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Capuana, Luigi (racconto online) - La nonna


LA NONNA

(racconto online)

I

— La nonna! —
La chiamavano tutti così, anche coloro che la conoscevano appena, e le volevano bene tutti, anche coloro che la conoscevano soltanto di vista e di nome. Bastava vedere quella rubizza vecchina, con gli abbondanti capelli bianchissimi che le facevano un'aureola di argento attorno a la testa, vestita di nero con dignitosa eleganza, sempre circondata da un allegro nugolo di nipotini, per sentirsi riempire subito il cuore di rispettosa tenerezza.
Magra, bruna, piena di rughe, con occhi ancora belli non ostante i suoi settantatré an-ni, con bocca anche più bella quando sorrideva o benevolmente ammoniva, con mani scarne sì ma piccole e delicate, svelta e vivace tuttavia nei movimenti, nei gesti, nella parola, la signora Adelaide Tocci-Memili, ogni volta che compariva nei salotti del figlio o del genero, strappava un grido di ammirazione fino ai giovinotti che non sogliono ave-re molti riguardi per la vecchiezza.


Come doveva essere stata bella in gioventù!
— È più giovane di noi! — dicevano la figlia e la nuora.
Infatti i bambini, appena la vedevano arrivare, cessavano di fare il chiasso e le si ra-dunavano attorno, solleciti soltanto di averne i baci, le carezze e di sentirla parlare. I piccini le si arrampicavano addosso, le cingevano il collo coi braccini; gli altri le facevano corona, sorridenti, lieti di averla in mezzo a loro quasi fosse una bambina loro pari, e si aggrappavano alla veste, alle mani di lei chiamandola: Nonnetta! Nonnina! Nonnettina! con accento più vezzeggiativo della parola; e se la contendevano appena si moveva per la casa; e mettevano il broncio se la nonnetta, la nonnina, la nonnettina, un po' stordita dalla festosa accoglienza, non aveva badato abbastanza alle dimostrazioni di affetto di qualcuno di loro.
— Nonna, non mi vuoi più bene?
— Ma sì, carina!
— Nonnetta, perché non mi hai fatto una carezza?
— Eccola; siete tanti, bambino mio; mi confondo.
— E a me non mi dici niente, nonnina?
— Ti dico che sei bella: sei contenta? —
E sorrideva, e accarezzava, e tornava a baciare, e aveva una parolina dolce per questo, un'occhiata affettuosa per quella, un cenno per quell'altro, un gesto gentile per qualcuna che rimaneva un po' indietro e non riusciva a farsi largo fra i più vivaci.
— Resti a desinare con noi?
— Se la vostra mamma mi vuole.
— Ti vogliamo noi, nonnina! — urlavano tutti in coro.
Allora ella soleva aggiungere:
— La mamma dice che non ce n'è a sufficienza anche per me.
— Ti cedo la mia parte.
— La mia!
— La mia! —
Era una gara chiassosa che divertiva sempre i bambini, quantunque sapessero che la nonna dicesse così per ischerzo.
Viveva sola, in casa propria, per non destar gelosia tra il figlio e la figlia, tra il genero e la nuora, i quali, un po' per affetto, un po' per interesse, avrebbero voluto indurla ad abitare insieme con loro.
— Non posso dividermi, e perciò sto qui. E poi, voglio la mia libertà — ella rispon-deva sorridendo alle sollecitazioni del figlio e della figlia, che non lasciavano mai sfug-girsi la più piccola occasione per tornare all'assalto.
— Sono sana, robusta, e non sono rimbambita; ho una serva che sta con me da qua-rant' anni, un servitore che è invecchiato in casa mia, e non ho punta fretta di morire. Ci sto bene in questo mondo, ci sono stata sempre bene, grazie a Dio. Ho anche dei difet-tucci, qualche innocente debolezza di vecchia, e che non può garbare a tutti; ho abitudini di altri tempi che mi piace conservare; e mi renderei incresciosa in casa vostra, dove vivete alla moderna. Io, per esempio, voglio vedere i miei vecchi mobili attorno a me: non sono belli ma mi ricordano tante cose. Quando vengo da voi, mi sento spostata. Che posso farci? Sono così, e sarebbe inutile tentar di mutarmi.
Parlava con voce dolce, persuasiva, non senza un lieve accento di tristezza, perché in quella gara di offerte e di preghiere che facevano figlio e nuora, figlia e genero, ella scorgeva che non si trattava soltanto di affetto, ma anche d'interesse, e prevedeva il male che avrebbe fatto consentendo di abitare insieme col figlio o con la figlia, poiché non poteva farsi in due parti uguali e contentare tutti e due in una volta.
Quando si era accorta che anche tra i nipotini si faceva strada un senso di interessata gelosia, forse perché avevano udito certi discorsi in famiglia, proibì assolutamente al fi-glio, alla figlia, alla nuora e al genero di riparlare più mai di quella loro sciocca proposta. E un giorno che Gabriele, il primogenito del figlio, aveva mostrato di pretendere qualcosa di particolare dalla nonna, e che non doveva essere concessa ai cuginetti, per-ché quelli non si chiamavano con lo stesso cognome, ella era stata molto severa con lui, tanto che il bambino si era messo a piangere ed era andato a dire al babbo che la nonna non gli voleva più bene.
Occorse un'ultima spiegazione, e da allora in poi la nonna fu lasciata in pace.
Andava a giorni fissi, in casa del figlio e della figlia. Riuniva le due famiglie in casa sua nelle grandi solennità del Natale, del capo d'anno, della Pasqua, dell'onomastico e del compleanno; le invitava nel settembre, per una quindicina di giorni, in campagna in una bella villa portata in dote da lei al marito e dove ella passava, tutti gli anni, l'estate; non faceva un regalo a una delle due famiglie senza farne uno identico, e lo stesso gior-no, all'altra; e sarebbe morta contenta di esser riuscita nella difficile impresa di mante-nere la pace e l'armonia tra quelle persone a lei care, se non fosse avvenuto un caso che fece crollare improvvisamente il bel congegno da lei tessuto e tenuto su con tanta cura.
La nonna aveva preso marito un po' tardi, a trentacinque anni, e i figli erano venuti un po' tardi anch'essi. Il marito era morto pochi anni dopo il matrimonio della figlia e quando il figlio già avvocato e con tante belle speranze di fortuna, pensava anche lui a crearsi una famiglia.
La nonna soleva dire
— Tutto vien tardi in casa nostra, ma per compenso tutto dura più a lungo; guardate me. —
Si compiaceva della sua vegeta vecchiezza; era felice dell'affetto e del rispetto dei fi-gli, della nuora e del genero, ed era matta a dirittura, lo ripeteva spesso, dei nipotini.
D'un avvenimento doloroso di casa sua ella non parlava mai, ma ci pensava sempre. Una delle sue figliuole aveva voluto fare un matrimonio capriccioso, senza curarsi degli avvertimenti e dei consigli dei genitori, e il babbo e la mamma l'avevano abbandonata alla triste sorte che ella aveva scelto. Quella figliuola era stata considerata come morta. La nonna, quand'era sola, specie la sera, a letto, e nelle notti che non poteva prender sonno, piangeva della disgrazia della sua infelice creatura, si rimproverava la sua ecces-siva rigidezza, ma voleva mantenere la promessa fatta al marito al letto di morte, di non permettere che quella cattiva figliuola mettesse più piede in casa loro. Eppure la povera signora si sarebbe lasciata indurre a venir meno a quella promessa, e a perdonare, se la disgraziata non fosse stata orgogliosa e non si fosse ostinata a soffrire, a morire di fame, piuttosto che umiliarsi. Veramente questo suo orgoglio non riguardava tanto la mamma, quanto il fratello e la sorella che si erano mostrati quasi crudeli con lei.
— Mi tengono per morta? Voglio essere come morta davvero! —
Or un giorno la nonna ricevette una lettera, raccomandata con francobolli stranieri, e con la soprascritta di una mano che non riconosceva.
La lettera diceva così:

« Mamma mia,
«Fra qualche giorno non sarò più. Morrò senza il tuo perdono. Le mie sventure, le mie sofferenze mi hanno punita abbastanza; mi sento quasi perdonata. Lascio una creaturina di dodici anni, che porta quasi il tuo nome e che è anche sangue tuo. Raccomando a te la povera orfanella. Io sono stata disubbidiente; ma questa creaturina non ha fatto male a nessuno. Non punirla per colpa della mamma! Gli ultimi miei aneliti di vita saranno un ringraziamento e una preghiera per te....»

La nonna dovette interrompere la lettura; le lagrime le impedivano di andare avanti. Si inginocchiò dinanzi il quadro della Madonna, chiese perdono della durezza mostrata verso la figlia; poi andò in salotto dov'era un bel ritratto del marito, gli parlò, quasi fosse stato vivo, e le parve di sentirlo rispondere dentro il suo stesso cuore. Si asciugò le la-grime, non disse niente a nessuno: chiamò il vecchio servitore, gli diede le istruzioni necessarie, il danaro occorrente e lo fece partire lo stesso giorno per andare a prendere la bambina.
Solamente, un giorno essendo a pranzo dal figliuolo, e parlando del proprio onoma-stico che sarebbe stato fra pochi giorni, si lasciò scappare di bocca, rivolta ai nipotini:
— Vedrete che bel regalo vi farò quel giorno!
— Che regalo, nonnina! Anche ai cugini?
— A tutti, a tutti; vedrete.
Non volle dir altro.
In quei quattro giorni i bambini smaniarono di curiosità, tentavano tutti i mezzi per strapparle il segreto. E siccome Matilde, insistendo più degli altri, voleva almeno sapere se il regalo per lei sarebbe stato una bella bambola, la nonna, le disse:
— Sì, una bambola che parla, che si muove, che mangia e che sa fare tante cosine meglio di te.
— E a me? — domandò allora Gabriele.
— E a me?
— E a me? —
Tutti le erano d'attorno con baci, carezze, moine, preghiere.
— Sarà un unico regalo, per tutti!
— E come faremo a divertirci tutti con una sola bambola?
— Ve lo insegnerò poi.
— Dovrò baloccarmi con la bambola anche io? — disse Gabriele, che voleva fare l'omino.
— Certamente; e ne sarai più contento degli altri. —
E vedendola sorridere, e nello stesso tempo asciugarsi gli occhi riempiti improvvi-samente di lagrime, i nepotini erano rimasti dubbiosi se dovevano credere o no, e la loro curiosità era diventata impazienza importuna; volevano, a ogni costo, dai loro babbi e dalle loro mamme, la spiegazione dell'indovinello.
Matilde, che era la più smaniosa, si credeva burlata:
— Babbo, può mai essere? Una bambola che parla, che si move, che mangia e che sa fare tante cosine meglio di me?
— La nonna non dice bugie — le rispose il babbo serio serio, non sospettando affatto di affermare proprio la verità.
La notte precedente l'onomastico, i bambini non chiusero occhio. Da un lettino all'al-tro si domandavano
— Che sarà? —
E nessuno di loro trovava una spiegazione soddisfacente.


II.

Nel salotto, tutto pieno di fiori, i fanciulli che avevano presentato cómpiti e recitato poesie di occasione in onore della nonna, erano raccolti davanti la poltrona dov'ella se-deva, zitti zitti, ansiosi di vederle mantenere la promessa. Si davano gomitatine, si face-vano cenni, rivolgevano occhiate interrogative ai loro genitori, che si divertivano di quegli atti e di quel mistero.
Tutt'a un tratto la nonna si alzò da sedere e con voce commossa disse:
— Aspettate qui; vado a prendere il mio regalo. —
E uscì dal salotto, tirandosi dietro l'uscio.
Nessuno fiatò in quei pochi minuti di aspettazione, nessuno si mosse. E quando ri-comparve su l'uscio la nonna con le lagrime che le rigavano la faccia, tenendo una lettera in una mano e tirandosi dietro con l'altra una bambina vestita di nero, pallidina, magrina, con lunghi capelli biondi spioventi su le spalle e i grandi occhi cilestri pieni di stupore, la maggior sorpresa e la maggior meraviglia non furono quelle dei bambini.
La nonna si avanzò verso il figlio, e gli porse la lettera, balbettando:
— Leggi, Roberto; leggi ad alta voce. —
E mentre quegli leggeva, ella baciava la bambina e le inondava la faccia di lacrime.
Né l'avvocato né sua moglie, né la figlia né il genero dissero parola quando la lettura fu finita. I bambini, naturalmente, non capivano niente, non avendo mai sentito parlare di colei che si era firmata: la tua infelice figlia Lucia.
— Ho fatto bene? — domandò la nonna.
— Tutto quello che tu fai è ben fatto — confermarono gli altri.
C'era un che di glaciale in quelle risposte, ma poteva benissimo attribuirsi alla sor-presa. E infatti la nonna non ci badò punto, e spingendo la bambina fra i nipotini, disse:
— È vostra cuginetta; abbracciatela, baciatela e vogliatele bene. —
I bambini, un po' delusi, non fecero subito gran festa alla nuova arrivata. Ma appena la nonna disse loro: — Andate in giardino a fare il chiasso, — e Matilde prese pel brac-cio la cuginetta, mentre Gabriele la prendeva per una mano, il ghiaccio fu presto rotto. Poco dopo, infatti, la nonna li guardava dalla finestra e mandava loro dei baci, intenerita alla vista di quell'orfanella vestita di nero, che si sforzava di mostrarsi lieta e di fare il chiasso come non aveva mai fatto in casa sua, dove non aveva mai visto altro che miseria e tristezza, e dove era cresciuta, fino a pochi giorni addietro, simile a una pianticina nata in un posto umido e freddo, non visitato mai da un raggio di sole.
Matilde, che aveva tredici anni ed era sveltissima d'intelligenza, aveva capito meglio di tutti gli altri bambini la dolorosa storia della lettera udita leggere dallo zio; ma le ri-manevano oscuri molti particolari, e tornata a casa, la sera, volle interrogare la mamma.
— La zia Luisa era tua sorella?
— Sì.
— Perché non ne ragionavi mai?
— Perché la nonna non voleva che se ne ragionasse.
— Che cosa aveva fatto di male, da farsi scacciare di casa?
— Aveva preso marito.
— Anche tu hai preso marito.
— Ma io col consenso della mamma e del babbo, e lei con grave dispiacere di essi.
— Perché?
— Perché colui era povero in canna.
— L'esser povero è disgrazia non colpa. Era forse cattivo?
— Sì.
— Rubava?
— Oh, come sei sciocca! Troppe cose vuoi sapere.
— Ada mi ha detto che il suo babbo le voleva tanto bene.
— I figli non devono mai dir male dei propri genitori. E poi, che vuoi che ne sappia una bambina? Va' a letto. —
Matilde però rimase poco persuasa e niente convinta delle ragioni della mamma. Cominciò a fantasticare intorno ai gravi motivi che dovevano avere spinto i nonni a scacciar di casa una loro figlia e non parlarne e non permetterne che se ne parlasse mai mai; e non sapendo immaginarne neppur uno, e non riuscendo a spiegarsi perché ora la nonna si era messa in casa la nipotina orfanella e le voleva bene e voleva che i cugini le volessero bene, concluse che certe volte i grandi forse non sanno nemmen loro quel che fanno, peggio dei piccini. Lei intanto avrebbe voluto bene alla cuginetta non solamente perché così voleva la nonna, ma anche perché le piaceva, perché le pareva buona e perché era tanto disgraziata, senza né babbo né mamma. Come era stato cattivo Gabriele! Le aveva subito appiccicato il nomignolo alla poverina: La signorina Capelli-di-stoppa! E gli altri avevano riso! Fortuna che la poverina non aveva udito. Lei, non l'avrebbe chiamata neppur cuginetta, ma Ada, sempre Ada, per dimostrarle che le voleva bene.
E per tutta la notte si era arrabattata, in sogno, a difendere Ada dalle cattiverie di Ga-briele e degli altri, che le tiravano le trecce e la facevano arrabbiare e piangere chiaman-dola Capelli-di-stoppa, che le toglievano di mano i giocattoli e non volevano che facesse il chiasso con loro. Vedendo che, da sé sola, non riusciva a proteggere Ada, s'era messa a urlare chiamando: Nonna! nonna! singhiozzando dal dispetto, e si era svegliata, contentissima di accorgersi che tutte quelle brutte cose fossero state un sogno e niente altro.
La nonna, un po' stanca del tramenio di quella giornata, prima di andare a letto, aveva preso Ada per una mano e l'aveva condotta in salotto, dov'erano esposti i fiori e i regali ricevuti per l'onomastico:
— Questa mattina — le disse — come avevo promesso, ti ho fatto il regalo di sette cuginetti; ora, giacché ti chiami Adelaide pure tu....
— Mi chiamo Ada — la interruppe la bambina.
— No, sei stata battezzata col mio stesso nome: ma io ti chiamerò Ada, non dubitare, come ti chiamava la tua mamma.,..
— Mi piace pure il tuo nome, nonna, — si affrettò a dire la bambina, che non voleva farle dispiacere.
— Adelaide è nome troppo lungo, da vecchia; e sta bene a me. Tu sei piccina e Ada è nome piccino al pari di te.... Intanto, come ti dicevo, giacché ti chiami Adelaide tu pure, regalo a te tutti questi regali, che ti potranno servire quando sarai grande. Li conserverai in camera tua, in un cassetto, anche per ricordo del primo onomastico della nonna a cui tu hai preso parte. Non saranno molti, bambina mia, gli onomastici ai quali dovrai assi-stere. Sono vecchia e da un pezzo preparata e pronta ad andarmene quando il Signore mi vorrà; ma ora che tu sei qui, vorrei andarmene quanto più tardi si può, quando tu, pove-rina, non avrai più bisogno di me! Prendi tutto, sì, anche questo, e anche quello; tutto!...
E aiutando la bambina esitante, tratteneva a stento le lacrime. Le pareva che ora ogni pensiero, ogni atto di lei dovessero servire ad espiare e a riparare le durezza con cui ella aveva trattato la figlia, madre di quella creaturina. E sorrideva, tra la commozione, con un che di malizia, vedendo la bambina con le mani e le braccia impacciate da tante cose, scatolini, ventagli, portamonete, porta-fazzoletti. Pensava che forse, anzi senza forse, la figlia e la nuora, il figlio e il genero non le avrebbero regalato quegli oggetti d'oro chiusi negli scatolini, se non avessero saputo che ella conserverebbe tutti i regali ricevuti da anni, e che nel suo testamento avrebbe stabilito che ogni cosa fosse restituita a chi la a-veva data, secondo le indicazioni scrittevi di sua mano. Per ciò sorrideva, con un che di malizia; pensava che né la figlia, né il figlio né il genero, né la nuora sarebbero stati contenti di vedere i regali di quel giorno in mano di Ada. Ma avevano da scontare qual-cosa anche loro per la sorella; erano stati crudeli anche loro contro di essa! E poiché non si poteva più dare nessuna sodisfazione alla povera morta, doveva riparare il proprio e l'altrui torto nella persona dell'orfanella.
— Sei contenta, Ada, di aver questi regali? sei contenta? — le domandava, accom-pagnandola nella cameretta, quella stessa dove aveva dormito la sua mamma da bambi-na.
— Sì, nonna; grazie!
— E non dir niente a nessuno; neppure ai cuginetti — le avvertì. — Riponili nell'ul-timo cassetto, in fondo, così. Hai sonno, carina? —
Non era sonno, ma sbalordimento che durava da parecchi giorni. Si era trovata, tutt'a un tratto, sbalestrata da una situazione all'altra, da un paese all'altro, senza la mamma con cui era vissuta fino allora, tra persone delle quali la mamma le aveva spesso parlato, ma che non aveva mai viste: e la sua povera testina si era confusa, e il suo povero cuori-cino turbato. Le pareva proprio di sognare a occhi aperti. Dalla meschina cameretta, do-ve la sua cara mamma era morta, si trovava trasportata, come per incanto, in quella ca-meretta pulita, ben arredata, di cui la mamma le aveva parlato tante volte. Da quel vil-laggio svizzero, così triste, così freddo d'inverno, si vedeva trasportata in Roma, sotto quel cielo così bello, e con quel sole così caldo, che le pareva la vivificasse. Dalla miseria e dalla solitudine si vedeva nell'agiatezza, tra bambini suoi pari, ai quali ella già voleva bene e che, pensava, le avrebbero voluto bene perché avrebbe fatto ogni sforzo per meritarselo.... Come non doveva sembrarle un sogno tutto questo? E ricordava spesso le fiabe narratele dalla mamma durante le lunghe giornate, quando voleva tenerla tranquilla per terminare un lavoro, che doveva darle da vivere o meglio da sfamarsi; ricordava le fate in sembianze di vecchine, che poi si rivelavano giovani e belle, tutte raggianti; e in certi momenti si aspettava di veder la nonna trasformarsi nello stesso modo. E la guardava, la guardava sbalordita, ansiosa, di assistere a tal miracolo, battendo le palpe-bre con quel movimento che alla nonna era sembrato sintomo di sonno.


III

— Ti ho regalato sette cuginetti — aveva detto la nonna. Infatti i suoi nipotini eran sette; quattro, Gabriele, Andreotta, Gina e Rino, figli di Roberto; tre, Matilde, Riccardo e Lalla, figli del signor Falconi che aveva sposato la bella Alessandrina; com'era chia-mata quand'era ragazza, ed era stata bella davvero.
Ora un po' ingrassata e impigrita, si mostrava trascurata alquanto della persona; ma era orgogliosa che Matilde si avviasse già a riprodurre la mamma di mano in mano che cresceva con gli anni, come le dicevano tutti. Per questo non invidiava al fratello quel bel ragazzo di Gabriele che veniva su alto, asciutto, ben fatto, vivacissimo, impertinente. Quando faceva dei confronti, e li faceva spesso, conchiudeva:
— Va'! Riccardo e Lalla valgono quanto Andreotta e Gina; non sono né belli né brut-ti: Rino non conta, così piccino come ora è, e poi non promette di riuscire migliore degli altri. Ma Gabriele, anche come maschio, non vale neppure metà della mia Matilde. —
E una volta che la cognata si lasciò scappar di bocca:
— Paiono fatti apposta l'uno per l'altra — ella rispose subito, quasi con stizza:
— Sono di caratteri così opposti! —
Infatti Matilde era la bontà in persona e Gabriele invece un soverchiatore arrogante. Matilde però non cedeva mai quando il cugino voleva imporle i propri capricci nei giuochi che facevano assieme. Se non poteva indurre gli altri a resistere, si tirava da par-te, senza broncio, senza ostentazione. Così qualche volta era riuscita a vincere l'ostina-tezza di Gabriele, che perciò le aveva dato il nomignolo di Gattamorta.
Quel ragazzo aveva addirittura la mania dei nomignoli, tanto che se n'era appiccicato uno anche per sé; si chiamava Sor Fatutto. E come ora aveva chiamato Ada La signorina Capelli-di-stoppa, così Andreotta era Patata perché corta e grassoccia; Gina, l'Ochetta perché camminava un po' dondolandosi; Riccardo, Giraffa perché aveva il collo alquanto lungo; Lalla, Ficosecco perché magra e bruna di carnagione; anche Rino, che aveva appena quattro anni, non era stato risparmiato; lo chiamava Porcellin-d'-oro perché aveva capelli che parevano proprio d'oro, ed era spesso col viso e con le mani molto sudici.
Andreotta era vanitosina e golosa: Gina, permalosa e bugiarda; Riccardo, interessato, quasi avaro; Lalla, cocciuta e invidiosetta. Non sarebbero stati bene insieme un solo mi-nuto, senza lo spirito soverchiatore di Gabriele o la bontà conciliante di Matilde. Ga-briele, pur di dominare, pur di comandare sodisfaceva e l'avarizia di Riccardo e la golo-sità di Andreotta, e la permalosità di Gina, e la cocciutaggine di Lalla.
— Ti do un soldo nuovo, che par d'oro! — 
E Riccardo cedeva.
— Avrai tre confetti e tre cioccolatini! —
E Andreotta stava zitta.
— Ebbene, sarai la prima tu a correre! —
E Gina si sentiva appagata.
— Vuoi così? E sia pure così! —
E Lalla non si ostinava più.
Leticava soltanto con Matilde, perché Matilde capiva benissimo ch'egli faceva le viste di cedere, ma quando il cedere gli tornava più comodo. E appena egli si accorgeva che era inutile di spuntarla contro la cugina maggiore, le lanciava in viso un Gattamortaccia! sdegnoso, e si rassegnava a fare il bravo e il soverchiatore con gli altri.
Il giorno dopo l'onomastico della nonna era giorno di vacanza, e perciò i bambini si trovarono tutti in casa di lei, spinti dalla loro curiosità e secondati dai parenti che vole-vano, senza parere, scoprir terreno intorno al contegno della nonna verso l'orfanella, da loro stimata un'intrusa.
La signora Memili dopo un lungo bisticciare col marito, che naturalmente difendeva sua madre, aveva concluso:
— Vedrai come finirà! —
E i bambini, che erano stati ad ascoltare, avevano capito che Ada arrivava mal a pro-posito e che nuoceva agli interessi della loro famiglia.
Il signor Bernardini poi, davanti alla moglie che stette zitta quantunque si trattasse di sua madre, disse ai figliuoli in tono burbero, e calcando la voce su certe parole:
— E dalla nonna ora state più buoni di prima, altrimenti vorrà bene soltanto a quella là. Avete capito? —
I bambini avevano capito più che il loro babbo non immaginasse, e Matilde n'era ri-masta così mortificata, che non si era potuta trattenere dal rispondere:
— La nonna ci vorrà sempre bene, egualmente!
— Zitta tu, sciocchina! — la sgridò il babbo.
Così ben preparati, la nonna aveva visti arrivare più presto del solito, primi i figliuoli della figlia, poi quelli del figlio, e aveva subito notato che soltanto Matilde era corsa nella cameretta della cugina e che gli altri stavano attorno a lei, chiamandola, al solito, nonnina! nonnetta! nonnettina! affettuosamente, sì, ma con evidente intenzione di acca-parrarsela, di volerla tutta per loro.
All'apparire di Matilde che conduceva Ada sottobraccio, i bambini si erano schierati attorno alla nonna, quasi per impedire che la nuova cuginetta le si accostasse; ma la nonna li scostò con una mano, spingendoli da parte e chiamò Ada e se la tirò tra i ginoc-chi per ravviarle i capelli e domandarle:
— Vuoi fare il chiasso con loro?
— Se mi vogliono, sì, nonna. Ma io non so nessuno dei loro giuochi.
— Te l'insegnerò io — disse Matilde.
— Ah, già, lei è la maestra di tutto! — fece Gabriele torcendo le labbra con atto iro-nico.
— Se vuoi insegnarmi anche tu — disse Ada, sorridendogli.
— Andiamo — rispose Gabriele, senza degnarsi di farle capire se gli facesse piacere insegnarle.
— Tu, Matilde, resta con me, un momentino.
— Sì, nonna. —
Si sentì per un istante il gran scalpiccìo e le allegre esclamazioni dei bambini che an-davano, quasi di corsa, nello stanzone in fondo, destinato a loro pei giuochi quando la cattiva stagione non consentiva che andassero in giardino; e Matilde, vedendo Ada che non li seguiva, la spinse avanti:
— Va', ti raggiungo subito; giocherai con me, se ti annoierai con loro; va' va'! —
— Com' è carina! E come è buona, è vero, nonna? Senti, nonna, tu devi volerle molto più bene che non a noi; noi abbiamo i genitori, e lei è sola sola al mondo senza sorelline, senza fratellini. Io non sarò invidiosa se le vorrai più bene di me; gliene voglio tanto io! Mi fa pietà!
— Tu sei un angelo! —
La nonna la baciò, l'abbracciò commossa, e soggiunse:
— Ora infilami tutti questi aghi, con refe diverso; io stento a infilarli anche con gli occhiali.
— Ada te li avrebbe saputi infilare, nonna. Ma son contenta d'infilarteli io questa volta. —
E si mise all' opera.

IV.

A un tratto s'udì un tonfo seguito da grida e strilli, che venivano dallo stanzone in fondo.
— Qualche diavoleria di Gabriele! — esclamò la nonna.
— Vado a vedere! —
Su l'uscio, Matilde s'imbatté con Gina che tornava indietro di corsa, seguìta da Lalla.
— Che è stato?
— È stata l'Ada!...
— Ma che ha fatto?
— Ha rotto le ballerine!... —
Le ballerine erano una riproduzione in gesso delle tre Grazie del Canova, relegate sur un vecchio piedistallo di mogano in un angolo dello stanzone.
Sopraggiungevano intanto Andreotta e Riccardo, e ultimi Gabriele e Ada.
— Come è avvenuto?
— Così. Io le volevo mostrare le ballerine come noi le chiamavamo; lei si è appoggiata al piedistallo; io le dicevo: non ti appoggiare.... È vero che ti ho detto: non ti appoggiare? Ma lei si è voltata per parlare con Lalla e le ballerine.... Ppùnfete!... In mille pezzi. Sentirai la nonna!... Le erano tanto care! —
Gabriele aveva risposto lestamente, guardando spesso Ada per vedere se osasse smentirlo. Ada, più pallida dell'ordinario, spalancava gli occhi pieni di lagrime e teneva le braccia e le mani un po' alzate, quasi avesse voluto impedire, con quel modo, che Ga-briele l'accusasse a torto. Era sicura di non essersi appoggiata al piedistallo, di non essersi voltata per parlare con Lalla...; ma poiché tutti affermavano ch'era stata lei, cominciava un po' a dubitare di sé, non aveva il coraggio di smentirli.
— Non so.... mi era parso! Non l'ho fatto a posta! — balbettava, cominciando a sin-ghiozzare.
— Sentirai, la nonna! — ripeté Gabriele. E scoteva il capo per isgomentarla di più.
— La nonna non dirà niente! — esclamò Matilde. — Vieni a raccontarle tu stessa come è andata la cosa, carina! —
Gabriele era scappato avanti e già rifaceva alla nonna la narrazione: — Io le volevo mostrare le ballerine..., le dicevo non ti appoggiare là.... Ppùnfete! In mille pezzi! — e dall'intonazione della voce e dai gesti si capiva che volesse dire:
— Con noi questa disgrazia non era mai accaduta! È venuta costei, ed ecco!... —
Ada, davanti alla nonna, scoppiò in un pianto dirotto.
— No, carina, non piangere! — la consolava la nonna. — Vorrà dire che un'altra volta sarai più guardinga.
— Non sono stata io! —
Lo disse alteramente, buttando indietro con le mani i capelli che le erano venuti su la faccia, e dando un' occhiata di rimprovero a Gabriele e agli altri.
Gabriele le venne quasi coi pugni sul viso:
— Chi è stato dunque? Parla....
— Non lo so.
— Bugiarda!... Nonna, è stata lei!
— È stata lei! — ripeterono Gina, Andreotta, Riccardo e Lalla.
— No, non sono stata io!
— Sentite, bambini miei — disse la nonna dopo aver fatto cenno con le mani perché stessero zitti. — Il danno è poco. Quelle statuette erano durate anche troppo, per quel che valevano. Ma certamente, bambini miei, non si sono rotte da sé. Ora quel che m'im-porta in questo momento è di sapere che i miei nipotini non sono bugiardi, o che, e sa-rebbe peggio, non accusano a torto nessuno. Si può urtare così sbadatamente un mobile, da non accorgersi di averlo urtato; si può essere là presenti e non avvedersi di chi lo ab-bia urtato. E bisogna dire la verità; non accusare un altro per evitare il pericolo di essere accusati. Sareste cattivi. Dunque....
— Nonna, ti giuro che non sono stata io!
— Ti credo, bambina mia! —
L'accento e il gesto di Ada erano così franchi, così schietti, che la nonna se la prese tra le braccia e la baciò.
— Dunque siamo stati noi? — esclamò Gabriele, accigliandosi.
— Ada non ha detto questo — replicò la nonna severamente.
— Non capisci? — entrò a dire Matilde. — Qualcuno di voialtri ha urtato il piedistal-lo senza accorgersene, e per ciò.... non capisci?
— Non capisci! Non capisci ! — replicò Gabriele rifacendole il verso; e soggiunse sottovoce:
— Già tu sei sempre contro di noi!... Possiamo, nonna, — poi domandò — continuare a fare il chiasso nello stanzone? —
E ottenuta una risposta affermativa, si volse agli altri e con un imperioso gesto della mano li invitò a seguirlo colà.
Allora la nonna prese Ada per le mani e le disse:
— Senti, piccina mia. Devi sapere che la tua nonna non può tollerare le bugie, nep-pure le più leggiere. Chi ne dice una sola le diventa sospetta, e sarà creduta difficilmen-te. Non ne dovrai dire mai mai, se vuoi ch'io ti voglia bene. Sai come si dice? Le bugie hanno le gambe corte, ed è vero; prima o dopo, si scoprono.
— Non mi hai creduto, nonna? — domandò Ada, tornando a singhiozzare.
— Sì, ti ho creduto. Ma se, per caso, tu hai pensato che la rottura di quelle statuette di gesso potesse farmi tanto dispiacere.....
— Nonna, no, no; io non dico bugie. La mamma mi ha detto sempre, come te: le bu-gie hanno le gam.... be...! —
E il pianto le impedì di proseguire.
La nonna fu così convinta dell'innocenza di Ada, che quando gli altri nipotini le fu-rono dattorno per accomiatarsi e abbracciarla e baciarla, si levò in piedi dalla poltrona dove sedeva e disse:
— Siete stati cattivi: non solamente avete detto una bugia, ma avete accusato con malizia la cuginetta. Fino a che non mi avrete detto la verità, e non avrete chiesto per-dono, io non vi bacerò e non permetterò che veniate più qui; e ne avviserò ora stesso i vostri babbi e le vostre mamme: andate. —
Gabriele si mosse il primo, mordendosi le labbra; gli altri lo seguirono a testa bassa: si voltarono tutti, quando sentirono lo schiocco dei baci che la nonna dava a Matilde; ma Gabriele cinse col braccio Lalla, fe' cenno con un'occhiata minacciosa a Gina, e zitti zitti, mogi mogi, uscirono, seguiti da Matilde che borbottava dietro a loro
— Bravi! Bella figura avete fatto! Ci ho piacere!
— Gattamortaccia! Gattamortaccia! —
Gabriele e Riccardo glielo ripeterono fino al portone di casa.


V.

Si scatenò una tempesta.
La signora Giulia, il giorno dopo, vide arrivarsi in casa e in ora insolita la figlia.
— È vero? Non debbo più mandare qui i bambini?
— Sì, per castigarli, finché non avranno detto.....
— Ah! Ora non c'è più qui posto per loro; è per la preferita!
— Non dire sciocchezze, figliuola mia!
— Mamma, tu sei libera di fare quel che ti pare e piace in casa tua.
— Oh! non venirmi fuori con queste scene tragiche..... Sei libera!... Quel che ti pare e piace! Tu lo sai bene, io non ho preferenze per nessuno; i figli tuoi e quelli di tuo fratello sono tutt'uno per me: nepotini, sangue mio; e così questa orfanella. Se essa sta in casa mia, ci sta perché non ha casa propria e non ha altri che me. Né tu, né tuo fratello l'avre-ste raccolta, se la disgraziata Luisa si fosse rivolta a voialtri. Tuo padre ed io abbiamo avuto torto; siamo stati troppo severi, schiavi di pregiudizi sociali. Il Signore ha già per-donato a tuo padre, ne sono sicura: io non voglio però attendere la morte per farmi per-donare nell'altro mondo: riparerò il mio torto in questo, facendo per l'orfanella quel che avrei dovuto fare con la sua mamma Dov'è la preferenza? Se Ada avesse detto una bu-gia, l'avrei punita allo stesso modo. Ho fatto così altre volte, non te ne rammenti? Con Gina, che ha il vizietto di dir bugie più degli altri.... Non è dunque una novità. Se poi voialtri volete educare malamente i vostri figliuoli..... —
S'interruppe un istante vedendo entrare Roberto; e capito dal contegno, che egli ve-niva da lei per lo stesso scopo della sorella, continuò:
— Vieni a lagnarti anche tu?
— Lagnarmi, no, mamma.... Tu sei libera....
— Di fare quel che ti pare e piace.... Vi siete accordati prima?
— Oh, mamma!
— Mi ripeti le stesse parole di tua sorella!...
— È un caso; vuol dire che la cosa ha fatto a tutte e due la stessa impressione. Quei poveri bambini non sanno darsi pace. Gabriele giura e rigiura....
— Non parlare da avvocato anche davanti a me; io non mi lascio infinocchiare come i tuoi giudici o i tuoi giurati. Fate male tutti e due a mostrar dispiacere, in presenza dei bambini, che io abbia raccolto l'orfanella  Ti pare che io non abbia capito che l'atto mio v'è dispiaciuto? Chi sa che cosa vi è passato per la testa!
— Niente, mamma! solamente....
— Tu sei più abile di tua sorella.... Non sei avvocato per nulla. Ma io vi ripeto che fate male, lasciando scorgere ai bambini che la presenza di Ada in casa mia vi dà ombra. Sono vecchia sì, ma non rimbambita. E preferenze, come non ne ho fatte per il passato, così non ne farò per l'avvenire....
— Mamma, tu sei in collera con noi....
— Sì, Alessandrina, sono in collera; per voialtri, che dovreste essere più compassio-nevoli, più buoni; e pei bambini, ai quali, voialtri, senz' accorgervene, date il cattivo e-sempio....
— Ma scusa, mamma; tu fai un casus belli.
— Non faccio casi né belli né brutti!
— Intendo dire che dài grande importanza....
— Infine — lo interruppe la sorella — non si sa se abbiano detto la bugia i nostri bambini o colei; e io non vedo la ragione perché tu, mamma, debba credere.... Te li mandiamo qui; interrogali, méttili alle strette; sono bambini, non possono saper fingere a lungo. Se tu avessi visto con che aria mortificata son tornati a casa....!
— Ti vogliono tanto bene, mamma!
— Giudicate voialtri! — esclamò la nonna.
E aperto un uscio chiamò:
—Ada! Ada! —
La bambina accorse saltellante, scotendo su le spalle i capelli folti; ma si arrestò su-bito, quasi impaurita della presenza della zia e dello zio.
— Vieni qua, bambina mia, — fece la nonna. — Prima bacia la zia e lo zio. Brava!... E ora stammi a sentire. —
Ma avanti che la nonna potesse proseguire, la zia prese la bambina per una mano, l'attirò a se, accarezzandola, con accento e con aria insinuante le disse:
— Vuoi tu bene ai cuginetti?
— Sì, zia.
— Tu sai che la nonna non li vuole più qui, poverini, perché crede che essi abbiano detto una bugia. I poverini piangono, non possono stare senza vedere la loro cara nonni-na.... e anche perché vogliono bene a te e fare il chiasso con te.... Di' la verità; sei stata tu che, per caso, senza volerlo, hai tatto cascare le statuette? Di' la verità; la nonna ti ha già perdonato; avrebbe perdonato anche agli altri nepotini, se invece avessero rotto loro le statuette. Essi giurano di no: di', sei stata tu o loro? Se non vuoi che i tuoi cuginetti stiano lontani per gastigo, dalla loro nonnetta, di' la verità! Dilla, carina!
— Dilla, carina! — ripeté lo zio.
Ada, impallidita, ora guardava gli zii e la nonna, ora attorno, e in atto quasi chiedesse consiglio a sé stessa o a qualcuno che soltanto gli occhi smarriti vedevano. Tutt'a un tratto si scosse, si strizzò le mani, e risolutamente rispose:
— Sono stata io
— Vedi, mamma? — esclamò la signora Alessandrina, trionfante.
— Hai visto se Gabriele aveva ragione? — soggiunse subito il signor Roberto.
La nonna non rispondeva; fissava Ada intensamente.
— Sei stata tu?... Proprio tu?
— Sì, nonna! Perdonami! Permetti ai cuginetti che vengano qui. Se tu vuoi castigar-mi, non farò il chiasso con loro, finché tu non vorrai.
— Sei stata tu?... Proprio tu?
— Guarda, mamma, se non è vero che.... m
Ma la signora Alessandrina non poté più proseguire a un'occhiata della mamma.
— Se stento a credere — ella le disse — non è perché mi dispiaccia di trovar bugiar-da questa bambina, ma perché ho il dubbio..... Basta; meglio così! Mandate i bambini; Ada farà il chiasso con loro.
— Grazie, nonna! — esclamò Ada.
E le si rifugiò in seno, stringendole la vita con le braccia tremanti.


VI.

La nonna era meravigliata della precoce assennatezza di Ada. Dopo alcune settimane, non le pareva più di avere con sé una bambina di otto anni, ma una donnina addirittura.
— Nonna, vuoi che ti faccia il caffè la mattina?
— Sai fare anche il caffè?
— Sì, nonna; la mamma m'insegnava tutto.
— Vediamo dunque.
— Ti piace debole o forte?
— Amo di bere un buon caffè, e per ciò me lo son preparato sempre con le mie pro-prie mani.
— Ho capito, nonna! —
E la nonna dovè confessare che raramente aveva preso una tazza di caffè così buona come quella preparatale da Ada quella mattina.
— Nonna, vuoi permettermi di rifare la tua camera?
— Sai spazzare?
— Spazzare, spolverare, riordinare gli oggetti; so fare ogni cosa. Soltanto.... che una; sono piccina e, da me sola non riesco a rifare il letto. Mi aiuterà la Giovanna.
— E i compiti di scuola?
— Oh, io non aspetto la mattina per abborracciarli in fretta e furia. La mamma me li faceva fare, sotto la sua direzione, la sera, prima di mettermi a letto. Ora ci ho preso l'a-bitudine. Se vado a letto senza aver fatto i compiti, non posso addormentarmi.
— Brava! —
E la nonna le aveva permesso di farle rifare la camera. Non le aveva detto niente, per vedere quel che la bambina sapesse fare da sé. Di tratto in tratto s'era affacciata all'uscio, rispondendo con un cenno del capo e con un sorriso alla domanda di Ada:
— Nonna, va bene così? —
La bella creaturina, con un fazzoletto annodato attorno alla testa per salvare dalla polvere i capelli, con le maniche del vestitino di casa rimboccate fino ai gomiti, spazzava, ripuliva, spolverava, arrampicandosi su le seggiole quando non arrivava con le braccia all'altezza di certi mobili. Pareva uno scoiattolino, tanto lesta si moveva, mentre stringendo le labbra e corrugando le sopracciglia per l'attenzione, riordinava sul casset-tone e sui tavolini i diversi oggetti, i ninnoli, i vasetti da fiori, cambiando la disposizione di essi, se le pareva che non dovessero in quel modo contentare la nonna.
— Nonna, va bene così? —
E la nonna accennava di sì, sorrideva e doveva fare un vivo sforzo per trattenere le lagrime che le riempivano gli occhi. La vecchia Giovanna era rimasta incantata del bel modo con cui la bambina tirava e rimboccava le lenzuola, e sprimacciava i guanciali.
— Ora la nonna non avrà più bisogno di me — le disse ridendo con la bocca sdenta-ta. — Vuoi farmi cacciar via?
— No; tu puoi fare tante cose che io non posso fare. —
E la vecchia, baciatala affettuosamente, le aveva parlato a lungo della mamma di lei, buon'anima!
— Mi voleva bene più degli altri! L'ho pianta tanto quando seppi della disgrazia!
— Vorrei morire, per andare a trovarla! — esclamò la bambina.
— C'è ancora tempo, figliolina mia! Ora tu devi essere la consolazione della nonna.
— Cara nonna!
— Sai, Ada, non dire più bugie! La nonna è buona; perdona tutto; ma le bugie non le può patire: per questo non vuol bene a Gina che ne dice sempre. —
Ada si sentì stringere il cuore e non rispose.
Quando giunsero i cuginetti, Ada lesse subito negli occhi di Matilde quel che ella pensava di lei. In quegli sguardi dolcissimi c'era una tristezza mite, rimprovero e inter-rogazione nello stesso punto: — Perché hai mentito, Ada? Perché? — e la povera bam-bina soffriva di non poter rispondere anche a lei, come, avrebbe voluto rispondere alla Giovanna: — T'inganni, Matilde! —
Sentiva che, fra i cugini, ella sola le voleva bene e gliene era gratissima, e faceva di tutto per dimostrarglielo; per ciò le saltò al collo, estremamente commossa, appena Ma-tilde le disse:
— Ada, tu farai il chiasso soltanto con me. —
Si appostarono in un camerino accanto allo stanzone, dove gli altri si erano messi a ricrearsi, a saltare, a urlare come tanti demonietti scatenati; e mandavano già le bambole a scambiarsi le visite, allorché entrò all' improvviso Gabriele:
— Venite; faremo un bel gioco.
— Abbiamo da fare — rispose Matilde.
— Che cosa? Cercar le pulci alle bambole?
— Sì: ma vattene.
— Allora vi porteremo la polvere contro gl'insetti. —
Vedendolo andar via con un ghigno e stropicciandosi le mani, Ada domandò a Ma-tilde:
— Ci faranno qualche dispetto?
— Vado a chiamare la nonna. —
Matilde posò la bambola che aveva in mano e, con la stessa rapidità con cui s'era ri-soluta, si mosse. Ada avrebbe voluto trattenerla o seguirla, ma la timidezza e il turba-mento le impedirono di fare un gesto, di dire una parola. Rimase con la sua bambola stesa sur un braccio quasi per cullarla e con gli occhi fissi all'uscio da cui dovevano comparire la nonna e Matilde.
Comparvero invece i cugini in processione, uno dietro all'altro, borbottando fra sbuffi di risa, con voce ingrossata: Meo-meo! Meo-meo! per imitare la salmodia dei frati. Riccardo reggeva un vassoio di metallo bianco colmo di cenere; Gina portava in ispalla, a mo' di fucile, le molle del caminetto, Lalla un asciugamani steso su le braccia sporte in avanti, e Gabriele il soffietto brandito pei manichi e retto in alto a guisa di ostensorio.
Ada li guardava, senza poter ridere della buffa scena, e col presentimento che, ve-dendola sola, quei cattivi stessero per farle qualcosa di brutto.
La processioncina l'aveva presa larga nello stanzino, girando attorno, rasente alle pa-reti, lentamente, continuando a salmodiare: Meo-meo! Meo-meo! Arrivati davanti alla seggiola dove Matilde aveva deposto la bambola, Riccardo si era fermato, Gina aveva fatto il gesto di presentare le armi, Lalla si era inginocchiata tendendo l'asciugamani a Gabriele; presa la bambola, ve l'aveva deposta su, intanto che Riccardo si accostava col vassoio ripieno di cenere.
— Meo-meo! Questa è la polvere contro le pulci! Meo-meo — intonò Gabriele.
E col soffietto soffiò nel vassoio, la povera bambola fu coperta di cenere.
— Cattivi ! Perché non c'è Matilde? — disse Ada fremente.
— Meo-meo! Meo-meo! Questa è la polvere contro le pulci! Meo-meo! Meo-meo!
— Anche la tua bambola ha le pulci! — soggiunse Gabriele togliendogliela di braccio con rapida mossa.
Ada gettò un grido e portò le mani agli occhi per non vedere.
Sentiva il rumore del soffietto, e le risate di tutti: avrebbe voluto chiamar soccorso: — Nonna! Nonna! Matilde! Matilde! ma la commozione le stringeva la gola, le strozzava la voce.
Le risate dei cugini diventarono a un tratto più forti, il rumore del soffietto era cessa-to.... Che facevano dunque! Ada non poté più frenarsi, ritirò le mani dagli occhi, e guar-dò — Brutti cattivi! — urlò.
E si precipitò addosso a Gabriele per levargli di mano la bambola già ridotta irrico-noscibile. La resistenza di Gabriele e di Riccardo, irritandola di più, la resero furibonda. Pallida, coi capelli in disordine, gli occhi sbarrati, il labbro inferiore stretto tra' denti, le mani convulse, urtava, picchiava, graffiava senza capire quel che facesse; e capitatagli tra mani la bambola, l'afferrò poi piedi e cominciò a sbatterla in capo a Gabriele, che urlava Ahi! ahi! e tentava invano di difendersi. Alla vista del sangue che colava dalla fronte di Gabriele, Gina e Lalla si misero a strillare, entrarono nella zuffa anch'esse, ma bastò uno spintone di Ada perché tutt'e due rotolassero per terra....
— Fermi! Che fate? ch'è stato....
— Ada! Ada! Gabriele!... —
Le voci della nonna e di Matilde arrestarono i rissanti, anche prima che le due so-pravvenute potessero inframmettersi e dividerli. Gabriele si teneva stretta la fronte da cui scendeva un filettino di sangue; Ada sembrava di sasso, immobile con gli occhi sbarrati e le braccia che tenevano stretta stretta al petto la povera bambola quasi per pro-teggerla da nuovi insulti; Riccardo si scoteva d'addosso la cenere del vassoio rovesciato, e Gina e Lalla si alzavano da terra aiutate da Matilde, piagnucolando:
— È stata lei! è stata lei!
La nonna si era fermata, incrociando le mani, e guardando, come interdetta, ora l'uno ora l'altro dei nepotini, mentre Matilde ora scoteva Ada sempre fuori di sé, immobile e con gli occhi sbarrati, ora confortava Gabriele asciugandogli il sangue che usciva dalla feritina ricevuta proprio in mezzo alla fronte:
— Dio! Ada! Ada!... Non è niente, Gabriele! Va'a lavarti con l'acqua fresca.
— Porta via quella bambina! — le disse la nonna.
La povera nonna era stupita di così insolito fatto, e non trovava le parole per interro-garla. Seguì con gli occhi Matilde che, presa Ada pel braccio, la spingeva, sorreggendola, fuori dello stanzino; disse: — Zitte! zitte! — alle due bambine che non si chetavano, e finalmente, rivolta a Gabriele, lo rimproverò severamente
— Sei stato tu!
— È stata lei! Guarda nonna! —
E mostrò le mani intrise di sangue.
— Noi si faceva per chiasso — tentò di scusarsi Riccardo.
— Bel chiasso!... Chiasso da sporcaccioni.
— Perché non voleva divertirsi con noi? — disse Gabriele.
— Che v'importava?
— È superbiosa! Ma che si crede? La regina?
— Invece è buona e modesta; la fate diventar cattiva voialtri.
— Lo so, nonna, lo so! Il babbo ci ha detto: Ora la nonna non vi vorrà più bene come prima! — replicò, imbroncito, Gabriele.
— Il tuo babbo è uno sciocco: diglielo in mio nome; e tu va' a lavarti il viso con l'ac-qua fresca, subito.... E anche voialtri andate a ripulirvi o a farvi ripulire da Giovanna! —
La voce della nonna tremava dall'indignazione. Dietro i fanciulleschi dispetti dei ni-potini contro l'orfanella, vedeva il basso interesse dei loro parenti, che, pur di colpire quell'innocente e sventurata creaturina, non rifuggivano dal servirsi di altre innocenti creaturine e pervertirle, insinuando nei loro teneri cuori sentimenti cattivi! Ah, ma se si figuravano che, facendo a quel modo, dovessero vincerla, s'ingannavano di gran lunga; facevano peggio; la mettevano in puntiglio. Era vecchia sì, ma il cervello lo aveva tutta-via a posto, e il cuore pure. Dio mio! Dire ai bambini: Ora la nonna non vi vorrà più bene come prima! Perché non avrebbe dovuto volergli più bene come prima? Perché ora aveva una nipotina di più? Voleva bene a tutti egualmente. Non poteva darsi pace di esser creduta parziale, quasi tutti non fossero sangue suo nello stesso grado! Loro erano parziali, loro ingiusti, e poco rispettosi con lei. Ella gli dava l'esempio del perdono e dell'emenda, e loro le rinfacciavano emenda e perdono.... Avevano ragione. Non gli a-veva dato il cattivo esempio di essere stata inesorabile verso la propria figliuola, loro so-rella?... Ma ora ella voleva riparare il mal fatto; dovevano aiutarla, imitarla, non rimpro-verarla, rammentandole: Sei stata ingiusta una volta! Non dirle: Dovresti continuare ad essere ingiusta anche a costo di far soffrire un'orfanella che non ha nessuna colpa!
E ripeteva:
— Dio mio! Dire ai bambini: Ora la nonna non ci vorrà più bene come prima! —
Le sembrava un'enormità che la faceva fremere di orrore.
E rimandando subito i bambini a casa, più che a loro, intendeva dare una lezione ai loro parenti.
— Tu resta — disse a Matilde, che veniva a chiamarla in fretta.
— Nonna. Ada....
— Che è stato?
— È in convulsione, sul letto! —
La povera bambina tremava tutta, si agitava con forti scossoni. La nonna le spruzzò il viso con acqua fresca, le diè ad odorare dei sali; e quando la bambina rinvenne e scoppiò in pianto dirotto, la sollevò a sedere sul letto, la strinse tra le braccia, baciandola, ravviandole i capelli, dicendole tante dolci parole, finché non la vide acchetata.
— Tu resta — replicò poi a Matilde, che si preparava a seguire i suoi.
— È meglio che vada via anch'io, nonna, — rispose Matilde. — Racconterò tutto alla mamma; altrimenti....
— Sì, è meglio, va'.... Finirò col non volervi bene davvero, — soggiunse — se conti-nuerete così!
— Nonnina mia, io che c'entro?...
— Hai ragione. Tu sei buona. —
Ada non piangeva più; teneva la faccia tra le mani. Non osava guardare la nonna; era vergognosa dell'atto villano a cui era trascesa, percotendo il cugino con la bambola fino a fargli una ferita, e pensava: Le avrebbe perdonato la Nonna?
E appena Matilde fu andata via, ricominciò a singhiozzare e a piangere, tenendo an-cora la faccia tra le mani:
— Nonna.... mi.... perdo.... nerai?
— Si, sì, carina mia!
— Non.... volevo.... fargli.... male!
— Sì, sì, carina mia!
— Un'altra.... volta.... non lo farò.... più!
— Certamente, carina mia!
— Nonna, se è vero.... che mi hai perdonato..
— Non piangere, cara; ti ho perdonato davvero....
— Dovrai.... te ne prego.... richiamare i cugini!....
— Li richiamerò, bambina mia!
— Voglio bene ai cugini io!
— Tu sei un angiolo, bambina mia. —


VII.

Aveva fatto male, lo capiva sentendosi punita dal grande strazio che provava per le cose udite: aveva fatto male a origliare dietro l'uscio del salotto quella mattina che lo zio e la zia venuti insieme, si erano rinchiusi con la nonna e avevano leticato per più di un'ora. La nonna alzava la voce, diceva le cose dure; la zia rispondeva con vivissimo accento di stizza, lo zio con voce calma ma concentrata, quasi roca. Ella non aveva af-ferrato tutto quel che dicevano, ma parole e frasi staccate, le peggiori frasi, perché erano appunto quelle che venivano dette con tono più vibrato, e ad esse era intramezzato spes-sissimo il nome suo o quello della sua mamma; allora la nonna riprendeva gli zii: — Non la nominate, non la nominate più quella infelice! — Ah, come avrebbe baciato la nonna in quel momento!
Le era però rimasto nel cuore un senso di oppressione e di pena sapendosi odiata dal-lo zio e dalla zia, ai quali ella non aveva fatto niente; e rifletteva, compiangendo la po-vera nonnina, che per averla accolta in casa, aveva perduta la pace, la tranquillità, come aveva detto all'ultimo allo zio e alla zia quella mattina.
Per ciò quando la nonna l'accarezzava, e le parlava affettuosamente, Ada da quel giorno in poi, non sentiva più la piena dolcezza che prima le inondava il cuore. Le pareva che la nonna facesse uno sforzo nell'accarezzarla, nel rivolgerle affettuosamente la parola; e appena ella notò che la nonna aveva lasciato passare due settimane senza anda-re a pranzo in casa dello zio e della zia, sentì accrescere la pena che la opprimeva, e non seppe trattenersi dal dirglielo:
— Nonna, dimmi una cosa.
— Parla, figliolina mia!
— Perché non sei più andata a desinare dallo zio e dalla zia?
— Perché.... quando fa cattivo tempo non esco di casa.
— Ma è stato bel tempo, nonna.
— Le vecchie come me, carina mia, hanno un cattivo tempo tutto particolare; tu non puoi intenderlo.
— Nonna, se non ci vai perché non vuoi condurci me....
— Chi ti dice queste sciocchezze?
— Nessuno; le penso io da me.
— E pensi male, bambina mia.
— Io resterei volentieri in casa, con Giovanna....
— E anch'io resto più volentieri in casa mia. Non si mangia bene noi due soli a tavo-la?
— Sì; ma prima tu invitavi qualcuno dei cugini o parecchi....
— Non vengono, e perciò non li invito.
— Perché non vengono?
— Forse.... perché si annoiano con una vecchia come me.
— Non vengono.... perché ci sono io. Che gli ho fatto di male io, nonnina mia!
— Zitta, non piangere. Non voglio più sentirti dire queste brutte cose. I tuoi cugini verranno domani e resteranno tutti a pranzo con noi. Sei contenta ora?
— Oh, tanto, nonna! —
Dal contegno dei cugini, Ada comprese che avevano loro insegnata una lezione e che la recitavano fedelmente. Chi non recitava affatto era Matilde, e con lei Ada s'abbando-nava tutta intera. Con gli altri — e ne soffriva — sentiva di recitare anche lei, facendo il chiasso senza entusiasmo, compiacendoli freddamente. La nonna intanto era lieta di quelle pace apparente. Stava a sorvegliare i giuochi, raccontava qualche fiaba, mostrava le incisioni dei bei libri del nonno, uccelli, insetti, mammiferi, vedute di città e di marine: faceva ammirare gingilli antichi, belle stoffe vecchie e prometteva di regalare questo e quell'oggetto ora a uno ora a un altro quando sarebbero stati grandi e se sarebbero stati sempre buoni.
Il giorno dopo, la nonna aveva condotto Ada a pranzo in casa dello zio, e Gabriele non si era mostrato sgarbato con lei, anzi egli e Gina le avevano fatto vedere tutti i loro balocchi.
— Ne hai altrettanti anche tu?
— No.
— Noi ne abbiamo già rotti assai più di questi!
— Perché?
— Per gusto! — rispose Gina.
E in casa della zia, Riccardo e Lalla fecero la stessa cosa.
— Tutti questi sono regali della nonna! —
Pareva che Lalla, così parlando volesse farle intendere che lei, Ada, non doveva at-tendersi di esser trattata allo stesso modo.
Matilde, invece, non sapeva che fare per dimostrarle la gioia che sentiva vedendola nella sua cameretta.
— Questi sono i libri degli anni scorsi; ora non li adopro più, ma li conservo per ri-cordo. E conservo pure tutti i quaderni dei cómpiti. Vuoi questo santino? È bello; me l'ha regalato la maestra.
— Grazie; perché privartene? — rispose Ada.
— Mi fa piacere vederlo in mano tua.
— Questo mobilino ti piace?
— Sì.
— È giapponese. Come sono carini i cassetti! L'ho comprato io, coi denari d'una strenna. Te lo do.
— No, è troppo; grazie. —
Matilde l'aveva forzata ad accettarlo; ma poco dopo Ada si era pentita di averlo ac-cettato, perché Lalla vedendoglielo in mano, aveva rimproverato la sorella:
— Gattamortaccia! A me non hai voluto mai darlo! —
Glielo avrebbe dato lei, se Matilde non si fosse opposta.
Così, durante un paio di mesi, la povera nonna credette di aver ripreso, e per sempre, il solito tranquillo tenore di vita da lei menata da che il figlio e la figlia erano usciti di casa sua per formare due famiglie a parte. Di tanto in tanto le balenava nella mente il sospetto che le ostilità degli zii e dei cugini contro la sua orfanella covassero sotto la cenere, pronte a scoppiare in fiamma alla prima occasione; ne coglieva gl'indizii in una parola, in un atto ora del figlio, ora della figlia, ora della nuora o del genero, e stava all'erta. Poi, vedendo che non accadeva niente di quel che aveva sospettato, si rimprove-rava di non aver fiducia nella bontà altrui, e colmava di carezze, di premure, di attenzio-ni la sua creaturina, come ora la chiamava. Quella bambina le dava l'illusione d'una spe-cie di maternità tardiva, le metteva nel cuore una tenerezza soavissima, intensa, quasi la sua sventurata figliola morta le fosse tornata in casa sotto quelle sembianze, quantunque, in verità, la bambina somigliasse più al babbo che alla manna. Di questa aveva soltanto certe inflessioni di voce e certi gesti caratteristici, ma essi bastavano perché la nonna si sentisse inumidire gli occhi ogni volta che la voce di Ada prendeva quelle inflessioni, ogni volta che con la testa e con la mano destra faceva quei tali gesti, pei quali la figlia morta pareva le risuscitasse tutt'a un tratto, di nuovo bambina, dinanzi.
Anche Ada cominciava a rassicurarsi. Cresceva a occhiate, riprendeva un po' di colo-rito nelle guance; la calma interiore le si estendeva per tutta la persona graziosa e gentile.
Il vestitino nero di mesi addietro le diveniva corto di giorno in giorno; la nonna lo notava con piacere. Notava anche con maggior piacere i progressi che la bambina faceva in iscuola, e l'assennatezza e l'attenzione ognora crescente, con cui attendeva alle faccenduole di casa affidate a lei.
— Ora la padroncina sei tu — le diceva la nonna. — Devi badare tu a ogni cosa; ri-sparmiare la povera nonna che invecchia ogni giorno più, e si stanca subito e si sente confondere la testa quando ha troppo da fare.
— Sì, nonna; insegnami, io farò tutto. —
Aveva cura però di smettere la sua aria seria seria di padroncina di casa, appena arri-vavano i cugini: se ne stava un po' da parte, per non dar ombra. E Gabriele, Gina, Ric-cardo e Lalla ne approfittavano, facevano da veri padroni loro, comandavano loro nei giorni di vacanza che venivano a passare dalla nonna. A lei bastavano l'affetto e la com-pagnia di Matilde. Si ritiravano assieme nella cameretta di Ada, guardavano i giornali di mode per osservare sopratutto i disegni da ricamo e imitarli. Matilde era bravina in que-sto genere di lavorini, ed Ada li amava appassionatamente. Qualche volta irrompevano nella cameretta tutti gli altri cugini per curiosità di vedere quel che esse facevano e un po' pel gusto di disturbarle, e Gabriele frugava qua e là fra i libri e i quaderni di Ada, nei cassetti, nei cestini.
— Non disordinare ogni cosa, sciattone! — lo rimproverava Matilde.
Ma Ada indulgente, soggiungeva subito:
— Lascialo fare; riordinerò io, dopo.
— Andiamo via! — diceva allora Gabriele. — Questo è il santuario, il tabernacolo; non ci deve entrare altri che loro! —
E vedendolo andar via imbroncito, Ada proponeva subito a Matilde:
— Vieni; facciamo un po' di chiasso con loro. —
Un giorno, prima di andare a tavola, la nonna entrò nello stanzone dove i nipotini fa-cevano il diavolo a quattro, rincorrendosi da un angolo all'altro. Al suo apparire, tutti le corsero incontro, le si affollarono attorno. La nonna li guardava ad uno ad uno in faccia, quasi cercasse d'indovinare qualcosa dal solo aspetto.
— Chi è stato il ghiottone o la ghiottona? — poi domandò.
Silenzio. La nonna continuò a scrutarli con lo sguardo, tra seria e sorridente, e ripeté la domanda:
— Chi è stato il ghiottone o la ghiottona? —
Dalla credenza, in sala da pranzo, mancavano tre pasticcini. Poco prima la nonna li aveva contati nel vassoio ed erano dieci; ora ve n'erano soli sette.
— Chi è stato il ghiotto o la ghiotta, si accusi — disse la nonna — Non lo domando per castigare qualcuno, ma per sapere la verità. —
Tutti giurarono e rigiurarono.
Allora la nonna prese a interrogarli a uno a uno, fissandoli bene negli occhi, dicendo che avrebbe scoperto la bugia su la punta del naso di chi si ostinava a dirla.
La nonna ebbe un bel mettersi gli occhiali per esaminare i nasini che dovevano rive-larle la verità. Quella volta i nasini non dissero niente. Soltanto Ada le parve un istante un po' turbata; ma la sua risposta fu così franca e così recisa, che la nonna non insistette, e non sospettò di lei.
Intanto, siccome i pasticcini non se li erano certamente mangiati gli angioli, così la nonna per gastigare l'ingordo o l'ingorda che non aveva voluto confessare la sua colpa, gastigò tutti a tavola, mandando i pasticcini in regalo ai bambini della portinaia.
E da quel giorno in poi accadde lo strano fenomeno, che a ogni visita dei nipotini qualcosa mancasse; un gingillo, un pezzo di stoffa, un paio di forbicine molto care alla nonna. Chi li aveva presi? Nessuno. Tutti giuravano e rigiuravano di essere innocenti di quelle sparizioni inesplicabili e delle quali la nonna non riusciva a saper niente, per quanto osservasse i nasini dei sospettati colpevoli, per quanto minacciasse di non voler più bene a colui o a colei che un giorno o l'altro fosse stato scoperto autore o autrice di quella indegnità.
Appena i cuginetti andavano via, Ada si metteva a ricercare da per tutto l'oggetto smarrito.
— È incredibile! — esclamava la nonna. — Non è mai accaduto in casa mia che spa-risca qualcosa e non si fosse ritrovata subito. —
Matilde non sapeva che pensare della coincidenza d'ogni sparizione con la venuta di loro nipotini in casa della nonna. E la domenica e il giovedì, appena arrivava assieme con gli altri, domandava alla nonna:
— Nonna, hai trovato?
La nonna scrollava la testa in segno negativo.
Allora Matilde tirava in disparte Ada:
— Hai cercato bene? Dappertutto?
— Figurati!...
— E non hai trovato niente?
— Niente. —
Quell'impertinentino di Gabriele, arrivando, esclamava:
— Nonna, vedremo che cosa sparisce oggi! —
E pareva la canzonasse.
La nonna che era sempre stata regolatissima, precisa, e che teneva molto alle sue abi-tudini, soffriva veramente della sparizione delle forbicine, ricordo di quando era ragazza; per poco non lo credette un mal augurio. Quelle forbicine le avevano servito per tanti anni; in tutti i lavorini fatti prima pei propri figli, poi pei nipotini. Le pareva quasi che ora non avrebbe saputo lavorar più, quel po' che poteva lavorare, senza vederle luccicare nel cestino e ammirarle con gli occhietti. Erano sottili, acute, di fabbrica inglese; ne aveva raccontato vita e miracoli a Ada proprio il giorno avanti della loro sparizione. E per ciò diceva spesso alla nipotina:
— Almeno vorrei ritrovare le forbicine! Delle altre cose non m'importa! —
Una mattina, appunto ripetendo questa parola, le era parso di scorgere su la faccia e nelle mosse di Ada una lieve ombra di imbarazzo. Chi sa? Una tentazione di bambina! Era possibile. E le domandò a bruciapelo: —
— Via, Ada, dimmelo pure, se le hai prese tu le forbicine.
— Oh, nonna!... Oh, nonna! —
La bambina spalancava in viso gli occhi pieni di lagrime e si torceva le manine con tal gesto di desolazione che la nonna non insistette, pentita del sospetto, addolorata di aver offeso quella sua povera creatura, alla quale si sentiva legare ogni giorno più da un sentimento di pietà materna affatto nuovo pel suo cuore.


VIII.

La nonna era andata a frugare per caso nella scatoletta di cartone rincantucciata in fondo al cassetto dell'armadio in camera di Ada. Cercava un nastro di seta azzurro, che aveva regalato tempo addietro, e che ora doveva servire per la guarnizione di un vestiti-no da casa che ella voleva regalarle, cucito di sua mano durante l'assenza di lei nei giorni di scuola.
La buona nonnina si faceva anticipatamente una festa della sorpresa e della gioia dell'orfanella quando avrebbe trovato sul lettino allestita e stirata quella semplice veste di color marrone che doveva farle smettere il lutto. La sarta sarebbe poi venuta a pren-derle la misura d'un altro vestito per passeggio. Ormai la nonna non poteva più vederla abbrunata, in mezzo agli altri nipotini tutti vestiti di chiaro.
Quel nastro se lo rammentava bene, ella glielo aveva visto riporre in quella scatoletta di cartone, e per ciò era andata a cercarlo lì. Il nastro infatti c'era, ma c'erano pure i tre pasticcini già andati a male, c'erano le forbicine, e tutti gli altri oggettini spariti!
— Oh, Dio!... Dunque Ada aveva mentito? —
Si sentì dare un tuffo al sangue; le parve di veder ripetere nella nipotina le menzogne della mamma di lei, di quella figliuola sciagurata, che le aveva giurato di non voler più bene all'uomo che i genitori non le volevano dare per marito, e poi!... E poi aveva ab-bandonato di notte la casa per forzarli, con lo scandalo, ad acconsentire a quell'unione.
Le mani le tremavano d'indignazione, gli occhi le rigurgitavano di lagrime che non potevano sgorgar fuori, il cuore le vibrava violentemente nel petto, come quel giorno tristissimo ch'ella aveva trovato vuota la cameretta della figlia, il letto intatto, perché ella non era andata a dormire ma aveva vegliato finché tutti quelli di casa non si fossero ad-dormentati....
— Oh, Dio! oh, Dio! —
Giusto in quel momento era sopravvenuta Matilde. La nonna non aveva potuto na-sconderle il profondo turbamento.
— Nonna, che hai? —
E la nonna le aveva risposto, col pianto nella voce:
— Guarda! guarda! Ada ha mentito! Guarda! guarda! —
Matilde non credeva ai propri occhi.
— Come mai, nonna? come mai? —
Non sapeva dirle altro. Poi soggiunse, quasi per calmarla:
— Vuoi che la interroghi io?
— No. Mentirà di nuovo, come sua madre! — rispose duramente la nonna.
E ripose ogni cosa nella scatola, e spinse la scatola in fondo alla cassetta, che ella chiuse con gesto vigoroso quasi di ribrezzo.
— Mi pare impossibile, nonnina! — le diceva Matilde.
— Eppure!... Hai veduto! Tutta sua madre! Oh, Dio! sento che non le voglio più be-ne! È peccato, forse, figliuola mia; ma io non sono una santa: non mi so vincere. La menzogna mi fa orrore. Ho sofferto sempre per le menzogne altrui. No, non le voglio più bene! Tutta sua madre! Tutta sua madre! La metterò in un collegio. Là sapranno e-ducarla, meglio, correggerla. Gli estranei saranno più severi, e riusciranno, spero; gliel'auguro....
— Nonna mia!... Mi pare impossibile. Parlagliene prima. Vuoi che gliene parli io?...
— No. Mentirà dì nuovo, come sua madre! — ripeté la nonna più aspra di prima.
Ada, al ritorno dalla scuola e nei giorni seguenti, si accorse, con stupore e dolore, che nel contegno della nonna verso di lei c'era qualcosa di mutato: ma non osò di domandar-lo, perché temeva di essersi ingannata. Quando però s'avvide che anche il contegno di Matilde era alquanto mutato con lei, non ebbe ritegno. E un giorno la condusse in came-ra e mise il segreto.
— Perché chiudi l'uscio?
— Voglio parlarti, Matilde, da sola a sola.
— Che hai, Ada?
— Niente. Che hai tu invece contro di me?
— Io?
— Sì, credi che non capisca? E che ha la nonna? Lo sai? Dimmelo, Matilde! Lo sai? Dimmelo, dimmelo!
— Ah, Ada! che hai fatto!
— Che ho fatto? —
Matilde, presala per le mani, la fissava negli occhi.
— Che ho fatto? — replicò Ada con voce tremante.
Allora Matilde corse alla cassetta dell'armadio, ne trasse fuori la scatola di cartone, la scoperse e la mostrò a Ada, con un gran gesto di rimprovero, senza dir nulla, fissandola di nuovo negli occhi.
Ada era rimasta impietrita, pallida pallida, con le braccia semiaperte, con gli occhi sbarrati verso la scatola, quasi vi vedesse degli orrori.
— Perché hai, fatto questo, Ada? perché?
— Io?... Io?... Io?... —
E balbettando così, indietreggiava, indietreggiava portando le mani agli occhi per non vedere.
— Non negarlo, Ada! Per carità, non mentire, Ada! — la supplicava Matilde. — A-da! Ada! —
La bambina, barcollata un istante annaspando con le mani, era caduta rovescioni sul pavimento.
Matilde non si perdette di coraggio; fece lo sforzo di sollevarla, di adagiarla su la poltroncina accosto, e si diè a spruzzarle il viso con acqua fresca, chiamandola con voce repressa: — Ada! — Ada! — finché non la vide rinvenire. Il pallore, il terrore e lo sve-nimento di lei le parevano buon segno di rimorso e di pentimento. Per ciò si mise ad ac-carezzarla, a baciarla, dicendole tante dolci parole, pregandola di confidarsi con lei, di confessare a lei di aver ceduto a una tentazione cattiva.
— Io poi lo dirò alla nonna....
— E la nonna crede dunque?... —
Ada, così dicendo, aveva dato un balzo, rizzandosi su la persona.
— Ha visto.... sì, Ada! Ha scoperto per caso.
— Ma non sono stata io!... Io non so niente!... Te lo giuro, Matilde, non so niente! niente! niente! —
Pestava i piedi, si dava dei pugni su la testa, gridando con voce inasprita, senza la-grime. Matilde però, messa in maggior sospetto da quella specie di furore, insisteva, credendo che, con insistere e pregarla e accarezzarla, sarebbe riuscita a vincere quel che a lei sembrava un accesso di amor proprio mal inteso.
— Parla, Ada!... Non mentire, Ada! Senti: se ti ostini a mentire, sai?... sai?... la nonna ti manderà in collegio.... —
Ada la guardò con tale stupore, che Matilde credette non avesse ben compreso.
— Ti manderà in collegio — replicò, E dopo breve pausa soggiunse: — capisci per gastigarti.
— Non sono stata io!... No! no! Come non fui io che ruppi le statuette; non fui io: mi accusai per.... far piacere a voialtri. Non fui io!
Ada si sciolse bruscamente dalle braccia di Matilde e andò a buttarsi su la poltronci-na, nascondendo il viso tra le mani e singhiozzando:
— Ah, mamma mia!... Ah, mamma mia! —
Matilde si era accostata alla finestra, angosciata e stizzita di quella che le pareva or-gogliosa ostinatezza della cugina, e guardando giù nella via, aveva veduto Gabriele e Gina che accompagnati dalla servetta loro venivano dalla nonna.
Un' idea le balenò nella mente, e uscì di camera senza dir niente a Ada. Passando di corsa pel salottino dove la nonna leggeva, si senti chiamare e domandare:
— Matilde, dove vai?
— Vengo subito, nonna, — rispose senza neppure voltarsi.
E aspettò nell'anticamera che i cugini fossero arrivati.
— Vieni qua, — disse a Gabriele — vieni qua prima di entrare dalla nonna. Tu Gina, va' pure da lei. —
E trascinato Gabriele in sala da pranzo, e poi afferratolo per le spalle, Matilde gli av-ventò in faccia:
— La nonna sa tutto!... I pasticcini, le forbici, i gingilli.... che hai nascosti in camera di Ada.
— Mah! mah! — balbettò Gabriele.
— Perché hai commesso questa indegnità?
— Era.... uno scherzo!
— Uno scherzo per far vedere che Ada...? Che orrore! La nonna è su le furie: vieni, confessale tutto subito subito. —
E prima che egli avesse tempo di riaversi dalla sorpresa e di riflettere, se lo tirò dietro pel braccio ripetendogli:
— Confessa tutto, pel tuo meglio. Tu lo sai bene..., la nonna!... —
La nonna che guardava Gina a cui aveva tolta la mantellina e il cappellino e ordinato di andarli a posare sul canapè, si accòrse di Matilde e di Gabriele proprio quando le fu-rono davanti.
— Era uno scherzo, nonna! — disse Gabriele piagnucolando.
— Che scherzo?
— Vedi, nonna, — la pregò subito Matilde. — È stato lui; te lo confessa. Voleva fare uno scherzo a Ada, scherzo stupido! perché? per farla arrabbiare? Cattivo!... — conti-nuava rivolta a Gabriele. — Vedi, nonna? Mi pareva impossibile; avevo ragione io; aveva ragione Ada, che or ora si è svenuta di là pel dolore di sapersi sospettata. — E tornava a rivolgersi a Gabriele, che non osava alzare gli occhi in faccia alla nonna: — Bello scherzo! scherzo sciocco! scherzo cattivo!... Ma tu gli perdonerai, nonna, è vero? Me l'ha confessato subito.... Non lo farà più! —
La nonna si rizzò da sedere, diè una lieve spinta al ragazzo dicendogli: — Va' via! va' via! Quanto mi hai fatto soffrire!....
Vedendola avviare verso la camera d'Ada, Matilde si slanciò per precederla, per dar lei alla cugina la lieta notizia.
Ma prima che la raggiungesse, la nonna udì un urlo:
— Nonna! nonna! —
Matilde avea trovato Ada stesa sul pavimento, con la faccia paonazza, gli occhi stra-lunati, la bava alla bocca, e le mani increspate che stringevano le punte di un fazzoletto stretto attorno al collo..... La povera creatura aveva tentato di strozzarsi.
Slegarle il fazzoletto, metterla sul letto, sganciarle il vestito e la fascetta, far di tutto per richiamarla in vita fu l'affare d'un istante, quantunque pareva che Matilde e la nonna avessero perduto la testa pel terribile caso.
Un dottore, chiamato in fretta, e accorso dalla vicina farmacia, arrivò quando la bambina già riprendeva a respirare e poté rassicurare tutti. Non c'era pericolo di sorta alcuna.
Un'ora dopo, Ada sorrideva piangendo di consolazione tra le braccia della nonna che le ripeteva per rassicurarla:
— No, starai con me, sempre con me; non andrai in collegio! —
Allora Matilde, piangendo di consolazione anche lei, rimproverò Ada:
— Come ti è potuto venire in mente, cattiva?
— La mamma — rispose Ada — quando mi metteva a letto e credeva che dormissi, pregava spesso: Signore, prendetevi voi questa orfanella! Non la lasciate a soffrire quaggiù! E me ne sono ricordata, e mi sono ricordata del calzolaio nostro vicino, che si strangolò così. —
La nonna intanto pensava che Gabriele non poteva aver agito in quel modo di testa sua; e non se la prendeva col bambino, ma con coloro che, secondo lei, avevano dovuto per lo meno insinuargli che metter Ada in mala vista presso la nonna avrebbe giovato a loro; insinuarglielo non direttamente, ma con discorsi fatti davanti ai bambini, e così ac-cecati dall'interesse, da non accorgersi dei malvagi sentimenti che ispiravano a quei co-ricini innocenti !
Aveva ragione.
E l'avvocato e sua moglie e la signora Alessandrina e suo marito, si avvidero troppo tardi che l'ingordigia della roba e il basso interesse sono malvagi consiglieri; se ne avvi-dero quando seppero che la nonna, chiamato il notaio di famiglia, aveva assicurato con un bel testamento l'avvenire dell'orfanella.
— Ora posso morire tranquilla! —disse la nonna, firmando lo scritto redatto dal no-taio.
— Campi fino a cento anni! — rispose il notaio — sarebbe meglio per la bambina. —
E la nonna, ridendo e baciando Ada, conchiuse
— Sai? Me la sento, piccina mia, di campare cento anni! Vuoi tu che campi tanto?
— Quanto Noè, nonna! — aveva risposto Ada, battendo le mani.

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