessessero, e cambiò con la loro tela una bisaccia tessuta da lei, sul cui fondo bianco le palme nere e i fenicotteri rossi e verdi si disegnavano come in un arazzo orientale.
Il prete, che ogni giorno andava a visitare il malato, trovò ancora le donne nel cortile e s'immischiò nelle loro chiacchiere; poi salì dal vecchio. A poco a poco la camera di zio Daniele si riempì di gente, di vecchi amici, di uomini che si ricordavano del malato perché era ricco e aveva del buon vino. Fra gli altri, quel giorno, c'erano due stranieri venuti per acquistare un cavallo, e un uomo ancora giovane, robusto e bruno, taciturno.
Il prete parlava di zia Austina, ripetendo i versetti del Libro dei Proverbi.
«Chi mi troverà una donna forte? Il pregio di lei è come delle cose portate di lontano e dall'estremità della terra. In lei riposa il cuor del suo sposo, il quale non avrà bisogno di procurarsi bottino.
Ella si alza che è ancor notte e distribuisce il vino alla gente di casa e il mangiare alle sue serve.
Pose gli occhi sopra un podere e lo comprò: del guadagno delle sue mani piantovvi una vigna.
Ella a forti cose stende la mano e le sue dita maneggiano il fuso.
Ella si fa tappeti di vari colori; il suo abito è di bisso e di porpora.
Con sapienza ella apre la bocca e la legge della bontà governa la sua lingua».
Gli uomini ascoltavano riuniti intorno al giovane prete: attraverso la piccola finestra si vedeva la collina verde coperta dal velo roseo del tramonto, e di lassù arrivava fino alla camera del vecchio il tubare delle tortore e l'odore del timo selvatico.
Diecu Delitala guardava il malato e di tanto in tanto scuoteva la testa come per scacciare qualche mosca che gli ronzasse attorno. Eccolo lì il vecchio rivale! A che è servito l'incantesimo? Egli è stato egualmente felice e adesso riposa sul suo letto come un vecchio re giusto e potente.
- A che pensi, Diecu Delità? - gli chiese il vecchio, vedendolo così pensieroso.
Diecu Delitala s'accomodò la berretta sul forte capo bruno.
- Daniele Zatrì, questi due stranieri vogliono acquistare il tuo puledro di un anno. Combinate. Ma trattali come amici, se puoi.
Il vecchio sorrise con malizia.
- Andate giù da mia moglie.
I tre uomini scesero nella cucina e trovarono la donna seduta sulla sua larga scranna simile a un trono, circondata dalle serve che pulivano il frumento.
- Austina Zatrì, questi giovani chiedono il puledro di un anno. Quanto ne vuoi?
- Cento scudi.
- Austina Zatrì! Neanche se si trattasse di un cavallo verde!
- Il puledro è un bel sauro: mio fratello voleva darmene novantotto scudi.
- Su, trattateci da amici di Diecu Delitala - disse con intenzione uno dei giovani.
La donna sollevò le palpebre gravi e guardò i tre uomini; e i suoi occhi scintillarono, ma freddi e lontani come le stelle. Il prete, raggiunti nella strada i tre uomini, cominciò a burlarsi del Delitala.
- Si vede che non val più nulla per lei essere vostri amici. In lei riposa il cuor del suo sposo...
Diecu batté il pugno su un muricciuolo:
- Pride Farrà, batta lei contro il cuore di quella donna e contro i macigni: è lo stesso.

Intanto i servi pastori viaggiavano da una tanca all'altra e continuavano a discutere a proposito dei padroni.
- Voi siete loro servo da trent'anni e dovete saperne - gridava Sadurru. - La serva giovane dice che voi, quando avevate i denti, eravate innamorato della padrona...
- Tutti gli uomini che l'hanno conosciuta si sono innamorati di lei e l'hanno desiderata e tentata. Ella non se n'è accorta neppure, come una regina sul trono. Forse che si accorge di te, mauritano? Eppure il desiderio che hai di lei ti si legge sul viso peccaminoso. E di' alla serva giovane che si mozzi la lingua e si cerchi compagne fra le sue pari. Ella ti fa le sue confidenze quando si butta alla notte sulla tua stuoia?...
- Precisamente, quando alla notte si butta sulla mia stuoia!
- Il diavolo vi porti via tutti e due, demoni vestiti!
Il servo giovane sogghignava, e i suoi denti brillavano al tramonto rosei e come insanguinati. Pareva smanioso di litigare, e fra le altre cose disse:
- Forse la donna è stata forte finché è stata giovane; ma adesso che declina come il sole non vi pare che come il sole debba perder la sua forza?
Allora il servo anziano minacciò di accusarlo ai padroni.
- Tu parli come un loro nemico; tu non sei degno di mangiare il loro pane. Ti farò cacciar via!
- Ah, ah, state attento che non vi faccia cacciar via io!
Più tardi il vecchio stava seduto davanti alla capanna e imprecava a bassa voce. Il giovane era già ripartito verso il paese, e il pastore si sentiva triste come la sera, col cuore gonfio e la saliva amara.
- Ora te lo posso ben dire, Juannepré, - diceva al compagno, - la mia padrona ha un solo difetto: quello di sopportare le persone malvagie; ma se stanotte non torno in paese e non faccio cacciar via quel pezzente, crepo di rabbia.
- Un re degli antichi tempi diceva: la rabbia della sera lasciala alla mattina.
E per qualche momento il vecchio parve calmarsi.
Fra due quercie appariva l'orizzonte coperto da un velo di nebbia luminosa, turchino in fondo come una striscia di mare, poi giallo come una spiaggia, poi rosso violetto e azzurro. La luna nuova cadeva lentamente colorandosi di rosso come attratta dai vapori del tramonto; e tutte le cose intorno, gli alberi immobili e che pure mormoravano, i grappoli enormi delle roccie, i cespugli, tutto si copriva di un velo nero dorato e tutto prendeva un aspetto fantastico. Le quercie oblique sulle rupi pareva si fossero fermate lì sorprese dalla notte mentre tentavano di raggiungere, una dopo l'altra, le vette; e un mistero d'ombra, di abissi, di pericoli ignoti si nascondeva in fondo alle chine boscose, dietro ogni roccia. Ma fin dove arrivava il chiarore glauco e dorato del crepuscolo regnava una pace infinita, e le voci della tanca salivano flebili armoniose: il tintinnio delle greggie che si raccoglievano nelle mandrie, si fondeva col canto degli ultimi grilli, coi latrati dei cani, col ronzio d'un insetto ancora sveglio, col pigolio lieve degli uccelli che par si salutino d'albero in albero prima di addormentarsi.
A un tratto il vecchio pastore si alzò e disse al compagno:
- Vado: bisogna andare.
E va e va, nella sera chiara, attraverso le tancas nere e argentee sotto il cielo azzurro e argenteo d'autunno. Una passione equivoca lo spingeva; amore verso la padrona, odio contro il servo perverso; ma anche qualcosa che egli non riusciva a definire, un malessere strano simile a quello che aveva provato una volta dopo il morso di una vipera. Nel suo vecchio cuore passavano le ombre e i chiaroscuri misteriosi che la sera d'autunno stendeva sulle tancas solitarie.
Ma a un tratto soffiò il vento di tramontana che parve spegner la luna: tutto diventò nero finché in lontananza non apparve la collina con qualche punto rossastro in fondo. Il pastore affrettò il passo, trascinando la sua stanchezza e i suoi sospetti come trascinava le giovenche malate o riottose. Fu davanti al cortile recinto di fichi d'India; la casa era nera, ma sopra il tetto basso della cucina si spandeva un chiarore giallastro. Egli si levò gli scarponi, ripiegò le ghette e s'arrampicò sui tronchi che sostenevano la legnaia, come quando si arrampicava sulle quercie per tagliare fronde da dare al bestiame. Il vento soffiava con rabbia, spazzando il fumo dal tetto; era una notte di amanti e di ladri, e come un ladro il servo poté protendersi sul tetto fino al buco sopra il focolare.
Attraverso un velo di fumo vide sotto di sé la macchia rossa del fuoco, e la padrona e il giovane servo seduti accanto al focolare. La donna non filava; come una regina ai piedi del trono, stava seduta su uno sgabellino ai piedi della scranna alta, e su questa la conocchia e il fuso parevano coricati una accanto all'altro come due sposi. Il servo ridacchiava e guardava fisso la donna coi suoi occhi felini, raccontandole a modo suo la scena dell'ovile.
- Il vecchio sembrava un verre, tanto era arrabbiato... Io gli dicevo: come non si può amare quella donna al solo vederla? Al solo conoscere la sua virtù? Ho fatto male a dire così?
- Tu non devi parlare di me... in nessun modo - disse la donna con la sua voce dura. - Te lo proibisco...
- Io non posso fare a meno di parlare di voi... Il mio stesso pensiero mi tradisce...
- Ah, maledetto uccello, che tu sii sparato! - imprecò il vecchio sul tetto, e fu per sputare sul capo dell'ipocrita. Ma il giovane continuava:
- Io penso sempre a voi, e qualche volta, pur di parlarne, ne parlo persino male... Ho piacere di sentirvi lodare dagli altri; e così oggi è avvenuto. Voi potrete cacciarmi via; io andrò vagabondo, ma penserò a voi... E voi... voi... che farete per me?... 
Ella tese le mani alla fiamma e tremò tutta come per un brivido di freddo.
- Io non ti caccerò - disse con voce lievemente rauca. - Se cacciamo via le persone che ci vogliono bene e con chi restiamo allora?
- Anche a me, anche a me ha parlato così... una volta... - pensò il vecchio, sul tetto, e guardando dal buco gli pareva di rivedere tutto il suo passato... Egli era lì, al posto del servo giovane; ma ella non era mai scesa dalla sua scranna e parlandogli non aveva mai abbandonato il suo fuso, come una regina non lascia mai il suo scettro...
Altri tempi, altri uomini. Egli, per esempio, non si era mai azzardato di porre il suo sgabello accanto a quello della padrona, come faceva adesso quello sfacciato... E lei... lei non si era mai lasciata prender la mano così, come gliela prendeva quel maledetto servo straniero.
Sul tetto il vecchio raschiò, per avvertire la padrona che qualcuno la osservava; ma il vento copriva ogni rumore, e quei due, là sotto, non erano intenti che alla voce della loro passione.
- Austì, Austì, - diceva il giovane servo, accostandosi sempre più a lei, - tu farai bene a non cacciarmi via. Io sarò il tuo vero sposo; e il vecchio morrà e ti lascerà in pace una buona volta... Se tu non vorrai sposarmi davanti al prete non farà niente; ma il vero sposo sarò io...
E la donna lasciava dire e lasciava fare. Ancora un momento e qualcosa di terribile - per il vecchio lassù - sarebbe accaduto; ma egli si sentiva schiacciare da un peso enorme, come se tutto il mondo crollasse sopra di lui, e gli sembrava di esser già morto e di guardare entro l'inferno.
Che fare, pertanto? Gridare di lassù? Ella gliene avrebbe serbato odio eterno. Scendere, picchiare alla porta? Egli non poteva che rimandare di qualche giorno, di qualche ora la terribile avventura. Le parole perfide del giovane gli tornavano in mente.
«Ella è stata forte finché è stata giovane, ma adesso che declina come il sole...».
A un tratto si lasciò scivolar giù nel cortile e batté furiosamente alla porta. La padrona stessa aprì, pallida più del solito, ma calma e impassibile.
Il vecchio balzò accanto al focolare e prese il giovane per i capelli, come per tenerlo fermo e costringerlo ad ascoltar bene le accuse.
- Austina Zatrillas, guardalo bene in faccia! È il tuo peggiore nemico. Egli vuole disonorarti e perderti: egli va per le tancas dicendo che tu stai per diventare la sua amante. Guardalo bene! Egli si vanta che ti farà avvelenare tuo marito per sposarti con lui... Egli è l'amante della tua serva ed entrambi tramano contro di te! Guardalo bene...
Ella lo guardava, ma il suo viso non esprimeva che un lieve spavento: senza parlare si avvicinò ai due servi per separarli, ma il giovane, che taceva e il cui volto diventava nero, come subitamente decomposto, trasse il suo coltellino a serramanico, l'aprì, balzò su con la schiena piegata e fece rimbalzare anche il vecchio.
Ella gridò:
- Presto, gente, presto...
Il vecchio s'era appoggiato al muro e guardava il sangue che pareva sgorgasse dal suo giubbone rosso, un po' al di sopra della cintura su cui si spandeva. Il giovane, coi capelli sul viso, raccattò la sua berretta e si slanciò verso la porta urlando:
- L'ha voluto lui... voi mi siete testimonio... l'ha voluto lui.
Uscì, lasciando aperta la porta: i suoi passi risuonarono attraverso il rumore del vento.
Allora la donna corse ad aprire l'uscio alle serve, che già erano balzate dal letto, mentre il vecchio, piano piano, cadeva seduto con le spalle al muro e dondolava la testa e pareva accennasse di sì, di sì. «Sì, l'ho voluto io...» pareva dicesse.

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