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Capuana, Luigi (racconto online) - Schiaccianoci


SCHIACCIANOCI

racconto online

Benedetti ragazzi! Il teatro dei burattini ora non bastava più: volevano un teatrino per recitar loro, in persona; e avevano già scelto il locale, quello stanzone a pian terreno, specie di magazzino che il babbo affittava, in tempo di fiera, a negozianti di tessuti e che restava chiuso la maggior parte dell'anno, ingombro soltanto di legname vecchio e di una botte inutile.
L'anno avanti la venuta d'un burattinaio aveva messo sossopra la casa dell'avvocato Marsili, babbo compiacentissimo quanto altro mai. I suoi cinque ragazzi, il maggiore dei quali aveva quindici anni ed era intanto più fanciullone degli altri, non gli avevano dato pace finché non avevano ottenuto il permesso di comprare, coi denari delle loro strenne, un bel teatrino per burattini.


Concedendo il permesso, l'avvocato si era immaginato di aver dato tutto. Ma i ragaz-zi, che prima avevano pensato di comprare un teatrino bell'e fatto, non trovandone nes-suno di loro piena soddisfazione, si erano messi in testa di costruirsene uno più grande e assai meglio disposto di quelli veduti nella bottega del cartolaio, che vendeva anche ba-locchi d'ogni sorta.
E allora cominciò l'ammattimento del babbo.
Nei giorni di vacanza, dopo colazione e dopo pranzo, era un continuo picchiare all'u-scio dello studio.
— Avanti.
— Senti, babbo.
— Che c'è?
— Dovresti segnarci....
— Non vi segnerò niente; dovete fare tutto da voi.
— Le proporzioni almeno! — diceva Rino.
— L' arco del proscenio! — pregava Nando.
— E il posto dei buchi da piantarvi le quinte! — aggiungeva Lelio.
— Ma dite pure che debbo costruirlo io tutto di mia mano!
— No, babbo: segnerai solamente....
— Ah! — sbuffava il babbo.
E intanto buttava là le carte della lite che s' era messo a studiare, si levava da sedere e, seguito dai figliuoli che gli saltavano attorno, battendo le mani dall'allegrezza, andava nella camera dove erano già ammucchiati tavole, legni, stoffe, martelli, seghe, pialle, chiodi, tanaglie, insomma tutto l'arsenaletto degli arnesi occorrenti per rizzare il teatrino.
— Si capisce, la bambina non poteva mancare! — esclamò sorridendo l'avvocato, vi-sta là la sua signora.
La chiamava così perché, quando si trattava di far divertire i bambini, di divagarli occupandoli, la signora Marsili, bella e giovane ancora, si rifaceva bambina con loro.
La bambina, infatti, preparava la tela pel sipario, per l'addobbo dell'alto della cicloi-de, e aveva già scelto, da un mucchio di stoffe vecchie, quelle che potevano servire per l'abbigliamento dei burattini.
— Questa per una delle vesti di Colombina; questa pel costume di Pantalone; quella lì, combinata con quest'altra, per la scacchiera di Arlecchino!
— Insomma — disse l'avvocato — che debbo fare?
— Ecco: questo è il piano del palcoscenico. Ti pare sufficiente, babbo?
— Sufficientissimo.
— Lo pianteremo su questo tavolinaccio, a cui la mamma metterà attorno una stoffa perché non si veggano le gambe dei burattinai.
— Ma volete proprio far tutto da voi?
— Tutto, babbo.
— E farete male. Per certe cose ci vuole il falegname; farà meglio e più presto.
— Vado a chiamarlo io! — esclamò Rino.
— Non occorre; lo chiamerà Schiaccianoci. —
Schiaccianoci era il copista dello studio, che faceva da usciere, da cameriere, da ga-loppino, da aio quando non aveva niente da copiare. E faceva ogni cosa assai volentieri, perché, oltre quel che guadagnava con l'avvocato, ricavava sempre dalla signora regali di ogni specie: vestiti smessi, scarpe vecchie, capi di biancheria che l'avvocato non ado-prava più ma che per Schiaccianoci diventavano oggetti di lusso: e lire e mezze lire, e soldi e fiaschi di vino, e salami e formaggio e dolci nelle feste di Natale, della Befana, di Pasqua; talché Schiaccianoci si sarebbe fatto squartare per l'avvocato e la sua signora, e parlava di casa Marsili come di casa sua, e dello studio dell'avvocato come di studio proprio, dove l'avvocato, a sentir lui, si sarebbe preso per copista e lui, copista, per av-vocato.
Non diciamo poi niente del bene che Schiaccianoci voleva ai bambini! Quando li conduceva a spasso, prendeva l'aria di un babbo piuttosto serio; li ammoniva, li minac-ciava, ma, all'ultimo, faceva quel che volevano essi, anche se l'avvocato avesse fatto qualche proibizione. Si pentiva subito della trasgressione, ridiventava o tentava di ridi-ventare severo, tornava a minacciare e ad ammonire; e, arrivato a casa, si raccomandava alla signora, caso mai l'avvocato fosse venuto a sapere.... Poveri bambini! Era stato lui il colpevole, lui aveva trasgredito gli ordini del signor avvocato.... I bambini però si erano divertiti, non avevano fatto niente di male.
La signora Marsili crollava la testa, lo minacciava col dito, sorridendo dell'aria pietosa di Schiaccianoci, che pareva balenasse su quelle gambe lunghe e secche; e prometteva la sua protezione, caso mai!... Però, però un'altra volta....
E un'altra volta Schiaccianoci tornava da capo.
Quel giorno arrivava da una lunga corsa, stanco e trafelato; ma appena i bambini gli corsero incontro gridando: — Federico! Federico! — (Schiaccianoci aveva quel bel nome e un cognome più bello, Fiorini; e l'avvocato non voleva che i suoi figliuoli lo chiamassero col nomignolo appiccicatogli, non si sa da chi, per la sua testa grossa e le gambe lunghe e secche, che lo facevano rassomigliare a uno schiaccianoci); appena dunque i bambini gli corsero incontro, gridando: — Federico! Federico! — Schiaccia-noci si asciugò il sudore in fretta in fretta, e sorridente e lieto di divertirsi coi suoi cari bambini (anche i bambini, a sentir lui, si sarebbero creduti suoi) rispose:
— Eccomi qua! —
E neppure Schiaccianoci ebbe più pace, come l'avvocato, come la signora, finché il teatrino non fu inchiodato, rizzato, pronto a esser dipinto.
Allora Schiaccianoci si rivelò, come disse l'avvocato che dal quel giorno in poi, cioè dal giorno in cui si offerse a dipingere e dipinse il teatrino e le scene, lo chiamò per un buon pezzo Raffaello l'Orbino.
La pittura durò una buona settimana. I bambini volevano vederlo all'opera, aiutarlo se occorreva; e per ciò Raffaello l'Orbino avea dovuto lavorare soltanto quando i bambini tornavano da scuola, e nei giorni di vacanza. Nessuno aveva mai sospettato in Schiaccianoci tanta bravura tintoria e decoratoria. Certi rosoni e certi fregi fecero andare in visibilio i minuscoli impresari; e la reggia e il bosco furono giudicati capilavori addi-rittura.
— Bravo Federico! Viva Federico! —
E Rino, che era il maggiore, una mattina gli disse:
— Faremo una serata a tuo beneficio! —
L'entusiasmo dei bambini e l'ammirazione e la gratitudine della signora Marsili non ebbero confini la sera che Schiaccianoci, date le ultime pennellate e fatto osservare, con l'illuminazione dovuta, l'effetto scenografico dei suoi lavori, annunziò modestamente che sapeva fare e avrebbe fatto lui le teste e le mani dei personaggi.
— Anche scultore ! — esclamò l'avvocato.
E allora non lo chiamò più Raffaello l'Orbino, ma Michelaccio, nome che imbrogliò un po' Schiaccianoci e lo fece protestare, perché il mestiere del Michelaccio lui non l'aveva fatto mai.
— Michelaccio e Michelangiolo son tutt'uno — disse l'avvocato. — Michelangiolo era pittore, scultore, poeta, architetto, e di lui dissero che aveva quattro anime: tu che ne hai due soltanto, una di pittore e una di scultore, sarai per ciò Michelaccio. —
L'avvocato gli voleva bene e scherzava spesso con lui.
Di mano in mano che le teste dei burattini venivano fuori da un pezzo di legno, scol-pite a furia di temperino, i bambini rimanevano a bocca aperta. Poi vennero fuori le mani, poi i piedi, tutti dipinti bene; le teste, con certe sopracciglia nere, e certi occhi sgranati, e certe labbra rosse rosse che parevano insanguinate; le mani, color carne; i piedi, cioè le scarpe, nere e lucide, con punte acuminate e tacchi solidissimi.
E che festa la sera, in cui i burattini vestiti di tutto punto poterono essere appesi a un fil di ferro dietro alla scena del teatrino, in attesa di esser presi e fatti parlare dai buratti-nai, che ora poi si trovavano in grande imbarazzo, non sapendo farli muover bene, e molto meno farli parlare!
Farli muover bene, alla fine, non sarebbe stato poi tanto difficile.
— Ma farli parlare, babbo! — esclamò Rino.
— Il babbo vi scriverà una commediola — disse la signora Marsili.
— Ma se lo dico che tu sei più bambina di loro! Ti par cosa facile una commediola per burattini?
— Che ne so io? Un avvocato come te!... Credevo....
— Ce la scriverà Federico — disse Nando.
I bambini applaudirono. Perché no? Federico per loro era ormai un grand'uomo, ca-pace di fare tutti i miracoli possibili. Ah! ridevano il babbo e la mamma? Avrebbero vi-sto.
E la mattina dopo, Schiaccianoci, accolto con alte grida di evviva, non riusciva a per-suadere quei cinque demonietti, che chiedere a lui di scrivere una commediola era pro-prio come chiedergli di trar sangue da una rapa, o di mutar i sassi in pane.
— Via, non fare il modesto! — gli disse Rino.
— Chi sa quante ne hai scritte ! — soggiunse Nando.
— E contentali! — gli suggerì l'avvocato serio serio. — Hai fatto da pittore, da scul-tore: fa' ora da poeta, e sarai Michelaccio quanto quell'altro.
— Una cosettina per ridere — insinuò la signora, con un sorriso che era preghiera e incoraggiamento nello stesso punto.
E Schiaccianoci che, trattandosi del suo avvocato, della sua signora e dei suoi bam-bini non poteva mai dir di no, promise che fra tre giorni avrebbe portato la commedia.
— Oh, fra tre giorni! Ci vuol tanto? Spicciati, Federico! —
E Schiaccianoci si spicciò. Lavorò un'intera nottata, e il domani a mezzogiorno — era giovedì — si presentò in casa dell'avvocato col manoscritto della commedia in tasca.
Gli urli di gioia, i salti, gli abbracci e i baci non si dicono.
— Ma tu sei un portento, Schiaccianoci!
— Ma bravo, Schiaccianoci! —
E siccome il babbo e la mamma quella volta, inavvertitamente, avevano dato il cattivo esempio, così i bambini lo acclamarono in coro:
— Viva Schiaccianoci! Viva!
— Chiamatemi sempre così — egli riprese ridendo di cuore. — Sembro davvero uno Schiaccianoci con queste gambacce. —
E dopo colazione, Schiaccianoci lesse la commediola. L'avvocato, sdraiato su la pol-trona a dondolo, fumava un virginia; la signora aveva ripreso un lavorino d'uncinetto; e i bambini parte in piedi, parte seduti, con tanto d'occhi e di orecchi, stettero a udire, ri-dendo clamorosamente di tratto in tratto, quando Schiaccianoci, per indicare le busse che Pulcinella suonava ad Arlecchino, dimenava il braccio, imitando con la voce il ru-more del bastone su la testa di legno.
— E tiritoc! tiritac! tiritoc! —
Schiaccianoci aveva trascritto alla meglio, di memoria, una farsetta da burattini vista rappresentare tempo fa, mettendovi di suo soltanto certi motti che gli erano parsi spiri-tosi. Pantalone, per esempio, che aveva prestato dei quattrini a Pulcinella, non potendo più cavarglieli di mano, diceva in un fantastico veneziano:
— Zito, ladro! Ti farò sitare da Schiaccianoci! Androgio dall'avocato Marsili! —
Però al povero Schiaccianoci era accaduto quel che accade a tanti autori drammatici più serii di lui; il suo lavoro non era arrivato a vedere, come si dice, la luce della ribalta. Prima si era ammalata la signora Marsili; poi era sopraggiunta la villeggiatura; e alla ri-apertura delle scuole, i bambini avevano dimenticato teatrino, burattini, e commedia, ammonticchiati in un angolo, coperti di un vecchio lenzuolo. Un giorno che Rino, per curiosità, volle vederli, trovò che i topi avevano róso le vesti di Colombina, la palandrana di Pantalone, la gobba di Arlecchino, e il gatto aveva stracciato e sporcato il manoscritto in modo da renderlo illeggibile!
Ora dunque non si trattava di burattini, ma d'un teatrino bello e buono, da darvi rap-presentazioni insieme coi compagni di scuola. La settimana avanti era stato inaugurato il nuovo teatro comunale, con una compagnia di prosa che aveva fatto furore; ed ecco che i bambini volevano avere il loro teatrino comunale, come diceva Rino.
Erano tutti cresciuti di due anni, e non reputavano più cosa seria divertirsi coi burat-tini: occorreva loro un teatrino da rappresentarvi drammi e magari tragedie. E prima di esser certi di ottenere dal babbo il locale e la costruzione del teatrino, già pensavano alla compagnia. Erano impensieriti per la mancanza di donne. Se la mamma avesse avuto la buona idea di dar loro qualche sorella!
Schiaccianoci, consultato intorno a questo, aveva detto
— I bambini possono fare da donna. —
E questa risposta era stata una scintilla che per poco non avea mandato in aria il pro-getto del teatrino. Rino e Nando avevano cominciato a leticare, perché tutt'e due si era-no subito incaponiti di voler essere la prima donna. Schiaccianoci era finalmente riuscito a persuadere Rino che il primo posto della compagnia era quello del primo attore, e che questo gli stava bene per l'età, per la statura e perché lui era nella quinta elementare; dalle quali ragioni Rino aveva sentito solleticare talmente il suo amor proprio, da cedere a Nando il posto di prima donna, se gli fosse piaciuto di tenerlo.
— È inutile intanto pensare a tutto questo — aveva egli soggiunto — se il babbo non ci concederà il locale e non ci permetterà di rizzare il teatrino.... —
Anche intorno a questo punto venne consultato Schiaccianoci.
— Se la mamma ci aiuterà! —
Si metteva pure lui nel conto. Già prevedeva che gli sarebbe spettata una gran parte nell'esecuzione del bel progetto. Da giovane, era stato per qualche anno un dilettante ar-rabbiato, sì, ma disgraziatissimo. Ricordava tuttavia le risate destate dal suo apparire su la scena fin nelle parti più serie, parti ch'egli prediligeva e che pareva gli venissero con-cesse facilmente per discreditarlo di più. Ora capiva che la sua figura, con quella testa e quel busto su quelle gambacce lunghe un miglio, doveva far ridere per forza. Ma allora sentiva tale entusiasmo per le rappresentazioni drammatiche, da pensare sul serio di di-ventar attore...
— Con queste gambacce! — ripeteva ora, compiangendosi, tutte le volte che riparla-va della sua aberrazione di dilettante.
Qualcosa di essa però gli rimaneva tuttavia in fondo al cuore, se anche lui si era in-fiammato del progetto dei ragazzi, e ne ragionava volentieri con loro, e li aizzava rac-contando tutte le storielle delle prove, delle papere, degli incidenti tra attori, di cui era stato testimone e parte in quei due anni della sua giovinezza.
Per ciò insisteva coi bambini:
— Bisogna raccomandarsi alla mamma, perché ne parli lei al babbo. —
Veramente con la mamma non occorreva punto raccomandarsi quando si trattava di divertimenti leciti, onesti e ch'ella poteva benissimo sorvegliare.
— Tu sei più bambina di loro! — le rispose l'avvocato. — Un teatrino, non capisci? è una spesa. Rizzare in muratura il palcoscenico è quasi niente. Ma le scene, gli arredi, i vestiari.... E poi, non si può lasciare il magazzino qual è, col pavimento senza mattoni, con le pareti annerite, senza intonaco.... E poi....
— E poi e poi!... Faremo un po' per volta. È facile che i bambini si stanchino e si an-noino prima di condurre a termine la muratura del palcoscenico. Non sono bambini per niente. Hai visto quel che è accaduto col teatrino dei burattini?... Non hanno fatto nep-pure la prima rappresentazione. E il povero Schiaccianoci è rimasto mortificatissimo, per non aver potuto vedere rappresentata la sua famosa commedia.
— Intendo! — conchiuse l'avvocato. — È la bambina che vuole il teatrino.... assai più dei bambini. Da' a bere al prete che il chierico ha sete! Intendo! Alla bambina bisogna conceder tutto!
— Grazie.... Ma io credo che si divertirà anche il bambinone — rispose la signora ri-dendo.
Infatti, nelle ore libere, l'avvocato scendeva giù nel magazzino a dirigere i lavori, lie-tissimo di vedere i suoi figliolini così occupati, da sembrare tanti piccoli operai che do-vessero guadagnarsi il pane.
Schiaccianoci si moltiplicava. Copiava, portava manoscritti di memorie alla stamperia, correva dalla pretura al tribunale, e viceversa, volava a far le cómpere per la signora, e pareva avesse nelle mani e nelle gambe l'argento vivo. Le sue copie ne soffrivano un po'. Non vi si poteva ammirare più la bella calligrafia rotonda e serrata che si sarebbe fatta leggere anche da un cieco; non vi mancava però una parola, né una virgola. Le lettere guizzavano irregolari, prendevano più spazio, ma lo scritto non varcava i limiti. Schiaccianoci si sarebbe fatto scrupolo di fare spendere ai clienti qualche lira di più in carta bollata. Insomma, nella calligrafia si vedeva la fretta, niente altro; ed era un gran sintomo, perché d'ordinario egli si metteva tranquillamente a tavolino e copiava copiava con la regolarità di una macchina, capisse o non capisse (e questo gli accadeva qualche volta) lo scritto che gli stava davanti. Ugualmente nelle sue corse alla stamperia, al tri-bunale, alla pretura, Schiaccianoci non si scalmanava punto. Andava con calma dignitosa buttando una gamba avanti l'altra, dondolando le braccia in senso inverso, cioè ac-compagnando col braccio destro il movimento della gamba sinistra, col braccio sinistro il movimento delle gamba destra, sicuro di arrivare sempre in tempo, perché quelle sue gambacce, come egli soleva dire, mangiavano il doppio di strada che non le gambe degli altri.
Ma ora non più. Voleva sbrigarsi subito delle copie, o delle corse; e non sarebbe neppure andato a far colazione o a desinare, pur di poter mettere le mani nei lavori del teatrino.
Ammucchiava sassi a portata di mano del muratore, intrideva la calce, squadrava una grossa pietra, regolava l'archipenzolo, per tirar su a piombo i lati della piattaforma del palcoscenico; segava legni, tavole, prendeva misure; e quando non aveva proprio niente da far con le mani, sbalordiva, abbagliava i bambini coi suoi progetti di decorazioni, giacché anche questa volta, come pel teatrino dei burattini, il pittore voleva esser lui.
— Vedrete, cari miei, che bellezza di colori, e che disegni! —
Egli s'inorgogliva anticipatamente dell'opera sua.
— E che cartelloni! —
Già pensava ai cartelloni.
— Tu farai il bigliettinaio! — gli disse un giorno Vittorino, che era il terzogenito.
— Anche questo! — rispose Schiaccianoci, che però mirava più alto, alla parte di di-rettore, e, osava appena confessarlo a sé stesso, di autore drammatico della compagnia.
La sera, andando a letto, mulinava mulinava senza avere un'idea chiara di quel che voleva fare: una commedia? un dramma? una tragedia? E finiva con ridere di sé stesso. Ma appena chiudeva gli occhi, ecco un palcoscenico vasto quanto una piazza; e lui, in mutande, spinto fuori delle quinte, tra i fischi e le risate del pubblico, correva di qua e di là per nascondersi e non trovava modo di rientrare dietro le quinte. Che vergogna! che pena! che sudor diaccio! E che respirone di sollievo destandosi, allorché si trovava nel misero lettuccio della sua povera stanzetta, dove s'era coricato poco prima, stanco ma con la coscenza tranquilla; né sazio, né affamato; contento di essersi guadagnato one-stamente quel po' di pane, quel piatto di minestra, e quel dito di vino che lo scaldava sotto i lenzuoli. Tanto, neppure pensando a scrivere una commedia per divertire i suoi cari bambini, non faceva male a nessuno. Avrebbe fatto soltanto una cosa sciocca. Che gliene importava, purché i bambini potessero ridere? Il guaio era, che non sapeva imba-stire neppure una cosa sciocca. Come facevano quegli altri a mettere assieme tutte quelle belle cose che strappavano le lagrime? E non erano vere. Gli attori che si ammazzavano davanti il pubblico, calato il sipario, si rizzavano più vivi di prima. Quella era una bella virtù! Lui però non doveva far ammazzare nessuno. Una bella burla, per esempio! Oh, una bella burla!... Ma non la trovava. Una volta, anni addietro, gliene avevano fatta una a lui, e ci aveva preso i cocci; ma non era cosa da bambini. Gliela avevano fatta grossa! Ora ne rideva lui stesso, ma allora.... Che bestia! C'era cascato così bene!... E se infine avesse scritto «La burla di Schiaccianoci»? Come sarebbero stati contenti i bambini! E appena si appisolava, subito sognava di nuovo quel palcoscenicone, e i fischi, ah, che fischi! Non aveva fortuna neppure in sogno sul palcoscenico!
Intanto il palcoscenichetto del teatrino era bell'e rizzato, con la cicloide di tavola e i pali delle quinte al lor posto.
Ed ecco che all'avvocato viene la cattiva idea di far dipingere ogni cosa dal pittore che gli aveva dipinto le volte di alcune stanze.
Schiaccianoci lo trovò lì, in atto di far uno schizzo col lapis, sotto gli occhi dell' av-vocato che approvava; quattro sgorbi. E l'avvocato diceva: — Bene! benissimo! È quel che ci vuole! Quattro sgorbi! —
Gli parve un tradimento, e gli salirono le lagrime agli occhi. Si allontanò zitto zitto, corse su dalla signora e non sapeva come dirle quel che aveva veduto.
— Si sente male? — gli domandò la signora Marsili.
— Niente, signora mia! Sono uno stupido! Sento l'affronto come se io facessi il me-stiere di pittore. Il signor avvocato ha ragione….. Però..... però, forse, certi sgorbi avrei saputi farli anch'io; e il signor avvocato non avrebbe speso un centesimo, no, cioè..... quelli dei colori soltanto.....
— Ah, povero Schiaccianoci! Povero Michelaccio! —
La signora rideva; ma era assai commossa, e ne parlò al marito.
— Davvero? — esclamò l'avvocato. — Bambina mia, però, capisci, dovendo fare una cosa come questa, è meglio, capisci? Non è Bazzani, lo so, ma non è neppure Schiaccianoci; è pittore di camere, e un po' il suo mestiere lo sa. Capisci? Io la penso così: o fare una cosa come va fatta, o non farla punto.
— Ma non capisci? (La signora canzonava il marito per quell'intercalare: «Capisci?» che egli usava a ogni quattro parole). Ma non capisci, caro mio, che noi facciamo un te-atro non pel pubblico, ma pei nostri bambini? E quando essi sapranno che il pittore non è più Schiaccianoci, sentirai tu che strilli! Quel povero Federico è così addolorato di questo affronto....
— Affronto! È buffo; capisci! —
L'avvocato quasi ci si stizziva. E, tutt'a un tratto, disse:
— Vi contentate delle sconciature di Schiaccianoci? E fategli fare quel che vi pare e piace! Io me ne lavo le mani! —
Avutane la notizia, Schiaccianoci pianse; e baciò parecchie volte la mano della si-gnora, ripetendo:
— Grazie! grazie!... Non è per vanità, signora mia! Ma in una cosa dei vostri bambi-ni..... che fa tanto piacere ai vostri bambini.....  che vuole!... mi pare che non ci debba mettere le mani nessuno di fuori della famiglia..... Io sono il loro buon servitore..... Sono come della famiglia..... Dico bene, signora?
E un'ora dopo, menava allegramente su e giù un pennellone per dar la prima mano di tinta; e lo menava così coscienziosamente, che cavava fuori la lingua a ogni tirata in su e in giù, quasi credesse, facendo a quel modo, di dar più consistenza al lavoro.
Schiaccianoci aveva avuto una splendida idea, quasi un colpo di genio; e questo colpo di genio gli era venuto una notte che non poteva chiudere occhio per via di quella fissazione che nel teatrino di casa Marsili non doveva metterci mano nessuno di fuori. Egli aveva esteso questa specie di divieto anche alla commedia da rappresentarsi o per lo meno alla prima commedia che doveva inaugurarlo. Ora che la parte materiale era al-lestita di tutto punto, e lui, povero copista, aveva avuto il piacere, la soddisfazione di ri-cevere le congratulazioni dell'avvocato pel modo con cui se l'era cavata nel decorare il teatrino e nel dipingere le scene, ora il suo tormento era la commedia che avrebbe voluto scrivere, e per la quale intanto non sapeva da che parte rifarsi.
Con quella dei burattini, aveva fatto presto. Bella forza! si era messo a copiare, di memoria, una vera farsa da burattini, non senza aggiungervi qualcosa di suo, raffazzo-nando qua, raffazzonando là; ed era riuscito a fare un pasticcetto passabile. I bambini avevano riso tanto! E anche la signora! E anche l'avvocato! Aveva riso anche lui, leg-gendola e vedendo ridere gli altri! Ma una commedia con personaggi di carne e di os-sa.... Corbezzoli! Era matto?
Qui gli venne in mente la riflessione:
— Infine, i personaggi di carne e di ossa che fanno di diverso dai burattini? Non so-no, spesso spesso, più burattini di quelli? —
E fu il lampo di genio che lo fece saltare giù dal letto.
Accesa la candela, cavò fuori dalla cassetta del tavolino il manoscritto delle Nozze di Pulcinella, e cominciò a leggere ad alta voce:
— Scena prima. PULCINELLA SOLO. Come diamine farò! Io voglio sposare a ogni co-sto Colombina, che ha una bella dote. Ma il signor Pantalone è un vecchio volpone e un avaraccio che non vorrà mai darla a uno spiantato come me!...
E si fermò.
— Ebbene, e se invece di Pulcinella solo fosse qui scritto per esempio, Carlo solo! O che guasterebbe? Come diamine farò? Io voglio sposare a ogni costo..... la signorina Elisa che ha una bella dote. Ma il signor Procacci è un vecchio volpone e un avaraccio che non vorrà mai darla a uno spiantato come me!... —
Si fermò di nuovo, diè una stropicciatina alle mani, ed esclamò:
— Non fa una grinza! —
E riprese a declamare; ma questa volta facendo a voce le mutazioni opportune. Tutto era andato a vele gonfie fino alla scena capitale del tiritac! tiritoc! tiritac! cioè delle le-gnate che Pulcinella dava ad Arlecchino e che poco dopo Arlecchino restituiva, con lo stesso strattagemma, a Pulcinella.
II povero Schiaccianoci sentì cascarsi le braccia! La difficoltà, a prima vista, gli parve proprio insormontabile. Va bene che le persone di carne e di ossa facciano, spesso spesso, anche peggio dei burattini, non contentandosi di fare da burattini addirittura; ma le legnate, tiritac! tiritoc! tiritac! non se le dànno più. Per questo i burattini hanno le teste di legno; le persone di carne e di ossa.....
— Si sfidano a duello! C'è burattinata peggiore? —
E Schiaccianoci non poté contenersi, e diè tre salti che fecero ballare l'impiantito della cameretta e tintinnire un bicchiere e una tazza sul cassettone.
— È trovata! è trovata! —
Senza por tempo in mezzo, si mise a ricopiare il manoscritto; e all'ora di andare allo studio, aveva già la copia bell'e pulita in tasca. Povero Schiaccianoci!
Questa volta però l'affronto, com'egli diceva, non gli venne dall'avvocato, ma dai bambini. Quelli stessi che avevano tanto riso al tiritac! tiritoc! tiritac! di Pulcinella e di Arlecchino, rimasero freddi freddi alla scena del duello su cui Schiaccianoci contava tanto. Eppure l'aveva letta con grand'enfasi:
CARLO. Signore! GIULIO. Signore! CARLO. Uno di noi due è di più in questo mondo. GIULIO. Voi, signore! CARLO. No. Voi, signore! Eccovi la mia carta. GIULIO. Eccovi la mia! CARLO. Usciamo. Giulio. Uscite, vi seguo. CARLO. Vado a prendere le spade. V'in-filzerò come un salsicciotto! GIULIO. Ed io come un merlotto! IL SIGNOR PROCACCI. Andeve a farvi mazzà fuori di chi!...
Questo tratto del fantasticissimo veneziano di Pantalone, Schiaccianoci non aveva avuto cuore di sacrificarlo: gli pareva che i bambini avrebbero dovuto scoppiar dalle risa, e invece avevano esclamato in coro:
— Ma che! Non ci piace! Il maestro ci ha dato una commediola del Coletti.... E non c'è donne!
— Faremo tutti da primi uomini! — esclamò Nando ringalluzzito.
— E tu da suggeritore, — conchiuse Rino.
Schiaccianoci si rassegnò, poiché i bambini erano più contenti dell'altra commediola che non della sua. Egli aveva sognato la gloria di autore comico unicamente per far pia-cere a loro. Avrebbe fatto da suggeritore, ma anche da direttore scenico, pensava.
Invece una mattina, all'ora della prova, vide arrivare il maestro, un vecchio prete, che cominciò a farla subito da direttore, quasi fosse stato il Salvini in persona. Il povero Schiaccianoci si contorceva su la seggiola, in un canto del palcoscenico; e più che sug-gerire, masticava le parole, osservando gli spropositi che quegli insegnava ai bambini. O che si figurava costui? che dovessero predicare?
— Non si voltano le spalle al pubblico — disse a Rino il prete.
— Scusi! — non poté trattenersi dal rispondere Schiaccianoci per Rino.
Il prete lo guardò con cert'aria altera quasi intendesse domandargli: Chi è lei che ci mette bocca?
— Scusi..... ripeté Schiaccianoci. — Anzi, quando occorre, ora si voltano le spalle al pubblico. Rino, scusi, non parla mica con la platea, parla con suo cugino Carletto, che è lì in fondo alla camera....
— Lei faccia il suggeritore! — interruppe il prete, tornando a ripetere sentenziosa-mente:
— Non si voltano le spalle al pubblico; è cattiva educazione. —
Schiaccianoci stette zitto per non compromettere l'autorità del maestro davanti ai bambini; ma quando arrivò l'avvocato, dopo che il prete era andato via, si sfogò con lui:
— Signor avvocato mio, così si farà un pasticcio! Io sono una bestia, e colui è prete e maestro, non c'è che dire; ma egli può insegnarmi la grammatica e la filosofia e la teo-logia, non come si deve recitare. Ho fatto due anni il dilettante, e vedevo e osservavo come facevano gli altri che ne sapevano più di me: e sono andato spessissimo a teatro — lassù, nel lubbione; e allora non cenavo per pagare il biglietto — ed ho visto Salvini, Ernesto Rossi, Dominici, Cesare Rossi, Sciosciammocca, Novelli, Vitaliani, i meglio attori.... e, altro se voltavano le spalle al pubblico! Altro!... Non rida, signor avvocato mio! —
L' avvocato rideva per quell'insalata di attori che Schiaccianoci avea fatto.
— E poi, o che si fa un gesto a ogni parola? se dico: cuore, toccarsi il petto! Se no-mino il cielo, appuntare il dito lassù! Se la terra, appuntarlo giù! Dica, dica lei; sono una bestia, un povero copista, sono Schiaccianoci suo servo umilissimo.... ma dica, dica se ho ragione! —
L'avvocato rideva rideva e gli dava ragione crollando la testa. I bambini, aggruppati attorno a Schiaccianoci sul palcoscenico, guardavano ora il babbo, ora lui.
— Insomma, come dobbiamo fare? — domandò Rino.
— Fate come vi dice il vostro Salvini — rispose il babbo — e ricominciate da capo. Io sarò il pubblico.
— A posto! Scena 1a — gridò Schiaccianoci che non istava nella pelle.
La commediola del Coletti aveva appunto cinque personaggi, e i bambini erano or-gogliosi di esser essi i soli attori.
Alla vigilia dell'inaugurazione Schiaccianoci mantenne la promessa: fece un cartellone co' fiocchi, che fu appiccato al portone del magazzino. La gente si fermava a guardare; ed egli, che sorvegliava il facchino da cui venivano portate giù le seggiole per gl'invitati, dava spiegazioni, e permetteva che i curiosi affacciassero la testa dall'uscio socchiuso, per vedere che bellezza di teatrino egli avea dipinto.
— Quanto si paga per entrare? — aveva domandato qualcuno.
— Niente, sciocco! È per divertimento dei nostri bambini! —
La sera della prima rappresentazione, quando Schiaccianoci andò a rannicchiarsi nella buca del suggeritore, dove le sue gambe troppo lunghe lo facevano stare molto a disagio, era così commosso e aveva gli occhi così appannati dalle lagrime, che guai se i bambini avessero dovuto aspettare l'imbeccata da lui!
Per buona sorte, l'avvocato aveva preparato coi suoi più intimi amici una bella dimo-strazione a Schiaccianoci, pittore ornamentista e scenografo. All'alzarsi del sipario, scoppiarono gli applausi:
— Fuori lo scenografo! fuori Fiorini! —
E non mancò qualche grido di: — Fuori Schiaccianoci! —
Schiaccianoci dovette mostrarsi al pubblico, e non potendo comodamente uscir dalla buca, con una mano tolse via la cuffia e scattò fuori, come un babau, asciugandosi i luc-ciconi, ridendo con una specie di convulso, accennando con una mano ai due bambini che doveva recitare la prima scena, ed erano rimasti là, quasi interdetti dall'inaspettato scoppio di applausi. Portava l'altra mano al cuore e crollava la testa in maniera così buffa, che l'ilarità del pubblico si sarebbe prolungata, se qualcuno non avesse zittito per imporre silenzio.
La rappresentazione andò a meraviglia. L'avvocato, senza parere, assistendo alle pro-ve e facendo ripetere i bambini in casa, dopo colazione e dopo desinare, aveva contri-buito a rendere quei suoi demonietti così padroni della loro parte, che quella sera non sembrava di sentirli recitare, ma di assistere a una scena reale della vita fanciullesca. Voleva però lasciarne tutto il merito a Schiaccianoci, poverino, che gli aveva dato una nuova prova di affezione; e perciò, senza farne trapelar niente ai bambini, aveva fatto preparare una corona di alloro con un bel nastro, sul quale era incollata a lettere d' oro l' iscrizione: Al loro scenografo e direttore i bambini Marsili.
All'ultima scena gli applausi tornarono a scoppiare fragorosissimi; parecchie signore, non potendo applaudire perché dovevano portare i fazzoletti agli occhi, gridavano:
— Bravi! bravi! —
Comparve in quel punto la corona portata da un altro copista, collega straordinario di Schiaccianoci. Il quale dalla buca, non potendo intendere che cosa fosse accaduto da provocare tutt'a un tratto quella violenta ripresa di urli e di applausi, né resistendo alla curiosità, fece come aveva fatto prima: rimosse la cuffia e rizzò la testa voltandosi per guardare in platea.
Rino, Nando e Lelio alla vista della corona parevano impazziti dalla gioia. E mentre Rino la posava sulla testa di Schiaccianoci che si schermiva invano, Lelio, il più birichino dei bambini, gli si aggrappò al collo e, aiutato da Nando, gli si mise a cavalcioni su le spalle.
Fu un delirio di applausi!
E questa volta Schiaccianoci, pur intendendo che il pubblico voleva un po' divertirsi alle sue spalle, vedendosi sul palcoscenico fra i suoi cari bambini, quantunque avesse più che la metà della persona sprofondata nella buca, si diè a baciarli e abbracciarli, ridendo e piangendo.
— Bravi! bravi! —
E faceva certe mosse esagerate, quasi smorfie, per farli ridere di più.
Mai, mai Schiaccianoci non era stato felice come in quel momento.

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